L’Orestea di Eschilo secondo Severino

emanuele3Il 15 luglio 2014 è stata organizzata all’Anfiteatro Romano di Arezzo una rappresentazione filosofico-teatrale sull’ Orestea di Eschilo, basata sulla traduzione fattane dal professor Emanuele Severino e poi messa in scena nel 1985 dal regista aretino Franco Parenti. L’evento s’inseriva all’interno della rassegna culturale di carattere internazionale Icastica, giunta alla sua seconda edizione. La raffinata lectio magistralis del filosofo bresciano è iniziata dopo l’altrettanto notevole lettura teatrale di alcuni passaggi scelti. Agammennone : “Inno a Zeus” e “la riflessione del coro intorno a dike”; Le Eumenidi: “la riflessione delle Erinni intorno alla possibile assoluzione di Oreste” e “”il corteo finale delle Erinni” – ad opera proprio di quel Maurizio Schmidt che fu uno degli attori scelti da Franco Parenti per la prima messa in scena.

L’incontro verteva intorno all’originale lettura data da Severino al pensiero di Eschilo — tradizionalmente visto “solo” come una delle vette della tragedia greca — quale elemento di sviluppo della riflessione filosofica del mondo classico.

Un primo apparente ostacolo1 a tale lettura  potrebbe essere costituito dalla forma teatrale, che appare piuttosto inusuale per esprimere contenuti filosofici. Non va tuttavia dimenticato che agli inizi la filosofia si è sempre espressa in forme linguistiche molto originali: la prosa di Eraclito e Aristotele, i versi di Parmenide e Empedocle, i dialoghi di Platone. Una sostanziale parte dell’incontro è stata dedicata all’aspetto più squisitamente semiologico della proposta severiniana, che intende porre l’accento in maniera marcata sulla necessità di fare riferimento alle radici etimologiche dei singoli termini durante il processo di traduzione. Così, una volta aver accantonato la stessa definizione di philosophia come “amore per il sapere”, formula dal retrogusto dolciastro che non tiene conto di come, invece, «se si accetta l’ipotesi che in sophós, “sapiente” (su cui si costruisce il termine astratto sophía), risuona come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”), il senso di pháos, la “luce”, allora “filosofia” significa […] “l’aver cura della verità”»2, Severino è passato ad analizzare il brano più significativo fra quelli letti in precedenza: l’Inno a Zeus.

Zeus, chiunque egli sia, a lui mi rivolgo con questo come, se gli è caro esser chiamato così. Se il dolore, che getta nella follia, deve essere cacciato dall’animo con verità, allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia smentire, non posso pensare che a Zeus. Uranos, infatti, che pur fu in passato potente e traboccante di di audacia spavalda, è come se non fosse mai stato. Ed è svanito chi poi venne ad esistere, Cronos, che si imbatté in Zeus, il vincitore per sempre. Chi ha la mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria, perviene al culmine della sapienza. Guidando il pensiero dei mortali, Zeus ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquisti potenza. Quando, nel sonno, goccia davanti al cuore l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza la volontà dei mortali, sopraggiunge in essi un sapere che salva. Questo è un dono dei démoni che siedono potenti sul carro del saggio Zeus.3

