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“Short-termism”: una nuova sindrome, ma da curare all’antica.

Sfogliando l’ampio inserto culturale con cui il quotidiano La Repubblica arricchisce il proprio numero domenicale, mi sono imbattuto in un articolo molto interessante, dal titolo: “Il Brevismo” di Stefano Bartezzaghi, sul quale potrebbe rivelarsi interessante riflettere insieme. “Nel lungo periodo siamo tutti morti”, inizia con questa citazione di J. M. Keynes l’articolo in questione, che pone prepotentemente l’accento, come suggerisce in maniera piuttosto eloquente il titolo stesso, sulla “sindrome da breve termine” che attraverso le parole dell’autore viene meglio definita come: “Ansia dell’esito, impazienza dell’evidenza, pretesa dell’immediata verifica”.
Scorrendo rapidamente e con una certa piacevolezza le diverse colonne di questo articolo, s’accresce sempre di più un vago senso di sconfitta. Sì, è proprio questa la parola più adatta a mio avviso, sconfitta, perché riga dopo riga preme sempre più forte la convinzione che, per quanta attenzione sia stata prestata, anche noi siamo caduti vittime del celebre aforisma di Seneca: “Il tempo a nostra disposizione non è poco, è che ne sprechiamo molto”. E, seppur indirettamente, anche l’autore sembra essere d’accordo con me nell’affermare che ogni giorno siamo circondati e immersi in migliaia di gare di velocità, dalle palestre, alla connessione internet , alla dieta, tutto ci viene promesso all’insegna di un “tutto e subito” che ha sostituito la rapidità allo status di valore, senza considerare che questa degenera sempre più facilmente in fretta, che com’è noto, è una cattiva consigliera.
E proprio quest’ultima si sta rivelando decisiva anche nel panorama economico contemporaneo, in cui l’economia reale è sempre più vittima di giochi e speculazioni finanziarie, la cui unica regola consiste in un saldo positivo al prossimo rendiconto trimestrale, in barba a tutte le nostre speculazioni filosofiche su come poter apprendere giorno per giorno a vivere virtuosamente. Per questo risulta difficile non essere d’accordo con l’autore quando afferma: “Di un eventuale mondo fatto (esclusivamente) di tweet, birrette, trafiletti e sveltine a preoccupare non è il decremento in termini di estetica ed edonismo (che pure): a preoccupare è l’affano”.
Di fronte a simili affermazioni risulta pressoché impossibile resistere alla tentazione di riprendere in mano le lezioni dei grandi maestri classici e di brandire le loro opere come delle spade con le quali recidere ogni legame ideologico con la nostra contemporaneità. Con questa parole non voglio mettermi alla testa di una crociata votata allo sterminio dell’immenso patrimonio tecnologico e scientifico raggiunto dall’umanità nei secoli, ma ad accondiscendere rassegnato al famoso “ormai i tempi sono cambiati” e mescolarmi nella dilagante mediocrità non ci sto. “Se il maestro diceva: Non è mai troppo tardi. Gli allievi rispondono: Non è mai abbastanza presto”, scrive l’autore, affermando in seguito come l’essenza del brevismo sia una petizione di principio: “Qualsiasi cosa, per definizione, può essere più veloce e costare di meno o rendere di più”; a questo punto però risulta evidente che la velocità è stata tramutata in fretta, la quantità è divenuta qualità e il meglio si è rovesciato in peggio. Che ne è dell’otium tanto caro ai latini? Che ne è degli insegnamenti de Il sabato del villaggio di Leopardi? Possibile che sia stato tutto rinnegato? Possibile che più di duemila anni di cultura possano venir dimenticati così? O forse, come sostiene Bartezzaghi, tutto questo non è affatto casuale? Se sono queste le sue parole: “Gli automobilisti più veloci sono quelli che fanno a meno del codice della strada: allo stesso modo, il brevismo fa a meno della cultura”, chi potrebbe astenersi dall’invocare a gran voce la venuta di Zarathustra affinché possa scuotere questo mondo col suo vento gagliardo? Ancora una volta la risposta a questo nuovo male, sembra risiedere nell’appassionata lentezza dello studio degli antichi, che oggi più che mai sembrano sfuggire agilmente alle trame del nome che li identifica e li vorrebbe come “roba per tempi andati”; le malattie dell’uomo s’aggiornano coi tempi, le cure dello spirito invece, resistono immutabili, inattaccabili, eterne.

