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Memorie di un viaggio in Egitto

Abbiamo passato le vacanze di Natale e Capodanno in Egitto, alla ricerca di un po’ di caldo e di estraniamento (la vera “Entfremdung“) dalle preoccupazioni quotidiane. Non vorrei propinare agli amici di Ritiri Filosofici un “cinepanettone” (Vacanze in Egitto…), ma piuttosto condividere alcuni momenti e ricordi di un’esperienza affascinante. Tutto il viaggio si è svolto costantemente su due livelli: da un lato, la visita ai siti archeologici – e quindi un’immersione in un mondo affascinante, una civiltà antichissima che aveva raggiunto vette di sapere e conoscenza che lasciano allibiti; dall’altro l’Egitto contemporaneo, nel pieno di una rivoluzione che porta con sè tante contraddizioni e interrogativi per il futuro.
Una visita quindi su un doppio binario.
Ma andiamo per ordine, cominciando dagli Antichi. L’Antico Egitto aveva già raggiunto un grado di civiltà estremamente avanzato nel 3000 a.C., come dimostra quanto ci ha lasciato il fondatore della Prima Dinastia, Narmer (2950 a.C.), il primo a unificare il Paese. Gli elementi fondamentali della visione filosofica e del mondo, poi sviluppata dalle successive Dinastie, erano già presenti. Le famose piramidi di Giza (la piramide di Cheope è rimasta l’edificio più alto per 44 secoli, fino alla costruzione della torre Eiffel) furono costruite nell’Antico Regno (IV Dinastia: 2575-2450 a.C.). Questa civiltà è poi durata 3000 (tremila) anni, considerando che l’ultimo Faraone è stata Cleopatra, morta nel 30 a.C. In 3000 anni di storia è ovviamente successo di tutto: l’Egitto è stato in alcune fasi così potente da comprendere nel suo impero tutto il Vicino Oriente fino all’Iraq, la Libia e il Sudan settentrionale. In altre fasi la casa regnante era straniera e l’Egitto è stato dominato da altri popoli: Hyksos (popoli del mare), libici, nubiani (faraoni neri di Kush), assiri, babilonesi, persiani, greci. Ci sono inoltre state varie guerre civili, secessioni e riunificazioni del Paese. Ma i caratteri fondamentali della civiltà egizia sono rimasti inalterati. Ciò che ho trovato più affascinante è ritrovare nella religione egizia gli elementi fondamentali del cristianesimo, nonchè delle altre religioni monoteistiche. Ho così compreso che una civiltà così avanzata, che aveva durato così a lungo, aveva profondamente influenzato (e non poteva essere altrimenti) l’evoluzione di tutte le successive civiltà del Mediterraneo. Gli antichi Egizi raccontavano in forma di mito la realtà che vivevano (ricordate i primi capitoli della “Filosofia Antica” di Emanuele Severino, sul ruolo del mito come narrazione della realtà…). Tutto il pensiero egizio è dominato dal confronto degli opposti (il Paese era nato intorno al Nilo e quindi l’alternarsi di piena e siccità, era al centro della loro vita): bene e male, vita e morte, con la sintesi rappresentata dalla risurrezione dopo la morte, è cruciale. La vita dopo la morte, inizialmente limitata ai Faraoni, è  poi estesa a tutto il popolo, a condizione di comportarsi in modo retto. Paradiso e Inferno sono concetti egizi, così come il Giudizio Universale (dopo la dipartita si doveva affrontare il giudizio di Mut, dea della Giustizia, con su un piatto della bilancia una piuma e sull’altro il cuore: il peso di quest’ultimo dipendeva dalle buone o cattive azioni compiute in vita…). Nella lotta fra bene e male, Osiride, figlio di Ra, muore per il bene di tutti gli uomini. La madre, Iside, era stata fecondata dallo Spirito Santo. Anche il concetto di Trinità è quindi egizio (Ra, Osiride e Iside; Amon, Mut e Khonsu a Tebe, etc.). Fra gli organi che erano lasciati dagli imbalsamatori nel corpo vi era la lingua, perchè il defunto doveva poi “confessarsi”, recitando una litania che assomiglia incredibilmente ai 10 comandamenti (non ho ucciso, non ho rubato, etc …). Potrei continuare, ma i richiami e le similitudini con le religioni successive sono evidenti. Ma soprattutto quello che ho trovato sorprendente è scoprire che, all’essenza, era un credo monoteistico (le divinità erano diverse, ma si trattava di varie manifestazioni del divino). A un certo punto un Faraone, Akhenaton, introduce una nuova divinità, Aton, che viene a sostituirsi ad Amon e a tutti gli altri dei; ma la realtà è che il monoteismo era già parte integrante del pensiero egiziano: la sua era stata piuttosto una ribellione contro il clero potentissimo dell’epoca, che poi, alla sua morte, riprende il controllo con il figlio, il famoso Tut Ankh Amon (nato Tut Ankh Aton).
Mi fermo qui con la religione egizia.
Sull’archeologia, il Paese è disseminato di una serie di siti straordinari: oltre alle Piramidi e necropoli a Giza, Dashour e Saqqara, è imperdibile una visita all’antica Tebe, capitale dell’Alto Egitto, che nel 2000 a.C. contava 1 milione di abitanti. Oggi si chiama Luxor e gli abitanti sono 650.000: il tempio di Karnak è “incontournable“. La c.d. “grande sala ipostila” presenta una foresta di colonne (134), di cui le centrali misurano 15 metri di diametro, per un’altezza di 23 metri. Tutte decorate, con i capitelli a forma di papiro o di fiore di loto. Egualmente straordinario è il tempio di Abu Simbel, al confine con il Sudan, sia per le statue di Ramesse II, gigantesche (20 metri), che per le pareti interne, su cui è intagliata la battaglia di Kadesh.

