Tu chiamali se vuoi esperimenti filosofici mentali

Esperimenti mentali

Quante volte nella vita di ogni giorno utilizziamo esempi, immagini, metafore per rendere più chiari pensieri la cui spiegazione sarebbe altrimenti prolissa e faticosa? Allo stesso modo, fin dalle sue origini, la filosofia ha fatto uso di tali strumenti per formulare e dare risposta ai problemi metafisici e concettuali nei quali è riposta la sua natura. È stata proprio la filosofia greca ad incominciare tale prassi utilizzando quel mito che aveva fino ad allora nutrito la religione. Da quel momento, non è esistito filosofo che non sia ricorso almeno per una volta nella sua produzione scritta e orale a tali figure retoriche (chiamate anche con il nome di paradossi, experimenta crucis, allegorie, studio di casi, ipotesi). L’ultimo nome per designarle (oggi di moda) è quello di esperimenti filosofici mentali per i quali si sono spesso tuttavia intesi, soprattutto a causa della filosofia analitica, casi estremamente specifici e tecnici. Ogni terza domenica del mese, RF dedicherà a loro una serie (in qualsiasi modo essi si vogliano chiamare) non solo per comprendere i contesti da cui sono scaturiti e i problemi teorici ad essi sottesi ma anche come esercizio filosofico utile per imparare a pensare.

 

All’inizio fu il mito
L’utilizzo del mito per scopi filosofici fu iniziato dal grande e venerando Parmenide il quale, per presentare il senso dell’essere e la confutazione del nulla, in una sorta di visione notturna, immaginò se stesso su un carro dalle ruote sibilanti tirato da alcune cavalle mentre percorreva una strada ai cui lati una fila di fanciulle indicavano solennemente la via: immagini che conferivano al racconto, e alla dimensione teorica che intendeva sostenere, una potenza evocativa altrimenti difficile da raggiungere. A questa sorta di allegoria filosofica fece seguito il massiccio utilizzo del mito da parte di Platone con in testa il celeberrimo mito della caverna, racconto fondante dell’Occidente a valenza etica, gnoseologica e soteriologica allo stesso tempo.

I medievali, messo da parte il mito per rinserrare le proprie argomentazioni in ferree catene logiche, furono invece maestri di casi (detti quaestiones) attorno ai quali decidere la validità o meno di una certa dottrina: si veda, solo per rimanere agli esempi più celebri, il caso dell’asino di Buridano in merito alla confutazione del determinismo a favore del libero arbitrio oppure il celebre rasoio di Occam come principio metodologico che giustifica la scelta più semplice in situazioni complesse.

Nell’età moderna Francesco Bacone, avversario del pensiero di Aristotele, fu colui che scrisse Della sapienza degli antichi, saggio che faceva ricorso a 31 miti tratti dalla tradizione greca per discutere e provare tesi di carattere filosofico. Cartesio, a parte il noto esperimento mentale del genio maligno come test per verificare la validità della conoscenza umana, sostenne addirittura una sospensione del giudizio e una morale provvisoria (a rigor di logica in sé contraddittorie) utili per discutere e decidere su casi concreti dell’esperienza in attesa della morale e della verità definitiva. Nello stesso periodo si ebbe poi Galileo Galilei con quello che rimane forse l’esperimento mentale più famoso della storia della filosofia, la caduta dei corpi per spiegare la legge di gravità. In questa carrellata per niente esaustiva s’incontra poi Locke con il racconto del principe e del calzolaio per spiegare il problema dell’identità personale.

La Critica della ragion pura di Kant, esplicito filosofo dell’als ob (come se), era un gigantesco esperimento della ragion pura, così come del resto la stessa Critica della ragion pratica costituita da un continuo elenco di experimenta crucis tramite i quali provare la giustezza della propria teoria. E che cos’è infine quel “peso più grande” nietzscheano contenuto nella Gaia Scienza se non un esperimento mentale escogitato per sapere in anticipo se si è in grado di sopportare la dottrina dell’eterno ritorno?

Gli esperimenti mentali, nome nuovo per una pratica antica
È stata la filosofia del linguaggio ed il neopositivismo a riportare tali figure al centro dell’attenzione filosofica con il nome di esperimenti mentali. La formula è da attribuire a Ernst Mach, al quale seguì una letteratura volta a stabilirne i caratteri tipici. Negli esperimenti mentali ritroviamo infatti spesso la medesima struttura: un’ipotesi (normalmente introdotta da frasi tipo “supponiamo che…”, o “prendiamo il caso di…”, o “facciamo finta che…”) alla quale si associa uno scenario spesso non aderente ai fatti. In un bel testo apparso nel 2012 in lingua tedesca, Philosophische Gedankenexperimente, si distinguono quattro gruppi di esperimenti mentali, ovvero quelli che 1) si esplorano con il pensiero, ovvero in riferimento a pure dimensioni spirituali (come quelli di Platone); 2) si riferiscono a mondi possibili ed immaginari; 3) offrono forme particolari di argomentazioni; 4) stabiliscono un modello mentale grazie al quale giungere a sicure conseguenze. In senso tecnico un esperimento mentale presenta un enunciato che suppone la falsità del suo contenuto in quanto contrario alla realtà dei fatti (detto per questo “controfattuale”). Tuttavia, come già accennato, quello che ci interessa non è delineare una specificità degli esperimenti mentali in senso analitico, quanto piuttosto mostrare e discutere la loro rilevanza etica e teoretica nella storia della filosofia.

L’importanza della topica per la filosofia
In questo esercizio non meno importante sarà mostrare la dimensione retorica utilizzata allo scopo di allenare la mente al pensiero filosofico. Riprendere e dedicare agli esperimenti mentali uno spazio specifico significa per noi di RF offrire una proposta che vede nel recupero della topica, ovvero l’arte della ricerca degli argomenti che deve precedere il giudizio di verità, un ruolo di primo piano. In questo senso facciamo nostro il programma espresso da Giambattista Vico nel De Ratione: in quel parlare acuto in cui consiste il discorrere filosofico, un posto rilevante sia occupato dalla metafora, la quale, se da una parte segnala un parlare non esatto, dall’altra rinforza l’eloquenza e l’efficacia dell’argomento. Da questo punto di vista, l’esperimento mentale (inteso in senso generale), non richiedendo particolari sforzi e lunghe catene di ragionamenti, si presenta anche come ottimo strumento divulgativo della filosofia.

Cominceremo con Antigone, l’eroina tragica di Sofocle, da cui Hegel fu ispirato per la narrazione della genesi e dello sviluppo dello spirito assoluto. Continueremo poi con la grotta di Posillipo di Schopenhauer, immagine utilizzata per risolvere le aporie del rapporto tra volontà e rappresentazione (aporie la cui soluzione, come vedremo, diede vita ad ulteriori paradossi). Il terzo esperimento ad essere presentato nella serie sarà quello della macchina dell’esperienza con la quale Robert Nozick, attraverso la giustificazione del più radicale libero arbitrio, proponeva il passaggio allo Stato ultraminimo. Non mancheranno poi il racconto dell’anello di Gige, il cervello nella vasca, la stanza cinese, l’ipotesi annichilatoria ed altri esempi che ancora oggi conferiscono alla filosofia quell’aura di semplicità e complessità in cui consiste il suo eterno fascino.

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