Tutti a bordo del volo 93 della United Airlines?

aereo passeggeri

Un sito dedicato alla filosofia, nonostante la natura spesso caotica (o apparentemente tale) della rete, non può rinunciare ad un’impostazione sistematica dei propri contenuti e alla chiarezza della propria proposta filosofica. In questa direzione, a partire da gennaio, RF riserverà regolarmente alcune uscite settimanali a temi o ambiti specifici della filosofia. La prima domenica del mese sarà dedicata al rapporto tra filosofia e politica, tema imprescindibile quanto scabroso per chi si occupa della prima (al contrario di quanto accade per chi si occupa della seconda che spesso si dà facilmente arie da filosofo). La serie avrà come titolo Il filosofo e la città: la meditazione come più alta forma d’azione e non sarà un altro capitolo dell’insopportabile dibattito sul ruolo degli intellettuali nella società. Piuttosto, passeremo in rassegna quei testi e quei pensatori che costituiscono imprescindibili punti di orientamento per comprendere la questione così come si presenta in qualsiasi momento storico, non solo in quello attuale (ricordiamoci che siamo malati di storicismo). In questo articolo, siccome la filosofia è tale in quanto, dichiarato un lato del problema, prende avvio da quello opposto, presentiamo il caso in cui alcune posizioni politiche o culturali hanno cercato di legittimarsi facendo anche ricorso al pensiero di un determinato filosofo.

 

«Charge the cockpit or you die», entra nella cabina di pilotaggio o muori: è il grido con cui i passeggeri del volo 93 della United Airlines si ribellarono ai loro dirottatori dell’11 settembre 2001 per poi schiantarsi, anziché sulla Casa Bianca, su un bosco della Pennsylvania. Con l’articolo The Flight 93 Election, pubblicato nel settembre del 2016 alla vigilia delle elezioni che hanno eletto Trump a presidente degli Stati Uniti, l’episodio è stato utilizzato dal Claremont, noto e influente istituto di ricerca politico filosofica che vuole incarnare i valori dell’autentico conservatorismo americano, come manifesto ideologico del nuovo corso politico. L’articolo, firmato con lo pseudonimo Publio Decio Mure, il console plebeo romano che si sacrificò eroicamente nella battaglia contro i Sanniti, attribuisce a Trump il merito di aver messo al centro dell’agenda politica la questione dell’interesse nazionale (oggi detto sovranismo) contro i “poteri forti” del globalismo grazie ad una serie di principi e azioni che si riassumono nella dottrina dell’America First (tra cui il Thymos, ovvero l’ambizione e il coraggio nelle decisioni politiche). La tesi di fondo è quella di provare in tutti i modi, anche con personale improvvisato, ad invertire una rotta che ormai porterebbe lo Stato a rovina certa.

In tale contesto, il Claremont rivendica da tempo l’eredità intellettuale e filosofica di Leo Strauss, uno dei più grandi pensatori della filosofia politica contemporanea1. Si tratta di un dibattito che dura ormai da diversi decenni e che è esemplificativo dei problemi che s’incontrano quando si vogliono legittimare determinate posizioni politiche attraverso le dottrine di un filosofo2. Secondo alcuni Strauss, esiliato negli anni trenta negli Stati Uniti a causa delle sue origini ebraiche, avrebbe fornito le parole chiave all’attuale amministrazione americana e a coloro che intendono rifarsi al recupero forte e pragmatico delle idee sulle quali è fondata l’identità occidentale: spirito critico e diritto naturale prima di tutto ma anche un atteggiamento realistico nei confronti della politica (così come avevano fatto Machiavelli e Spinoza). Secondo altri invece si deve considerare la circostanza che proprio l’elezione di Trump ha rimesso al centro della riflessione filosofica il tema prediletto del pensatore tedesco-americano, quello della deriva tirannica del potere3. Leo Strauss è in realtà pensatore fine, spesso sibillino, non facile da inquadrare in entrambe le posizioni. Noto per la tesi del dualismo tra Gerusalemme ed Atene, cioè l’aver posto il problema politico nell’ambito del conflitto tra teologia e filosofia, Strauss sostiene la responsabilità civile del filosofo il quale deve operare una scissione tra il momento teoretico (l’aspetto cioè esoterico o ascensivo della sua dottrina) che ha di mira la doxa e i miti indiscussi della città e il momento retorico (l’aspetto essoterico o discensivo) che deve tener presente, in vista del ritorno alla caverna platonica per la liberazione degli uomini, proprio quella doxa che egli combatte. Avremo modo di tornare in maniera approfondita sull’argomento. Per ora ci basti osservare che la metafora del Claremont (a cui è seguita una trasmissione radiofonica con lo stesso titolo) può essere utilizzata anche come  rivisitazione contemporanea dell’antico dilemma se il filosofo debba o meno rimanere al timone o comunque a bordo della nave dello Stato soprattutto in tempi in cui essa è scossa da venti tempestosi4.