Alla magnificenza del passato fa da contraltare l’Egitto moderno: 90 milioni di abitanti, con un PIL di circa 200 miliardi di dollari (a titolo di paragone, quello dell’Italia è di circa 1600). Una popolazione giovanissima, con un livello di disoccupazione molto elevato. In molte zone la povertà è evidente, anche se il Cairo fa impressione per la magnificenza e i tratti della grande capitale. Il suk è poi interessantissimo (costellato di moschee del X-XII secolo). Il Paese è nel pieno di una fase di transizione molto delicata. Speriamo che si stabilizzi, perchè si tratta di un Paese cruciale per gli equilibri nel Mediterraneo e per il nostro futuro.

 

Laicità e Ragione.

In occasione della festa di Sant’Ambrogio, a Milano, come è consuetudine, il cardinale Angelo Scola (arcivescovo di Milano) ha tenuto un discorso assai interessante, toccando dei punti centrali in riferimento alla questione della libertà religiosa e della laicità dello Stato. La tesi del cardinale (oramai avvezzo, a questo tipo di tematiche) prende le mosse da una constatazione, direi, sociologica. Infatti secondo Scola le varie confessioni religiose (non solo una) sono schiacciate, emarginate ed espulse (parole dell’arcivescovo), da parte di una cultura secolarista “che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose”. Ma inoltre, secondo Scola, la neutralità dello Stato in ambito religioso – ovvero ciò che viene comunemente chiamata laicità – non ha portato lo stesso Stato ad una condizione di oggettività e accettazione di tutte le confessioni. Perché dietro a quella neutralità laica viene nascosta una “una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa”.
Le parole sono chiare, inequivocabili. Lo Stato si è celato dietro ad una certa neutralità, per essere, in realtà, uno stato secolare. E ciò va dimostrato. Meno chiare sono le soluzioni che il cardinale intende proporre per ovviare a questo problema, se di problema si tratta. Vale la pena leggere le parole dello stesso Scola, per chiarire la sua soluzione:

Come ovviare a questo grave stato di cose? Ripensando il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. È necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune.
Conviene tuttavia chiedersi: il modo migliore di affrontare questa delicata situazione è rivendicare una liberty of religion delle diverse comunità, chiedendo il rispetto delle “peculiarità” delle loro sensibilità morali minoritarie? Questa sola richiesta, anche se doverosa, rischia di rafforzare sulla scena pubblica l’idea secondo cui l’identità religiosa è fatta di nient’altro che di contenuti ormai desueti, mitologici e folcloristici. È assolutamente necessario che questa giusta rivendicazione si iscriva in un orizzonte propositivo più largo, dotato di una ben articolata gerarchia di elementi.