Il quadro che ne emerge parla di un Eschilo che non solo coglie nel sapere dell’epistéme “un sapere che salva” dal dolore, ma soprattutto parla di Zeus non intendendo un dio mitico, bensì il Principio di tutte le cose. Proprio qui risiede il cuore della sua ricchezza filosofica: nell’aver compreso come solo attraverso la sapienza l’essere umano può essere in grado di dominare il dolore, perché conosce la Verità del senso del Tutto. Solo il conoscere con verità infatti, cioè in maniera incontrovertibile, può costituire un rimedio reale all’angoscia e al dolore, e quindi permette di oltrepassare la dimensione del mito. Ma qual è questa “dimensione del mito”? La pregnanza del passaggio è decisiva: sebbene anche in campo mitico ci si muova alla ricerca di un rimedio al dolore, il senso essenziale e complessivo del mondo che esso rivela fa sempre capo alla divinità, cioè ad una forza suprema che l’uomo deve sconfiggere per poter affermare se stesso. Finché si è nel mito quindi, ci si muove nel campo della volontà, nel campo di rimedio al dolore illusorio perché non risolutivo, solo la conoscenza della verità inatti lo può salvare, solo questa può metterlo al riparo dall’annientamento. D’altronde, che le arti e le tecniche umane non possono costituirsi come veri rimedi, è ben visibile anche in Il Prometeo incatenato sempre dello stesso Eschilo, dove emerge come il vero carattere eroico di Prometeo, non stia tanto nel fatto di aver sottratto il fuoco, quindi la téchne, agli dei per donarlo agli uomini, quanto nell’aver compreso  la potenza invincibile della necessità e quindi il carattere illusorio delle promesse della tecnica: «L’arte [téchne] è troppo più debole del fato [anánche4. Questo ruolo centrale della verità non può non ripercuotersi poi sulla dimensione politica, perché chi “conosce con verità”, è anche capace di giudicare con verità, come emerge più chiaramente nelle Eumenidi, dove anche il potere di queste ultime viene sottoposto al giudizio di un tribunale di umani che, rimanendo fedeli alla verità, possono pronunciare un verdetto valido in eterno. Niente meglio delle tribolate vicende proposte nella trilogia dell’Orestea di Eschilo (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi) potrebbe mostrare l’evidenza di come: «Per vincere il terrore, l’uomo deve sottoporsi al “giogo” della verità, cioè a un timore più alto di quello da cui egli intende liberarsi (le religioni lo chiamano “timor di Dio”). Il giogo della verità sta a guardia della mente e allontana la follia provocata dal dolore»5.

Il risultato finale di questa ricca e sostanziosa riflessione  — qui riportata solo nei suoi passaggi principali — pur non discostandosi dal tradizionale impianto argomentativo severiniano, soprattutto per quanto riguarda le conclusioni che ne vengono tratte, permette senz’altro di rivalutare la figura di Eschilo, non solo sul piano della ricchezza contenutistica in ambito teatrale, ma anche e soprattutto sul piano filosofico. La scoperta di una tale dimestichezza tanto con il lessico quanto con i concetti stessi del linguaggio dei filosofi, sapientemente messa in luce da Severino, infatti, è soprattutto un invito ad oltrepassare i vecchi schemi di lettura della classicità all’insegna di uno sguardo nuovo, quello di chi, avendo cura della verità, vuole imparare anche a giudica con verità.

 

Abstract.
On July 15th 2014 has been held in Arezzo a conference about the interpretation and translation of the Eschilo’s Orestea, made by the italian philosopher Emanuele Severino. The event has been sponsorised by the cultural festival Icastica, and included also a little theatrical performance by Maurizio Schmidt who red some chosen part of the trilogy. The conference showed a deep filosofical vein in Eschilo’s production, even though he wrote theatrical pieces. Beyond the specific meaning of the filosofical concepts underlined, emerged the importance of an observant etymological analysis above each word during the translation.


  1. E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 77-78. 

  2. E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 22. 

  3. E. Severino,  Interpretazione e traduzione dell’Orestea di Eschilo, Rizzoli Milano 1985 , pp. 22-23.  

  4. EschiloIl Prometeo incatenato, BUR 2012, p. 43, v. 514. 

  5. E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010 p. 80. 

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Ogni parola di Severino pesa come una pietra, ma poi riemerge nella nostra mente per rendere più chiara la realtà quotidiana della nostra vita. Ho avuto l’enorme fortuna di averlo come professore alla Cattolica di Milano nell’a.a. 1967/68, superai con un Trenta il suo esame di Filosofia Teoretica poi lui fu cacciato dalla Cattolica perché in odore di combutta con il Movimento Studentesco e io mi trasferii alla Statale di Milano, oggi frequentata da mio figlio Michele. “Corsi e ricorsi della Storia?” Non esageriamo: gradite coincidenze.

Presto pure lui verra’ dimenticato.

questa di Severino è una traduzione grottesca, folta di orrori ermeneutici quando non grammaticali. può contestarla anche un liceale con un qualsiasi dizionario di greco a portata di mano. stupisce quanto goda di credito; o forse no.

L’inesorabile rivelazione di SeverIno, almeno per il mio affanno

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