La lucida visione del De rerum natura nel tempo del coronavirus

Il tempo eccezionale che stiamo vivendo a causa del morbo che imperversa nel mondo, ci impone di sospendere le rubriche ordinarie e di volgere lo sguardo a chi, tra i filosofi, in tempi simili a quello presente, ha pensato e scritto pagine di acume e intelligenza. Una premessa: parafrasando Nietzsche, in circostanze di questo tipo, tutti si sentono in dovere di esprimere qualcosa e di far conoscere il loro caro pensiero. Noi non abbiamo nulla da dire, nessun significato da recapitare. L’unica nostra attenzione è volta a comprendere le cause da cui questa malattia è originata e gli effetti che essa produrrà nel corpo sociale, inteso sia in senso fisico che spirituale. Per questo motivo abbiamo pensato di rileggere il sesto e ultimo capitolo del De rerum natura di Lucrezio che contiene il terribile racconto della peste di Atene, tratto a sua volta dal racconto di Tucidide. Dal capolavoro del poeta e filosofo latino impariamo che il terrore dell’animo e le tenebre causate dal virus (anche i video, le battute e i meme rassicuranti che imperversano sui social in modo “virale”, i quali, seppur divertenti, non sono nient’altro che paura dissimulata di fronte al pericolo), possono essere dissipati «non dai raggi del sole o dai lucenti dardi del giorno, ma dalla visione e dalla scienza della natura». Il testo latino dice naturae species ratioque, meglio traducibile con «osservazione razionale della natura», il che significa il rifiuto deciso e sistematico di essere ridotti a preda degli eventi.

 

La religione e i suoi sostituti laici
Il sesto capitolo del De rerum natura si apre con un altro inno ad Epicuro il quale, quando ad Atene gli uomini avevano assicurato tutto il necessario per la propria esistenza «e la vita posava sicura e gli uomini abbondavano di ricchezze», si avvide che il male proveniva da quella stessa città a motivo dell’ignoranza causata da quei beni apparenti. L’ignoranza è causa di superstizione e la superstizione a sua volta genera il timore degli dei.  «Ed esporrò gli altri fenomeni che i mortali vedono prodursi in cielo e in terra, restando spesso con le menti sospese e sgomente, essi che umiliano gli animi con timore degli dei e li schiacciano depressi in terra, poiché l’ignoranza delle ragioni li costringe ad attribuire gli eventi al potere dei numi e ad ammettere il loro regno». Lucrezio ritiene che «gli uomini non possono scorgere in alcun modo la causa di questi fenomeni e pensano che accadano per volere degli dei». Inutile soffermarsi sulle ricorrenti speculazioni che la religione, o per meglio dire la superstizione, sta facendo anche in questi giorni. Vale la pena notare invece come, oggi che gli dei se ne sono andati e che la religione tradizionale è in declino, l’ignoranza di cui parla Lucrezio si rifugia sempre più frequentemente nel complottismo, vero e proprio sostituto laico della religione. Non esiste praticamente male di cui la società possa soffrire, le cui cause non siano attribuite (non solo dal popolo ma spesso da molti intellettuali) ad un potere superiore, a pochi che tramano contro i molti, ad un’élite corrotta che gioca a provocare nascostamente mali e terrore. Lo schema resta identico a quello tradizionale (l’evocazione di un potere superiore) e medesima è la resa di fronte alla superstizione. Le teorie complottiste, così come la religione, sembrano impossibili da sradicare e aumentano insieme alla frustrazione nei confronti dell’incapacità di leggere e comprendere ciò che avviene intorno a noi.

La comprensione dei fenomeni naturali risiede nell’infinito
Con il suo tipico linguaggio, che mescola in modo unico la poesia alla scienza, Lucrezio continua il capitolo con la descrizione dei fenomeni naturali, il loro prodursi, i loro effetti: dai tuoni ai fulmini, dalle eruzioni vulcaniche ai terremoti, dalla pioggia fino all’azione del sole sulla terra. Per tutti questi fenomeni, oltre all’osservazione delle leggi della natura, è decisiva una premessa teorica: l’idea dell’infinito. «Se tieni l’attenzione ben ferma su tale premessa, e discerni con chiarezza, cesserai di stupirti di molti fenomeni» in quanto, così come aveva scritto nel primo libro dell’opera, «Tutto ciò che esiste è illimitato in ogni senso; infatti, diversamente, dovrebbe avere un estremo». Il Tutto cioè non può essere finito perché, per essere tale, avrebbe bisogno di qualcosa che a sua volta lo limita e così di seguito. Ma siccome è contraddittorio pensare che il Tutto abbia qualcosa fuori di sé, è evidente che tutto ciò che è, è infinito. La nozione di Tutto, per sé stessa, implica assolutezza ed infinità: assolutezza in quanto esclude ogni altro da sé: e poiché esclude ogni altro da sé, essa comporta l’infinità come sua necessità.
In questo quadro teoretico, assume rilievo decisivo l’opposizione ad Aristotele. Per quest’ultimo il cosmo è un tutto finito, essendo esso tutto ciò che può esistere; per Lucrezio il cosmo è ugualmente tutto ma infinito, e ciò scaturisce non solo dalle premesse teoriche prima indicate, ma anche dall’ ammissione del vuoto come ente fisico. In altre parole, la fisicità non è attuata interamente dalla corporeità ma anche da altre dimensioni della stessa natura fisica. Il vuoto, non essendo costituito da corpi, è esente da limiti; ma anche gli stessi atomi sono infiniti con la conseguenza che lo sono anche i corpi. La necessità di porre uno spazio infinito e vuoto, nel quale gli atomi possano muoversi infinitamente, risiede nel fatto stesso che l’universo esista: se fosse finito, e gli atomi si muovessero solo grazie al loro peso, l’universo sarebbe soltanto un ammasso inerte di materia. 