Al di là del linguaggio al limite del burocratico, insomma, Scola propone che lo Stato ripensi la sua condizione aconfessionalità, intendendo in modo nuovo la libertà religiosa.
Non entrando nel merito italiano, ma rimanendo super partes, ed analizzando – a partire dal discorso di Scola – la questione fra laicità dello Stato e libertà religiosa, vorrei proporre qualche riflessione.
Pensare che una qualsiasi confessione religiosa possa intromettersi nella regolamentazione dello Stato è, a mio avviso, impossibile. Infatti: lo Stato è l’ente che deve permettere ad una società di mantenersi in pace ed unità sotto certi princìpi (la Costituzione, ad esempio) permettendo, così, lo sviluppo e la crescita culturale, economica ed umana, dei propri cittadini. Dai compiti dello Stato (e qui le mie idee si rifanno al grande filosofo inglese del 1600, Thomas Hobbes) esula quello di indirizzare religiosamente gli animi dei cittadini. Lo Stato deve riferire il suo operato alla condizione terrena degli uomini, che all’interno dei confini geografici della propria nazione vivono la propria vita, ed esercitano la loro libertà.
La religione ha un altro compito, quello di – semmai – “salvare” le anime. La religione è un fatto privato, che non può e non deve coincidere con la sfera pubblica.
I dogmi religiosi non possono ostacolare la libertà degli altri membri della società che non posseggono la stessa inclinazione religiosa. Per fare un esempio: non si può privare un cittadino della libertà di applicare su se stesso una dolce morte, o eutanasia, perché una parte, ingerente e numerosa, della società vede come un peccato religioso l’esercizio di tale libertà. E così, per molte altre cose.
Non sto qui dicendo che lo Stato debba, per essere veramente neutrale, permettere tutto. Le regole e le leggi di uno Stato laico (e va sottolineato) guardano al Bene Comune, si indirizzano verso la comunità e la sua pacifica esistenza.
Come già hanno detto in molti, l’autorità statale, giuridica, politica, deve essere posta al primo, ed unico, gradino del mantenimento pacifico della società civile.
Ogni religione, in quanto opinione fondata su dei dogmi, non può intravedere il bene per tutti, perché – essendo credenza – ingloba nelle sue convinzioni solo coloro che aderiscono al suo credo.
L’idea hegeliana che lo Stato e la Religione siano le due facce di una stessa medaglia, e che non c’è Religione se non è religione di Stato, è un’idea che si è introdotta in molte sacche di pensiero. E si è attuata in molti stati, sotto diverse forme.
Ma è una idea obsoleta, che conduce all’immobilismo giuridico, alla limitazione della libertà dovuta ad un atto di fede, che è a sua volta una limitazione della ragione.

(Nell’immagine, uno scorcio di Perugia, città papale …)

Se Dio è morto tutto è possibile?

La frase che fa dà titolo a questo articolo è una riproposizione della famosa affermazione di Dostoevskij, solamente che in questo caso è stato messo un punto interrogativo alla fine della frase stessa. Perché ne I fratelli Karamazov lo scrittore russo poneva l’affermazione come una determinazione di ciò che sarebbe accaduto, una volta che Dio fosse morto. Intendiamo, ovviamente, la morte di Dio come la fine di tutte le certezze metafisiche che potevano dare una spiegazione, ed una motivazione aprioristica, all’azione morale.

Personalmente non posso dire di vedere una disfatta delle vecchie morali che determinavano, e determinano, l’agire umano. Per lo meno in Occidente. Non posso, però, nascondere che la modificazione del mondo e le novità hanno permesso a nuovi standard, modelli e fondamenti morali (alcuni li chiamano valori) di diventare padroni delle coscienze, e punti di riferimento per l’agire di molte persone. Ad esempio – anzi, l’esempio principale – è quello della religione cristiana. È innegabile che molte nuove generazioni abbiano abbandonato quella struttura di credenze e fondamenti morali (o valori), per volgere lo sguardo e l’azione verso punti di riferimento diversi.

Spesso questo volgere lo sguardo verso nuovi punti di riferimento morali, per molti, significa (erroneamente) non avere punti di riferimento morali (o valori). Cioè, come a dire, che: siccome non si fa più riferimento ad una dottrina morale ed etica (che è ben diverso!) ben definita e tradizionale, non si possa agire rettamente. E quindi, tornando alla frase di Dostoevskij, siccome non c’è più Dio che impone la sua forza etica sulla nostra coscienza, abbiamo la possibilità di fare qualsiasi cosa. La stessa cosa avveniva, ad esempio, con Epicuro, quando diceva ai suoi allievi che dovevano agire come se Epicuro li stesse guardando, e ciò era garanzia di un’azione morale.

