Tutti gli argomenti a difesa della libertà di pensiero.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a diversi casi che hanno riportato in primo piano il problema della libertà di pensiero e di espressione. La reazione violentissima contro le vignette satiriche su Maometto che ha portato all’uccisione di un ambasciatore americano; la sentenza di condanna al carcere per reato di diffamazione nei confronti del giornalista Sallusti; la querela di un noto scrittore, Carofiglio, contro un critico che si era permesso di scrivere delle valutazioni negative sulle sue qualità letterarie sul proprio profilo Facebook. Casi diversissimi tra loro che meritano di essere discussi e analizzati soprattutto su un sito, come il nostro, che vuole fare filosofia non solo in ambito teoretico ma anche in quello pratico.

La libertà di pensiero è il grande principio posto a fondamento della nostra civiltà occidentale. Come ci insegna il nostro amico Spinoza, si tratta della libertà prima ed irrinunciabile e che, allo stesso tempo, è anche quella più facilmente e nascostamente manipolabile. Cardine posto a fondamento del Trattato teologico politico, la libertà di pensiero non è mai scontata ed è nostro compito capire quali sono oggi i pericoli che essa corre. Gianluca e poi Mauro hanno già scritto alcuni contributi in merito. Con questo articolo vorremmo aprire uno spazio aperto per tutti gli argomenti razionali a difesa del diritto di espressione e di opinione.

Cominciamo dalle vignette satiriche su Maometto. A questo proposito segnalo un intervento apparso sulla rubrica Opinionator del New York Times dal titolo: “Cosa c’è di sbagliato nella blasfemia?” di Andrew F. March, professore di scienze politiche alla Yale University. Come dice il titolo, l’articolo si concentra sul tema della cosiddetta blasfemia indicata implicitamente come generica critica del sacro (senza però darne definizione e questo costituisce un grave limite dell’articolo). Il prof. March inizia con l’elenco di tre premesse da cui svolgere l’intera argomentazione:

  1. gli esseri umani hanno un fortissimo interesse nel sentirsi liberi di esprimersi;
  2. il sacro è un oggetto proveniente da una costruzione umana e quindi il fatto che qualcosa sia chiamata sacra è insufficiente in se stessa per spiegare perché tutti gli esseri umani debbano rispettarla;
  3. il rispetto si dà alle persone ma non a qualsiasi cosa esse venerino, anche se alcune persone non distinguono questa differenza.

A partire da queste premesse l’autore confuta sei argomenti che giustificano la soppressione o la limitazione della libertà di espressione nei confronti delle religioni:

  1. La blasfemia trasgredisce un limite e vìola il sacro. Di fronte a questa frase, l’autore risponde con una domanda: quale ragione si dà ad altre persone di non violare il sacro se esse non sono d’accordo che x o y è sacra o ha qualche valore? Risposta: nessuna ragione.
  2. Dovremmo rispettare qualsiasi cosa le persone considerano come sacro o trattano come qualcosa di religioso. Certamente il fatto che qualcuno chiama sacro qualcosa mi deve dare l’occasione per pensare bene a quello che sto dicendo. C’è tuttavia un problema fondamentale di cui tener conto:  il fatto cioè che ammettere un principio simile fornirebbe un diritto di veto ad altre persone che possono dichiarare sacro ciò che io non ritengo tale;
  3. La gente è profondamente scossa dalle violazioni al sacro o agli oggetti nei quali c’è un forte investimento emotivo.  Si tratta di un argomento che ha la sua rilevanza. Tuttavia la sofferenza non può spiegare da sola la totalità delle nostre relazioni morali. La gente soffre per una varietà di cose diverse e non può essere invocata per restringere la libertà di espressione.
  4. La blasfemia è pericolosa. Il grande Hobbes giunse a dichiarare gli insulti come una violazione del diritto naturale, anche prima del contratto sociale. Egli non sarebbe stato sorpreso dalla reazione ai cartoni animati danesi: ogni segno di odio e disprezzo è più generativo di lotte e contese di ogni altra cosa, così che gli uomini preferiscono perdere le loro vite piuttosto che soffrire un insulto. In tal modo il fatto che una parola offensiva contribuisca ad uno scoppio di violenza è una buona ragione per non pronunciarla, spesso una ragione sufficiente. Il problema è: che tipo di ragione? Se pensiamo infatti che le nostre parole siano ragionevoli e che non intendano provocare, e nonostante ciò ci autocensuriamo, noi agiamo in nome della prudenza o della paura, trattando l’altro come irrazionale. Gli esseri umani non sono forse capaci di stabilire relazioni migliori di quelle fondate sulla paura reciproca?
  5. La blasfemia è un discorso che copre sentimenti d’odio. Certamente ciò è avvenuto ed avviene tuttora. Ma questo non significa che tutti i discorsi sui musulmani siano discorsi che mascherano sentimenti d’odio.
  6. La blasfemia rompe l’armonia sociale. Si tratta di un argomento diverso da quello delle pericolosità della blasfemia. Prendiamo l’esempio della satira protestante circa i vescovi cattolici che mangiano i bambini. Lì si tratta di un assalto ben più pericoloso di un attacco alle istituzioni cattoliche in quanto prende di mira i cattolici non come credenti ma come persone.