L’ambiente naturale principale causa dei morbi
In mezzo alla trattazione degli altri fenomeni naturali, quella relativa ai morbi è spalmata, per così dire, su tutto il capitolo sesto. Dopo aver ricordato che terra e cielo producono morbi e mali da cui si può accrescere «il furore di un’infermità senza limiti» e che «da tutte le cose esalano germi d’ogni sorta fluendo e si spargono dovunque in ogni dove senza tregua né posa consentite al loro fluire», Lucrezio spiega quale sia la causa dei morbi, in particolare dei morbi che spandono morte. «Quando per caso si levano questi ultimi e intorbidano il cielo, l’aria diviene infetta. E quell’intera violenza di morbi, quel pestifero contagio, o vengono dall’esterno, come le nubi e le nebbie per l’alto cielo, o spesso sorgono e s’innalzano dalla stessa terra, quando umida marcisce colpita da piogge e ardori di sole eccessivi. (…) D’improvviso questo nuovo genere di calamità e di pestilenza cade nelle acque e s’insinua nelle stesse messi, o in altri alimenti degli uomini o pasture  di greggi, oppure il suo influsso rimane sospeso nell’aria e, quando col respiro inaliamo aliti vitali a essa commisti, dobbiamo ugualmente assorbire nel corpo l’infezione». Da notare quindi che Lucrezio pone l’origine dei morbi da fenomeni che riguardano l’ambiente naturale e solo successivamente, una volta entrato nel mondo umano e animale, il contagio si diffonde dai campi alla città portato da «una folla sfinita di bifolchi affluiti dalle zone già afflitte». 

La ratio come sguardo che sopporta la previsione
La funzione della filosofia, in questo contesto, è quella di produrre sanità al corpo e cura dell’animo. La filosofia per Lucrezio ha la capacità di sollevare al di sopra delle cose e di sottrarre al loro momentaneo divenire. Essenziale da questo punto di vista è la contemplazione della natura, la quale coincide con il significato etimologico di specie, cioè la costituzione stessa della natura così come essa appare allo sguardo (species) della ragione. «Sed naturae species ratioque» dice Lucrezio: se è forzato dire che le differenze naturali risiedono solo nello sguardo, è anche vero che la nozione di species riguarda il modo e la prospettiva che si assume nel porsi di fronte alla natura. La ratio è allora quella facoltà grazie alla quale l’animo è capace di orientarsi e di prevedere. Sebbene si tratti di una facoltà della natura, e di conseguenza un suo prodotto, la ratio diventa la guida che consente di osservare la natura secondo species e di approntare rimedi contro le situazioni avverse. Ma si tratta di un rimedio, quello della previsione derivante dalla ratio, che comporta il patire che deriva dalla conoscenza. Non è un caso che il De Rerum Natura si chiuda con il terribile racconto della peste di Atene. Lucrezio è il nuovo Prometeo. Da una parte, se gli uomini assumono come maestra la natura, studiata attraverso la ragione, allora essi possono disperdere le ombre che oscurano la mente e la rendono vittima degli affanni. Non si tratta di due cose separate ma dello stesso processo che, quanto più guarda nei recessi della natura, tanto più riesce a liberarci dalle illusioni e dalle finzioni a cui ci inducono la paura o la speranza. Opposizione suprema alla paura e sguardo verso l’origine delle cose sono due versanti dello stesso processo, tanto che non si potrebbe avere il secondo senza il primo: non si può combattere contro la paura e i suoi surrogati, senza aver prima gettato in profondità lo sguardo nella natura. Dall’altra però Lucrezio ha la forza d’animo di sopportare e di patire ciò che ha visto, perché è questo che si richiede a chi faccia della ratio la norma del suo agire. 

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