Ho paura di non essere d’accordo con questa prospettiva. Ebbene: lo smascheramento di una scala di valori che la porta, necessariamente, ad essere abbandonata da molte persone non è sintomo di decadenza. (Non sto parlando nei termini in cui Khun fa muovere le teorie scientifiche nel tempo storico, qui si è in una dimensione altra.) La decadenza non coincide con il non credere più ad una serie di riferimenti morali. La decadenza, semmai, sta nella non accettazione di un relativismo di base. Credere che le proprie idee siano la verità immutabile, non porle mai sotto giudizio, ma difenderle passando da irrazionali è ciò che genera un muto asservimento.

E non è vero che dopo la fine della metafisica (se mi è permesso dire) occidentale come grande dimostrazione teoretica di Dio, si può solo cadere nell’immoralità del tutto è permesso. La Filosofia (quando non è stata pura metafisica, come in grandi tratti della modernità) ci ha insegnato che il soggetto può essere autonomo, può migliorare, può avvicinarsi alla felicità anche – e forse soltanto – mediante la verità e la ricerca.

Per ciò, concludendo, vorrei dire che l’insegnamento dei greci e dei romani (soprattutto stoici) ci può far capire come anche senza un Dio di cui abbiamo paura, possiamo agire moralmente. Anzi, è proprio forse senza un riferimento trascendente che impone nella pratica ciò che dobbiamo fare, e ciò che non dobbiamo fare, che possiamo agire moralmente. Cioè fare il bene per il bene comune, e non fare il bene per sentirsi bene con se stessi.

Tutti gli argomenti a difesa della libertà di pensiero.

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a diversi casi che hanno riportato in primo piano il problema della libertà di pensiero e di espressione. La reazione violentissima contro le vignette satiriche su Maometto che ha portato all’uccisione di un ambasciatore americano; la sentenza di condanna al carcere per reato di diffamazione nei confronti del giornalista Sallusti; la querela di un noto scrittore, Carofiglio, contro un critico che si era permesso di scrivere delle valutazioni negative sulle sue qualità letterarie sul proprio profilo Facebook. Casi diversissimi tra loro che meritano di essere discussi e analizzati soprattutto su un sito, come il nostro, che vuole fare filosofia non solo in ambito teoretico ma anche in quello pratico.

La libertà di pensiero è il grande principio posto a fondamento della nostra civiltà occidentale. Come ci insegna il nostro amico Spinoza, si tratta della libertà prima ed irrinunciabile e che, allo stesso tempo, è anche quella più facilmente e nascostamente manipolabile. Cardine posto a fondamento del Trattato teologico politico, la libertà di pensiero non è mai scontata ed è nostro compito capire quali sono oggi i pericoli che essa corre. Gianluca e poi Mauro hanno già scritto alcuni contributi in merito. Con questo articolo vorremmo aprire uno spazio aperto per tutti gli argomenti razionali a difesa del diritto di espressione e di opinione.

Cominciamo dalle vignette satiriche su Maometto. A questo proposito segnalo un intervento apparso sulla rubrica Opinionator del New York Times dal titolo: “Cosa c’è di sbagliato nella blasfemia?” di Andrew F. March, professore di scienze politiche alla Yale University. Come dice il titolo, l’articolo si concentra sul tema della cosiddetta blasfemia indicata implicitamente come generica critica del sacro (senza però darne definizione e questo costituisce un grave limite dell’articolo). Il prof. March inizia con l’elenco di tre premesse da cui svolgere l’intera argomentazione:

  1. gli esseri umani hanno un fortissimo interesse nel sentirsi liberi di esprimersi;
  2. il sacro è un oggetto proveniente da una costruzione umana e quindi il fatto che qualcosa sia chiamata sacra è insufficiente in se stessa per spiegare perché tutti gli esseri umani debbano rispettarla;
  3. il rispetto si dà alle persone ma non a qualsiasi cosa esse venerino, anche se alcune persone non distinguono questa differenza.