L’articolo si sforza poi di trovare degli elementi di appeasement con il mondo religioso sulla base di generiche obbligazioni di carattere sociale e politico. In questo caso però le argomentazioni non convincono soprattutto perché esse sembrerebbero rimettere in campo le affermazioni 2. e 3. che invece sono state confutate.

Riguardo al caso Sallusti la cosa è apparentemente più complicata. Qui non siamo in presenza di un reato di opinione ma di un reato di diffamazione, cioè di un deliberato tentativo di gettare discredito su altre persone affermando il falso. Non esiste un diritto d’opinione alla calunnia e quindi la sentenza contro il direttore del Giornale è giusta.
Le ragioni sono diverse. Prima di tutto perché chi ha scritto quell’articolo, contenente informazioni e fatti non veri, conosceva la legge e sapeva bene (a meno che non si voglia  presupporre nell’estensore dell’articolo un atteggiamento di sfacciata quanto poi ingenua impunità) a cosa andava incontro. La realtà è che il caso Sallusti non si sarebbe creato in un Paese sano che rispetta le leggi nella certezza della loro applicazione e dove la libertà di pensiero è scambio di idee anziché materia per attacchi personali. Chi, animato da spirito di ricerca della verità, avrebbe scritto un articolo del genere? La risposta è evidente: nessuno.
L’articolo incriminato poi non solo conteneva informazioni non veritiere, ma si caratterizzava per la violenza dei toni e delle parole: come è possibile, in nome della difesa del diritto alla vita, invocare apertamente la pena di morte? Tutto si può dire meno che quello scritto contenesse delle opinioni dette con animo semplice e senza ira e che invece sia stato scritto, come diceva Spinoza, «per accusare il magistrato di iniquità e renderlo odioso al volgo» (TTP XX, 7). Propriamente dunque il contenuto di quell’articolo  non rientra nel campo delle opinioni ma piuttosto delle opinioni sediziose che, in quanto tali, non possono essere permesse in un ordinamento che voglia dirsi democratico.

Vorrei segnalare infine un recentissimo articolo apparso sulla medesima rubrica del New York Times, nella quale si evidenzia, facendo riferimento ad un articolo apparso su Filosofie magazine, come l’Islam abbia causato indirettamente, in Olanda, un grande ritorno della filosofia sulla scena pubblica. Molti caffé e locali pubblici tengono regolari letture e discussioni e i libri di filosofia diventano regolarmente dei best-seller. Domande quali Che cos’è l’illuminismo?  Quali sono i valori dell’Occidente? La democrazia è antitetica alla religione? ecc. stanno riguadagnando la scena pubblica. Ogni commento sul legame di questa nazione con Spinoza è ovviamente superfluo.

