The Imitation Game (Spinoza e l’educazione, II)

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Uno degli aspetti più innovativi della visione antropologica di Spinoza è la dottrina dell’imitazione degli affetti introdotta nell’Etica in E3P27 in cui si afferma che «se immaginiamo che una cosa a noi simile, per la quale non abbiamo provato alcun affetto, sia presa da un qualche affetto, per ciò stesso siamo presi da un affetto simile». La proposizione dice due cose importanti. Prima di tutto che gli affetti sono il prodotto delle modificazioni reciproche indotte dal contatto tra corpi simili. In secondo luogo che gli affetti nascono prima di qualsiasi riflessione che gli uomini possano fare su di essi. Ciò dimostra che l’essere umano è determinato da un fascio di forze su cui non ha un immediato controllo e il cui gioco si svolge a prescindere dai suoi stati mentali. Con Spinoza, anche se così potrebbe non sembrare, ci troviamo agli antipodi di qualsiasi intellettualismo socratico. Altri filosofi e scrittori teorizzeranno l’imitazione degli affetti in vario modo. Hobbes e Shakespeare, per quanto riguarda il suo secolo, per passare da Hegel fino a giungere a René Girard, filosofo ed antropologo francese scomparso poco più di due anni fa, che l’indicherà con il nome di rivalità mimetica, desiderio del desiderio altrui.

 

Comprendere l’immaginazione prima di tutto
E3P27 è usata in altre ventuno proposizioni dell’Etica, un numero elevato che dimostra la sua centralità per lo sviluppo del sistema. Essa si fonda a sua volta su E2P16 ed E2P17, con le quali viene stabilito il principio che gli affetti nascono dall’immaginazione. Necessario su questo aprire una parentesi. Dire immaginazione significa dire conoscenza confusa, inadeguata e, ciononostante, necessaria. Il mondo ci si dà come apparente, dove apparente non significa che l’apparenza si dia senza leggi, ma che non può prescindere dalle condizioni soggettive della ricezione. Quindi non posso dire “il mondo è così”, ma “il mondo è come mi appare” dove questo apparire è un apparire che avviene secondo leggi necessarie. Questa è la novità che troviamo per la prima volta nelle pagine di Spinoza e che sarà ripresa da buona parte della filosofia moderna e sviluppata in maniera sistematica  Schopenhauer. La rappresentazione obbedisce a leggi necessarie della natura, sia fisica che psichica. Spinoza sostiene che le idee inadeguate si producono nella nostra mente con la stessa necessità con cui si producono le idee adeguate. Tutte però si producono secondo leggi della natura tant’è che anche quando noi sappiamo che certe rappresentazioni non sono vere, il saperlo non modifica quelle rappresentazioni. È il caso dell’esempio del bastone che nell’acqua si vede come spezzato: la conoscenza vera non modifica le leggi della rappresentazione apparente, che ci fanno vedere il bastone come spezzato, ma ci consente di non cadere in errore sostenendo che il bastone nell’acqua è spezzato. La conoscenza vera ci consente di evitare quel giudizio, cioè di dire è o non è, ma non modifica l’apparenza della rappresentazione. L’immaginazione viene pensata, diversamente da quello che avveniva in Cartesio, come una forma di conoscenza necessaria e sottoposta a leggi precise sicché se conosciamo la natura dell’immaginazione noi non possiamo se non attribuire questa natura a una potenza della mente perché l’immaginazione di per sé non implica errore. L’errore consiste nel giudizio, non nell’immagine. Non è erroneo vedere una bastone spezzato nell’acqua: è erroneo dire che è il bastone è spezzato, affermazione fatta perché privi di quella conoscenza che ci deriva dalla conoscenza delle leggi della visione. L’errore, diversamente da quello che diceva Cartesio, non si compie per prevaricazione della volontà sull’intelletto ma per mancanza di conoscenza.

Non desiderare il desiderio di altri
Questa parentesi è il presupposto fondamentale per la comprensione degli affetti e della difficoltà nella loro gestione che si fa proibitiva se si pretende, come spesso avviene in quel luogo affollatissimo di affetti che si chiama scuola, di organizzarli attraverso richiami moralistici, razionalistici o peggio ancora, disciplinari. Comprendere invece come l’educazione non possa prescindere dall’immaginazione è il primo passo verso una didattica che abbia un qualche successo. Gli affetti si producono con la stessa necessità con cui si producono le immagini, sicché sapere che un certo affetto è sbagliato di per sé non lo modifica: l’unica cosa da fare è produrre un affetto contrario e più forte che lo può sopprimere o emendare. Per Spinoza la conoscenza, di per sé, non produce nulla. A meno che non sia talmente chiara e distinta da generare un affetto così potente (chiamato addirittura con il nome di amor dei intellectualis) in grado di vincere su tutti gli altri.
Prima di giungere a ciò non bisogna altresì dimenticare che dalla dinamica dell’imitazione degli affetti nasce una serie numerosa di composizioni in cui affetti buoni o cattivi per l’individuo finiscono anche per mescolarsi. Basti pensare al caso dell’emulazione, ovvero l’imitazione di ciò che si giudica onesto ed utile il quale, come Spinoza stesso riconosce, è congiunto ad un affetto negativo (l’invidia) tanto più forte quanto maggiore è l’amore per la cosa di altri. Tesi che discende da un’osservazione di carattere pedagogico che Spinoza inserisce in E3P32scolio secondo cui: «Sperimentiamo che i bambini, essendo il loro corpo come in continuo equilibrio, ridono o piangono solamente perché vedono altri ridere o piangere; e qualunque cosa vedono fare agli altri desiderano subito imitarla e desiderano infine per sé tutto ciò da cui immaginano che altri traggano diletto, poiché le immagini delle cose, come abbiamo detto, sono le stesse affezioni del corpo umano, ossia i modi con i quali il corpo umano è affetto dalle cause esterne e disposto a compiere questo o quello». Proposizione che segue a quella terribile per cui gli uomini, guidati dall’ambizione, vogliono tutti la stessa cosa e così facendo finiscono per odiarsi l’uno con l’altro.