Noi ci domandiamo: perché la filosofia deve occuparsi di politica se, come dice Spinoza, i politici scrivono di politica meglio dei filosofi?5. La risposta è dovuta al fatto, come spiega lo stesso autore nelle pagine iniziali del Trattato sull’emendazione dell’intelletto, che il sommo bene consiste non solo nel pervenire alla conoscenza delle leggi della natura ma nel farlo insieme ad altri in quanto «è costitutivo della mia felicità adoperarmi a che molti altri intendano la stessa cosa che intendo io, affinché il loro intelletto e la loro cupidità convengano pienamente con il mio intelletto e la mia cupidità»6. Insomma una realistica questione di benessere collettivo che deriva dalla potenza della moltitudine.

Cominceremo con Seneca e il ritiro del filosofo descritto nel De otio. Poi Senofonte e suoi Memorabilia, ovvero il filosofo come maestro di politica. Quindi Lessing e la riflessione sull’utilità del mito per passare poi al Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Non mancherà poi lo Strauss di Scrittura e Persecuzione (testo fondamentale per capire la posta in gioco per i filosofi quando mettono mano al problema della politica), così come il Gerone di Senofonte su cui proprio Strauss ha teorizzato la necessità del recupero degli antichi. Vedremo poi i Consigli politici di Plutarco, L’Antico regime e la rivoluzione di Tocqueville, il Saggio sui rapporti tra intellettuali e potenti di D’Alembert per arrivare a testi contemporanei come Il potere dei senza potere di Vaclav Havel e a quello tutto italiano di Politica e cultura di Norberto Bobbio. La serie segnerà l’inizio della collaborazione di RF con la nostra amica “berlinese” Eleonora Travanti che al tema dedica da anni le sue risorse fisiche ed intellettuali.


  1. V. a questo proposito gli articoli sulla Claremont Review of Books di T. Pangle, The Legacy of Leo Strauss, Autunno del 1984 e di H. V. Jaffa, The Legacy of Leo Strauss defended nella Primavera 1985 (tutti disponibili online). Anche Politico Magazine, riferendosi alla presidenza Trump, ha tirato in ballo altri filosofi tra cui Burke, Oakeshot e soprattutto Tocqueville 

  2. Per ricostruire solo alcuni aspetti recenti del dibattito si veda sulla Claremont Review of Books T. Pangle, The Platonis of Leo Strauss, Giugno 2014; ancora S. Goldman, What Socrates, Aristotle and Leo Strauss can teach us about Donald Trump, The Washington Post, 15 novembre 2016. Il dibattito è stato ripreso sui giornali tedeschi in particolare da Die Zeit con gli articoli di T. Assheur, Das Recht bin ich del 17 maggio 2018 e da M. Brumlik, Gerechtigkeit für Leo Strauss!  del 24 maggio 2018 

  3. V. The Economist del 27 gennaio 2018 che, facendo riferimento ad una certa letteratura, sostiene come la presidenza Trump costituisca una pericolosa inclinazione verso la tirannia 

  4. V. anche, per un approccio più critico alla questione da parte dello stesso Claremont, il seguente articolo su The American Mind 

  5. Trattato Politico, cap.I, 2 

  6. TIE, 13-14 

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