2 Comments

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Interessante il pezzo di Maurizio. Mi limiterò con parole povere (e cioè le mie) ad abbozzare alcune riflessioni che mi sono sorte spontanee nel leggere questo o quel passaggio del medesimo.Deve essermi sfuggito (il che non è affatto sorprendente, intendiamoci) qualcosa circa il pensiero di Spinoza in proposito. Vado a spiegarmi cercando di essere almeno sintetico.
Non vedo come la libertà di pensiero, di per sé, possa essere sopprimibile per decreto per così dire. Il pensiero non è imprigionabile,”puoi mettermi in prigione ma non riuscirai mai a mettere in gabbia le mie idee e i miei pensieri”. Quante volte abbiamo letto nei libri di storia una frase del genere detta o messa in bocca a questo o quel personaggio? Un regime dispotico e dittatoriale può tutt’al più -ad esempio come la storia ci insegna attraverso il totale controllo dei mezzi di comunicazione e informazione- cercare questo sì, di manipolare e condizionare la capacità di pensiero critica di un numero il più possibile consistente di cittadini. Altra cosa è la libertà di espressione, questa sì manipolabile e financo sopprimibile per decreto come la storia (anche qui) ci insegna, posto che oggi nell’era di internet e delle comunicazioni globali, una tale misura non sembra più di così semplice attuazione. È la limitazione o soppressione della libertà di espressione, quanto meno sul terreno della politica e più in generale della cosa pubblica, la prima e più importante preoccupazione di chi instaura una forma di governo non democratica. È perfino ovvio che sia così, costituendo peraltro tale misura la prima e più importante garanzia che ha -una siffatta classe dirigente- di mantenersi al potere e non potrebbe del resto essere diversamente “per la contradizion che nol consente”. Naturalmente,si può replicare che quando si parla di libertà di pensiero,si intende implicitamente contemplare la libertà di manifestarlo il pensiero se non altro perché una libertà di pensiero che non abbia la possibilità di manifestarsi e tradursi se nel caso in azione politica, non saprei quale significato possa precisamente avere. Qui però torno a Spinoza, il quale invece (se non ho capito ed interpretato male le parole di Maurizio in occasione dell’ultimo ritiro) una distinzione tra i due concetti di libertà di pensiero da un lato e di libertà di espressione dall’altro sembra proprio teorizzarla, laddove in sostanza (nell’ambito di una visione paternalista se vogliamo del rapporto tra governanti e governati) circoscrive e delimita l’opportunità di esprimersi criticamente contro il potere costituito. E,come mi pare sostengono alcuni (lo faceva con la verve che gli è propria il nostro Giovanni mi pare) con una interpretazione che lo stesso Maurizio trova legittima, lo stesso Trattato Teologico Politico è a suo modo un esempio della prudenza, della cautela e dei limiti con i quali la libertà di pensiero doveva (o poteva?) esprimersi. Naturalmente, Spinoza era uomo del suo tempo (lontanissimo dal nostro) e gli stessi concetti di cui parliamo non poteva di certo declinarli dandogli il significato che gli diamo noi oggi uomini del ventunesimo secolo ed anzi, abbiamo ampiamente appurato che per quelli che erano i tempi bui nei quali il filosofo olandese si trovò a vivere, di coraggio Spinoza ne ebbe perfino troppo pagandone poi personalmente il prezzo. L’intervento di Maurizio ci porta poi all’attualità anche quella politica, terreno di per sè scivoloso per un ambito di discussione come quello che caratterizza il gruppo e che quindi maneggerei con cautela. Mi limito a dire due cose;il ricorso sempre più frequente alle querele e alle azioni giudiziarie per quello che dice tizio o per quello che scrive caio che giustamente Maurizio segnala, mi risulta sia una consuetudine prettamente italica che si spiega semplicemente con l’imbarbarimento del confronto e della dialettica politica scaturito dall’avvento (avvenuto vent’anni fa) della cosiddetta “seconda repubblica” con bipolarismo annesso. Il caso Sallusti mi pare un episodio (uno dei tanti) figlio di tale degenerazione e di quella legata ai cattivi rapporti tra una parte della magistratura e una parte del ceto politico conseguenti anche questi,alla rottura degli equilibri politici ed istituzionali che avvenne nei primi anni 90. È superfluo sottolineare che concordo con chi sostiene che-come avviene mi pare nella totalità o quasi democratici-una misura detentiva non possa e non debba essere contemplata in casi del genere.

    Credo che hai colto bene il senso del mio intervento e la stessa concezione di Spinoza in merito. Tranne per una cosa. La distinzione tra libertà di pensiero e libertà di espressione, cioè tra quello che si pensa e quello che si dice, non discende affatto da una visione paternalistica del rapporto tra governanti e governati. Il paternalismo esiste, in questa materia, laddove quello che dicono i governati coincide con quello che i governanti vogliono sentirsi dire. Ovvero in un rapporto di sudditanza anziché di cittadinanza. Niente cioè di più estraneo allo spirito di Spinoza dove la dialettica è tra uomini ragionevoli nei quali non alberga e non può albergare la paura reciproca e dove il dialogo non viene fatto per secondi fini ma soltanto per la costruzione di uno spazio politico nel quale la libertà di ciascuno sia aumentata anziché diminuita. Quella distinzione quindi è fatta per il solo caso in cui il pensiero stesso sia cattivo o, appunto, sedizioso fatto cioè soltanto per spirito di ribellione (la quale, come sai bene, non porta mai a nulla di positivo proprio perché non nasce dalla ragione).

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