Insegnamento come arte della giusta resistenza verso le passioni
L’autore di Spinoza and Education sostiene che in se stessa l’imitazione degli affetti non è né buona né cattiva e che, nel campo educativo, ha il merito di mettere in rilievo il ruolo del docente come modello. L’insegnante spinozista agisce cioè come un nutrizionista ottimista (secondo un’espressione tratta da un saggio di Della Rocca che abbiamo recensito in passato) che educa gli studenti al modo migliore per fruire dei cibi di cui ci si nutre. Una delle regole da applicare è quella di saper rinunciare ad un bene presente per uno futuro più grande. In questo conta il saper resistere alle passioni in cui un compito importante è affidato, come dimostra la pratica, proprio dal lavoro in gruppo tra studenti (peer-education). La dottrina dell’imitazione degli affetti è finalizzata al riordino delle idee, cioè a separare gli affetti passivi da quelli attivi, quest’ultimi derivanti dalla conoscenza adeguata. Grazie ad essa il conatus egoistico verso l’autopreservazione si volge nello sforzo per costruire una società razionale e florida. Circondarsi di altri che cercano la medesima cosa è condizione essenziale per sfruttare il meccanismo dell’imitazione degli affetti. La formula coniata da Dahlbeck è che l’insegnamento in senso spinozistico deve essere inteso come l’arte di offrire la giusta dose di resistenza in cui la sfida è quella di condurre lo studente ad un senso di soddisfazione più durevole di quello fornito dalle passioni. La nozione di resistenza – spiega il ricercatore svedese – può essere concepita in termini di superamento di piaceri temporanei che sbarrano la strada verso lo sviluppo di soddisfazioni più durevoli e consistenti. Essa si concretizza nei cosiddetti dettami della ragione, vere e proprie regole di vita, che Spinoza teorizza come sostituti temporanei della conoscenza adeguata. Ne citiamo tre a titolo di esempio: scegliere tra due mali quello minore (E5P10); l’idea che l’odio si vince con l’amore (E4P46); il mantenere un’amicizia e i benefici del condividere con altre persone (E4P18). Se si è scettici nel raggiungere la conoscenza che genera amor dei intellectualis, un modo per tendere ad essa consiste proprio nel seguire e praticare i dettami della ragione.

La potenza risolve ogni cosa (anche nella didattica)
La chiave per l’educazione, ammette implicitamente Spinoza in E2P49, resta la comprensione dell’identità di intelletto e volontà. Essa viene dichiarata come da conoscere assolutamente sia per la speculazione sia per condurre un sano regime di vita. Anche in questo caso vale la pena spendere due parole di chiarimento. Spinoza non intende la volontà come la facoltà di desiderare o non desiderare, cioè la cupidità, quanto piuttosto la facoltà di affermare o negare. In altre parole, la volontà coincide con il giudizio il quale, posto dall’idea, è la stessa idea cosicché la volontà altro non è che un modo di pensare. L’idea, vale la pena di ribadirlo, non è né l’immagine, che dipende dal corpo, né una specie di pittura muta in un quadro (secondo la metafora utilizzata dal filosofo) perché essa, modo del pensare, implica sempre l’affermare o il negare. Questa identità di intelletto e volontà viene discussa in maniera profonda e circostanziata da Spinoza. Tra i quattro argomenti elencati nel lungo scolio di E2P49, assume particolare rilievo il terzo nel quale fonte dell’errore (cioè della distinzione tra intelletto e volontà) è il continuo scambiare l’ideale con il reale, l’universale con il particolare (ad esempio credere di stabilire l’essenza di Pietro una volta stabilita l’essenza dell’uomo). In realtà, dice Spinoza, abbiamo bisogno di una maggiore potenza per affermare ciò che è rispetto a ciò che non è, ciò che è vero da ciò che è falso. Potenza fornita a sua volta dall’adeguazione dell’intelletto alla cosa e che esclude il parlare generico, come la chiacchiera o il discorso impreciso, che implicano la pura indifferenza rispetto alla cosa di cui si parla. Del resto, e chi ha esperienza di insegnamento non può non riconoscerlo, gli studenti sono ancora tra i pochi che riescono a distinguere chi parla con potenza (e riesce ad essere credibile) da chi parla con debolezza (e di conseguenza non è nemmeno ascoltato). Ma gli insegnanti di oggi, ci chiediamo, dove trovano il loro imitation game?

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