A partire da queste premesse l’autore confuta sei argomenti che giustificano la soppressione o la limitazione della libertà di espressione nei confronti delle religioni:

  1. La blasfemia trasgredisce un limite e vìola il sacro. Di fronte a questa frase, l’autore risponde con una domanda: quale ragione si dà ad altre persone di non violare il sacro se esse non sono d’accordo che x o y è sacra o ha qualche valore? Risposta: nessuna ragione.
  2. Dovremmo rispettare qualsiasi cosa le persone considerano come sacro o trattano come qualcosa di religioso. Certamente il fatto che qualcuno chiama sacro qualcosa mi deve dare l’occasione per pensare bene a quello che sto dicendo. C’è tuttavia un problema fondamentale di cui tener conto:  il fatto cioè che ammettere un principio simile fornirebbe un diritto di veto ad altre persone che possono dichiarare sacro ciò che io non ritengo tale;
  3. La gente è profondamente scossa dalle violazioni al sacro o agli oggetti nei quali c’è un forte investimento emotivo.  Si tratta di un argomento che ha la sua rilevanza. Tuttavia la sofferenza non può spiegare da sola la totalità delle nostre relazioni morali. La gente soffre per una varietà di cose diverse e non può essere invocata per restringere la libertà di espressione.
  4. La blasfemia è pericolosa. Il grande Hobbes giunse a dichiarare gli insulti come una violazione del diritto naturale, anche prima del contratto sociale. Egli non sarebbe stato sorpreso dalla reazione ai cartoni animati danesi: ogni segno di odio e disprezzo è più generativo di lotte e contese di ogni altra cosa, così che gli uomini preferiscono perdere le loro vite piuttosto che soffrire un insulto. In tal modo il fatto che una parola offensiva contribuisca ad uno scoppio di violenza è una buona ragione per non pronunciarla, spesso una ragione sufficiente. Il problema è: che tipo di ragione? Se pensiamo infatti che le nostre parole siano ragionevoli e che non intendano provocare, e nonostante ciò ci autocensuriamo, noi agiamo in nome della prudenza o della paura, trattando l’altro come irrazionale. Gli esseri umani non sono forse capaci di stabilire relazioni migliori di quelle fondate sulla paura reciproca?
  5. La blasfemia è un discorso che copre sentimenti d’odio. Certamente ciò è avvenuto ed avviene tuttora. Ma questo non significa che tutti i discorsi sui musulmani siano discorsi che mascherano sentimenti d’odio.
  6. La blasfemia rompe l’armonia sociale. Si tratta di un argomento diverso da quello delle pericolosità della blasfemia. Prendiamo l’esempio della satira protestante circa i vescovi cattolici che mangiano i bambini. Lì si tratta di un assalto ben più pericoloso di un attacco alle istituzioni cattoliche in quanto prende di mira i cattolici non come credenti ma come persone.

L’articolo si sforza poi di trovare degli elementi di appeasement con il mondo religioso sulla base di generiche obbligazioni di carattere sociale e politico. In questo caso però le argomentazioni non convincono soprattutto perché esse sembrerebbero rimettere in campo le affermazioni 2. e 3. che invece sono state confutate.

Riguardo al caso Sallusti la cosa è apparentemente più complicata. Qui non siamo in presenza di un reato di opinione ma di un reato di diffamazione, cioè di un deliberato tentativo di gettare discredito su altre persone affermando il falso. Non esiste un diritto d’opinione alla calunnia e quindi la sentenza contro il direttore del Giornale è giusta.
Le ragioni sono diverse. Prima di tutto perché chi ha scritto quell’articolo, contenente informazioni e fatti non veri, conosceva la legge e sapeva bene (a meno che non si voglia  presupporre nell’estensore dell’articolo un atteggiamento di sfacciata quanto poi ingenua impunità) a cosa andava incontro. La realtà è che il caso Sallusti non si sarebbe creato in un Paese sano che rispetta le leggi nella certezza della loro applicazione e dove la libertà di pensiero è scambio di idee anziché materia per attacchi personali. Chi, animato da spirito di ricerca della verità, avrebbe scritto un articolo del genere? La risposta è evidente: nessuno.
L’articolo incriminato poi non solo conteneva informazioni non veritiere, ma si caratterizzava per la violenza dei toni e delle parole: come è possibile, in nome della difesa del diritto alla vita, invocare apertamente la pena di morte? Tutto si può dire meno che quello scritto contenesse delle opinioni dette con animo semplice e senza ira e che invece sia stato scritto, come diceva Spinoza, «per accusare il magistrato di iniquità e renderlo odioso al volgo» (TTP XX, 7). Propriamente dunque il contenuto di quell’articolo  non rientra nel campo delle opinioni ma piuttosto delle opinioni sediziose che, in quanto tali, non possono essere permesse in un ordinamento che voglia dirsi democratico.

