La natura del fondamento nella Struttura originaria di Severino

«La struttura originaria» prende avvio con queste parole: «La struttura originaria è l’essenza del fondamento. In questo senso, è la struttura anapodittica del sapere – l’ἀρχὴ τῆς γνώσεως – e cioè lo strutturarsi della principialità, o dell’immediatezza. Ciò importa che l’essenza del fondamento non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità di un molteplice». L’essenza del fondamento, quindi, è una «struttura», cioè una «complessità semantica», dunque una «sintesi». Se il fondamento è del sapere, la struttura originaria è «la struttura anapodittica del sapere», cioè la struttura indimostrabile che sta alla base di ogni sapere e, pertanto, di ogni dimostrazione. Che il fondamento della dimostrazione sia indimostrabile è una necessità: se fosse risultato della dimostrazione, allora non potrebbe valere come suo fondamento. Ma per quale ragione il fondamento deve valere come una struttura? Severino afferma che la ragione risiede nella necessità che il «fondamento» si strutturi, ossia assuma una configurazione determinata o, in altre parole, un’articolazione intrinseca. In tal modo, il sapere trarrebbe origine bensì dall’immediato, ma solo in quanto esso, strutturandosi, al tempo stesso si esplicita, ossia si estrinseca e, in sostanza, si manifesta. Come conciliare, dunque, immediatezza e mediazione?

 

Immediatezza del fondamento e sua negazione
Ci pare che Severino faccia valere questo punto di vista: il fondamento è immediato perché non v’è un altro da esso. L’alterità, si può anche dire, non è alterità dal fondamento, ma nel fondamento, così che esso si costituisce proprio come relazione (struttura) che include l’uno e l’altro.
Poiché l’altro è momento del fondamento, quest’ultimo può valere come immediato, nel senso appunto che non è in relazione con altro da sé, dunque non è mediato da altro. Nell’«Introduzione» alla seconda edizione di S.O., così scrive, infatti, Severino: «L’‘immediato’ è ciò che non mediante altro, ma per sé e in sé appare come Necessità».
Reciprocamente, la relazione viene assunta come «struttura originaria» proprio per la ragione che ingloba identità e differenza, positivo e negativo, così che essa risulta esprimere un’immediatezza per il fatto stesso che viene fatta valere come se fosse l’intero, ossia l’assoluto stesso.
Il senso del discorso svolto da Severino ci pare il medesimo di quello espresso dallo stesso Hegel, allorché parla dello spirito e indica la necessità del suo estrinsecarsi. Se non che, ciò che ci sentiamo di rilevare è che precisamente questo estrinsecarsi esprime la mediazione dell’immediato, la «sostanza» che è anche «soggetto», almeno secondo gli intendimenti di Hegel. La domanda, pertanto, diventa questa: in quale senso la struttura originaria continua a valere, invece, come un’immediatezza?
Il tema della «relazione tra il fondamento e l’altro» è indubbiamente tema cruciale, e non solo per la comprensione della struttura originaria, ma anche per la comprensione dell’apertura dell’originario, cioè della sua manifestazione.

