Un dialogo fittizio

Il dibattito che si è generato dopo l’elezione di papa Francesco è significativo e richiede, nella nostra visione, una lettura un po’ più pacata e approfondita.
In primo luogo va vista, nella sua complessità, la figura di questo papa: quello che incarna per la Chiesa ora (che, storicamente e strategicamente, ha sempre saputo leggere i tempi in modo lucido e pragmatico; per ciò ha una storia di duemila anni che continua a durare), gli atteggiamenti che tiene, le interviste che dà, le lettere che scrive, le telefonate e il fatto di aver stabilito in modo netto il ruolo della Chiesa. Anzi: della nuova Chiesa, come molti la chiamano.

Papa Francesco – fin da subito, in modo molto estrinseco, ovvero con i suoi atteggiamenti e con la sua disponibilità interlocutoria – ha delimitato, da nuovo, il campo di azione della Chiesa. Ed è un campo di azione diverso da quello che eravamo soliti conoscere con, almeno, i suoi tre predecessori.

Il nuovo ambito entro cui si muove l’operato di quella gigantesca macchina teologico-politica, che è la Chiesa, non ha più in sé quegli aspetti e quelle tematiche di tipo accademico o culturale che riguardano il problema del fondamento razionale della fede.


La Chiesa deve essere «un ospedale da campo», ha dichiarato Francesco in più di una occasione. Con questa affermazione e – ripeto – con molti dei suoi atti e atteggiamenti, papa Francesco sta sradicando dall’interno della Chiesa quell’infinto – e, personalmente, infruttuoso e pregiudiziale – dibattito intorno al tema fede-ragione. Dibattito fede-ragione che era stato fiore all’occhiello del pontificato del fine teologo Joseph Ratzinger e di molti intellettuali vicini alla fede; alla ricerca di un fondamento razionale della fede, di una giustificazione filosofica del credere.

Si badi bene: il dibattito fede-ragione è stato una immensa, ma a tratti interessante, discussione, condita dall’esaltazione estatica – molto poco filosofica – di alcuni narcisi atei che hanno intravisto in questo dibattito uno spazio per loro, sfruttandolo e condendo il tutto alla ricerca di un razionalismo estremo che ha portato, al contrario, all’affermazione – ingenua e scontata – di una nuova fede (basti vedere il caso del matematico, e quindi non necessariamente filosofo, Odifreddi).

Ma tornando al nostro discorso principale, si diceva che il dibattito fede-ragione, alla ricerca di un fondamento razionale al fatto religioso, è stato totalmente espulso dalle priorità di Francesco. A quanto pare, il nuovo papa non ha la benché minima intenzione di manipolare un tema così spinoso e, secondo me, non-originario alla religione, che si fonda sul mito, non certo sull’analisi razionale della realtà.

In buona sostanza papa Francesco sta riportando al suo statuto originario e la Chiesa e le prospettive della fede, riproponendo la centralità dei temi etici piuttosto che dei temi metafisici. Francesco non è alla ricerca di una filosofia della religione, tutt’altro. Nell’intervista a Scalfari, su Repubblica, c’è una frase che colpisce e che avvalora – a mio avviso – la tesi che si è esposta: alla domanda se i mistici sono importanti per l’ambito religioso il papa risponde, laconico: «una fede senza mistici è una filosofia».
La separazione dei due ambiti è netta, inconciliabile, originaria, di metodo, che pone l’alterità dell’uno rispetto all’altro.

Papa Francesco, con l’affermazione della differenza originaria del campo filosofico e del campo religioso, secondo una mia valutazione, ha due intenti ben precisi. Il primo intento è quello di eliminare, ciò che egli rappresenta – la Chiesa – da una situazione sfavorevole, un’entrata in campo avversario – potremmo dire – che ha sfibrato la struttura lasciando la Chiesa ai suoi giochi di potere interni. Il secondo intento è quello relativo all’impianto profondamente politico che ha la Chiesa; i suoi gesti, la rinnovata povertà, la semplicità delle parole, l’avvicinamento – anche fisico – ai fedeli, la disponibilità personale, sono tutte novità piuttosto vistose. L’esaltazione delle masse nei confronti di papa Francesco non fa certo capo all’espulsione del dibattito fede-ragione, ma si fonda – all’insaputa dei più – proprio su questo: sulla riconquista di quel ruolo originario che ha la Chiesa, sia in campo teologico-metafisico che in campo etico e morale. (Su quest’ultimo punto è importante ricordare che Bergoglio fa parte dell’ordine dei gesuiti, ordine che nel Settecento venne eliminato dalle gerarchie ecclesiastiche.)

Tutti coloro che nei loro articoli criticano fortemente l’operato di Bergoglio, sono “intellettuali” che volevano si continuasse a ricercare ciò che cercava Ratzinger, insieme alla folta schiera dei così detti atei devoti.

Molti di coloro che lo esaltano stanno saltando sul carro del vincitore, perché di certo papa Francesco è un vincitore – almeno per ora -, sul parametro di valutazione che interessa molto alla Chiesa e si chiama consenso. In realtà Bergoglio sta facendo quello che deve fare un papa, gesuita e sud-americano, che è stato vicino alla teologia della liberazione e che è a capo – in questo frangente storico – di quella struttura, come si è detto prima, che dura da duemila anni perché è stata capace di leggere la realtà e i tempi in modo molto più pragmatico dei più grandi statisti.

Un aspetto positivo, però, è rintracciabile in questo scenario: ora, oltre a registrare il fenomeno, la filosofia dovrebbe giocare il ruolo di colei che avvalora la tesi della separazione fra fede e ragione, ma non – come fa il papa – riproponendo l’affermazione di una mitologia, bensì definendo i campi di azione e ritrovando per sé una legittimità che ha perso in favore di una egemonia culturale e politica che, il nuovo papa, sta cercando di riacquisire con tutta la sua forza e vigore.

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