 

L’enigma del Tempo.

All’interno della Festa di Scienza e Filosofia , organizzata a Foligno (PG) dal Laboratorio di Scienze Sperimentali, sono intervenuti anche alcuni filosofi che, spesso con un taglio più scientifico, hanno trattato temi interessanti e stimolanti. Il caso del professor Giacomo Marramao è uno di questi. Infatti nella sua lectio il professor Marramao ha analizzato il concetto di tempo, fra fisica e filosofia, spiegando rapidamente la concezione del tempo all’interno della teoria della Relatività di Einstein, e facendo un rapido excursus sull’idea di tempo nella filosofia occidentale, per poi dare la propria idea di tempo.

Nella teoria della relatività non mi inoltro, anche per una riconosciuta incapacità personale, ma provo a delineare le due concezioni principali – secondo Marramao – nella filosofia greca rispetto al tempo: quella aristotelica e quella platonica.

Marramao analizza così le due posizioni:

  • Aristotele, nel libro IV della Fisica, descrive il tempo come numero del movimento secondo il prima e il poi. E Marramao interpreta questo passo come la necessità che ci sia “qualcuno”, o “qualcosa” che misuri il tempo per farlo essere. Il tempo, quindi, si inserisce sempre all’interno delle due linee di non-essere (il passato ed il futuro), e la psyché, è quel “qualcosa” che può numerare il tempo. Che può misurarlo. Quindi il tempo, in Aristotele (come in Einstein) rimane appeso alle sfere della fisica e della psicologia.
  • Platone, nel Timeo, invece mette in relazione, secondo la sua dottrina, l’Eterno ed il Tempo. Dove il tempo altro non è che la scansione in fotogrammi dell’eternità. L’Eterno platonico c’è già tutto, ma va reso chiaro mediante una scansione temporale. Potremmo dire che l’Eterno si fa tempo per essere reale, per essere appreso. Quindi l’Eterno diviene Tempo. Questa è l’interpretazione che ne dà il professor Marramao.

Queste due posizioni, come in molte altre cose, sono i due cardini attorno al quale la filosofia occidentale ha generato il proprio scorrere filosofico durante i secoli. Ma ora veniamo alla posizione espressa dal professore. Intanto c’è da chiarire il concetto di contingenza, che Marramo delinea come una realtà chiara, dove ogni evento si basa su di un incontro causale degli eventi, ma non deterministico. Perché i processi sono caratterizzati da un alto grado di improbabilità. In buona sostanza il professore descrive la realtà non come il frutto di una necessità causale, ma come l’incontro improbabile degli eventi. Nel caso potessimo riavvolgere indietro il nastro degli eventi e poi rimandarlo avanti non avremmo lo stesso film. Perché non vi è alcuna necessità all’interno della realtà. Ed in questa ottica il professor Marramao intende costruire (parole sue) una ontologia della contingenza: “in opposizione, ad esempio, ad una ontologia della necessità, come quella di Severino”.

Mettendosi in opposizione all’ontologia di Severino capiamo già cosa possa intendere il professor Marramao, e che ruolo giochi il tempo. Tempo che è visto sempre insieme alla categoria dello spazio, della spazializzazione. Il tempo è una dimensione – legata allo spazio – nel quale l’uomo si muove, deve prendere scelte ed essere responsabile delle proprie azioni. Obietterei al professore non tanto la costruzione di una nuova ontologia della contingenza, che potrebbe essere il rifacimento di teorie dell’essere già viste, ma più che altro il fatto che anche in una realtà necessaria la responsabilità dell’uomo è salvaguardata. Basta leggere Spinoza, guarda caso. E poi se il tempo sia una dimensione in cui l’uomo può giocarsi la sua libertà, come diceva Einstein, oppure sia una finta dimensione finita, e quindi un’eternità (due serpenti che sbattono la testa, direbbe Nietzsche), è altro. La politica, e con essa la responsabilità umana, non finisce con una visione deterministica ed eterna della realtà.

Questo mi è sembrato il cruccio del professore, che rispondendo alle domande finali, ha messo l’accento sulla necessità di temporalizzare ogni cosa, di renderla manipolabile. Per sostenere ciò, a mio avviso, c’è bisogno di costruire delle fondamenta solide, che purtroppo in questa lectio il professore ha solo accennato. Peccato.

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