La negazione “interna” al fondamento
Il punto che riteniamo debba venire sottolineato con forza è il seguente: se la relazione ordinaria viene posta come interna al fondamento, allora essa ne decreta l’articolazione, quell’articolazione che, nella sua forma essenziale, va ravvisata come sussistente tra il fondamento e la sua negazione: «Esso [il fondamento irrelato] è invece soltanto un momento astratto del fondamento, l’intero o il concreto del fondamento essendo appunto la relazione posizionale tra questo momento e la sua negazione».
Da questo punto di vista, quindi, la negazione è momento del fondamento, momento essenziale perché consente al fondamento di porsi nella sua concretezza. Si potrebbe dunque affermare che, nella sua forma originaria, quell’alterità, che costituisce intrinsecamente il fondamento, si esprime nella forma più radicale: come rapporto tra sé e la sua negazione. Ciò è comprensibile: la differenza indica l’alterità che sussiste tra i differenti e cioè indica che l’uno non è l’altro o, con parole diverse, che l’uno è la negazione dell’altro.
Sorge qui una nuova domanda: quando si parla della negazione come termine di quella relazione che è il fondamento, e pertanto la si pone come interna al fondamento stesso, cosa si intende che essa effettivamente neghi? Il «momento astratto del fondamento» oppure il fondamento vero e proprio?
Secondo Severino, il fondamento si pone come fondamento precisamente perché è in grado di togliere la propria negazione – e solo perché è in grado di togliere tale negazione si manifesta come autentico fondamento –, così che verrebbe da pensare che la negazione investa il fondamento nella sua concretezza, che è la sua interezza.
Se non che, come può la negazione investire il fondamento nella sua interezza, se ne costituisce un momento? Si configura così uno status, che non può non risultare problematico: in quanto momento del fondamento, la negazione dovrebbe investire solo il momento astratto a cui si rapporta; in questo caso, però, essa non varrebbe più come negazione del fondamento in quanto tale. Ciò comporterebbe, inoltre, che il fondamento non potrebbe emergere come fondamento per il suo togliere la propria negazione, stante che la negazione, a rigore, non potrebbe mai venire tolta, senza togliere il fondamento stesso di cui essa costituisce un momento fondamentale.
Con questo approdo: se la negazione è interna al fondamento, e vale come suo momento, allora essa non può negare il fondamento nella sua interezza e non può consentire l’emergere del fondamento nella sua innegabilità (come negazione della sua negazione).

La “due” negazioni del fondamento
D’altra parte, se la negazione è esterna al fondamento, allora può certamente investirlo nella sua interezza e venire tolta dal fondamento stesso, che in tal modo si affermerebbe, ma la domanda diventa: che cosa rimane della negazione che costituisce un suo momento? E inoltre: se la negazione è esterna al fondamento, come può venire mantenuta l’immediatezza del fondamento stesso?
Le domande appena formulate si essenzializzano nell’altra: quando Severino parla della negazione, fa riferimento a un’unica negazione, come di primo acchito parrebbe di capire, oppure a due negazioni distinte?
Ricapitolando. Nella misura in cui la negazione vale come interna, essa si costituisce come momento del fondamento e la sua relazione al momento astratto produce la concretezza del fondamento stesso. In questo caso, non ci si troverebbe di fronte una relazione di reciproca esclusione, nonostante che un termine della relazione sia la negazione, la quale per sua natura non può non escludere.
Per un verso, la negazione si rapporta bensì al momento astratto, ma per negarlo, cioè per escluderlo. Per altro verso, l’esclusione non vale come esclusione dalla relazione, giacché il momento astratto et la sua negazione costituiscono, insieme cioè relati, la concretezza del fondamento.
Come potrebbe, quindi, la negazione negare il momento astratto, se questo è essenziale per costituire il fondamento nella sua concretezza? Severino molto spesso ricorre alla locuzione «in quanto tolto», che significa «in quanto negato»: si potrebbe pensare, pertanto, che egli intenda il momento astratto come costitutivo del concreto, ma «in quanto tolto».
Che cosa si verrebbe così a significare? Che il momento astratto permane, ma negato. Ora, se permane, allora esso, a rigore, non è negato né è tolto. Sappiamo che, in effetti, la negazione formale, cioè la funzione logica del negare, lascia sussistere il proprio negato, perché su di esso fa poggiare la propria determinatezza; tuttavia, non è questa la ragione del permanere del momento astratto, secondo Severino. La ragione risiede nell’esigenza di mantenerlo comunque, perché il concreto si pone solo poggiando sull’astratto.
Non per nulla è la relazione che garantisce la concretezza, ma la può garantire solo se i due termini che la costituiscono permangono, nonostante che uno di essi, la negazione, intenderebbe togliere l’altro. L’astratto, quindi, dovrebbe venire negato, ma altresì anche conservato, perché soltanto il suo permanere consente la posizione della relazione che costituisce la concretezza del fondamento.
La locuzione «in quanto tolto», del resto, viene usata da Severino soprattutto nel suo riferirsi alla negazione: «Sì che il fondamento è posto solo in quanto la sua negazione è posta (come tolta)». E qui si pone il problema del permanere e del togliersi della negazione.

Il permanere e il togliersi della negazione
Da un certo punto di vista, poiché il momento astratto del fondamento è conservato, ancorché come superato, onde costituire un termine di quella relazione che è il fondamento concreto, se ne ricava che la negazione interna, che su di esso si esercita, non può non conservarsi, come abbiamo cercato di indicare in precedenza. Di contro, la negazione che investe il fondamento in quanto tale, e che vale come negazione esterna, è bensì richiesta, ma come tolta, affinché possa risultare il fondamento nel suo autentico essere: «la posizione del fondamento implica essenzialmente il toglimento della negazione del fondamento» (p. 111). Da ciò consegue che la negazione che si toglie non è la negazione che permane. Si toglie la negazione esterna (dopo essersi posta), mentre permane la negazione interna, perché è proprio in forza del permanere della negazione interna che il fondamento si concretizza.
Se non si fa valere la duplice forma della negazione, non si può comprendere il suo togliersi, nonostante il valore che essa riveste nella costituzione del fondamento. È la negazione esterna, infatti, che si toglie, giacché il fondamento emerge come innegabile proprio togliendo tale negazione.
In ordine alla negazione esterna, tuttavia, torna ad imporsi la seguente domanda: se il fondamento è negazione della sua negazione, allora come può dirsi «immediato»?
Nel momento in cui il fondamento si pone in forza della relazione negativa alla propria negazione, la quale vale come l’«altro» (esterno) dall’immediato, a noi sembra che il fondamento non possa più venire definito «immediato».
L’immediatezza del fondamento, insomma, a nostro giudizio dovrebbe prevedere soltanto la negazione che è interna ad esso, anche se una tale negazione non può investire il fondamento nella sua interezza e, pertanto, non può lasciarne emergere l’innegabilità, che costituisce il suo valore di fondamento.

L’elenchos e l’immediatezza del fondamento
Un’ultima notazione, sempre a proposito della negazione, la riserviamo all’ἔλεγχος, che Severino riprende da Aristotele. Precisamente mediante l’ἔλεγχος egli fa valere l’innegabilità del fondamento così come Aristotele fa valere l’innegabilità del principio di non contraddizione.
Ci chiediamo: come conciliare la «struttura originaria», che – come abbiamo visto – viene identificata con la «struttura anapodittica del sapere», con l’ἔλεγχος, che è una dimostrazione per confutazione? Se la struttura originaria è anapodittica, essa non può valere quale risultato di una dimostrazione; non di meno, se la sua posizione e la sua innegabilità – che coincidono con la posizione e l’innegabilità del fondamento – emergono in virtù della dimostrazione per confutazione, che fine fa la sua anapoditticità? La struttura originaria non cessa di valere come la struttura anapodittica del sapere per diventare una forma specifica di sapere, quella forma che è la dimostrazione per confutazione?
Inoltre, come è possibile mantenere la sua immediatezza – che coincide con l’immediatezza del fondamento –, se la sua posizione è funzione della negazione e, in particolare, di una negazione che la investe dall’esterno, per poterla negare nella sua interezza? Poco importa se questa negazione sia destinata a togliersi: l’immediatezza è comunque venuta meno, perché la posizione innegabile della struttura originaria, o dell’essenza del fondamento, dipende da altro, cioè dalla differenza espressa nella sua forma più radicale: la negazione.
Infine, un’ultima domanda: se «L’‘immediato’ è ciò che non mediante altro, ma per sé e in sé appare come Necessità», qual è il senso del ricercare la legittimazione della struttura originaria (del fondamento) nella dimostrazione per confutazione? L’immediato, nella concezione di Severino, non dovrebbe legittimarsi proprio in quanto immediato, senza necessitare di una legittimazione ulteriore? O, se legittimato mediante ἔλεγχος, non dovrebbe cessare di essere immediato?

Aldo Stella

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Photo by Adrian Dascal on Unsplash

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