Vorrei segnalare infine un recentissimo articolo apparso sulla medesima rubrica del New York Times, nella quale si evidenzia, facendo riferimento ad un articolo apparso su Filosofie magazine, come l’Islam abbia causato indirettamente, in Olanda, un grande ritorno della filosofia sulla scena pubblica. Molti caffé e locali pubblici tengono regolari letture e discussioni e i libri di filosofia diventano regolarmente dei best-seller. Domande quali Che cos’è l’illuminismo?  Quali sono i valori dell’Occidente? La democrazia è antitetica alla religione? ecc. stanno riguadagnando la scena pubblica. Ogni commento sul legame di questa nazione con Spinoza è ovviamente superfluo.

La terribile lotta fra bene e male.

In un passo splendido di Genealogia della morale Nietzsche afferma che «I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni». Ed è innegabile come si sia ancora prolungata questa lotta, che ancora oggi – ahimé – genera morti. In ogni TG veniamo a conoscenza di lotte e rivendicazioni religiose nei confronti di un oltraggio ad un dogma.
Partendo da questo spunto di cronaca vorrei porre una riflessione più generale: qual è il limite oltre il quale non si può e non si deve oltrepassare l’imposizione, ferma ed immobile, di un dogma? O meglio, a mio avviso, vi è un limite alla libertà di parola e d’espressione? Il dogma può essere il limite alla libertà più preziosa che la società civile e politica ci ha riconosciuto? Possiamo permettere che un dogma (qualcosa di inspiegabile, oggetto di fede e non di ragione, qualcosa di non migliorabile, ma una verità che non possiamo interrogare, quindi una non-verità!) detti le regole della civiltà?

Tutto ciò, ovviamente, contiene una premessa che è bene ricordare: qualsiasi oltraggio ad una differenza culturale, etnica, religiosa, politica e antropologica è cosa da condannare e che anzi eccede la libertà di espressione.
Sì: perché libertà d’espressione non significa avere la possibilità di dire tutto, anche calpestando i sentimenti di intere culture, anche religiose. La libertà di pensiero e di parola sono la manifestazione più autentica della razionalità. E la razionalità non pone limiti inspiegabili. La razionalità vuole la ricerca, non il dogma, che intende dirci – a priori – cosa è bene e cosa è male.
Come ha detto Emanuele Severino alla conferenza del 15 settembre 2012, tenutasi a Modena al FestivalFilosofia: «ogni fede, in contrasto con altre, genera inevitabilmente una guerra». [A breve pubblicheremo un riassunto della sua lectio magistralis]

“Ché move il mondo?”

Da tempo al CERN di Ginevra si studiava il modo per confermare l’ipotesi del così detto Bosone di Higgs. Nella serata del 4 luglio 2012 è stato dato l’annuncio della effettiva scoperta di tale bosone (del quale, per evidente ignoranza, non so spiegarvi molto), che va quindi ad allargare i confini della scienza, di un passo più in là, che porterà – come ogni scoperta scientifica – una modificazione nella concezione della realtà e nella definizione delle leggi che governano il mondo.
I giornali, ovviamente, sono infarciti di articoloni su tale scoperta, che rinominano la scoperta della Particella di Dio. Intanto due considerazioni: 1. cercare di inserire la religiosità, ancora una volta, in una ricerca razionale e più che mai regolata da leggi di Necessità e Causalità è deviante e sminuisce la ricerca scientifica; 2. se fossi un credente (di quelli veri, coerenti!) mi arrabbierei, non potrei vedere la mia divinità resa particella, spostata dalla sua aurea di sacralità.

Oltre queste considerazioni quasi da discussione di talk show, vorrei intervenire sul ruolo che gioca questa scoperta nel rapporto tra scienza e Filosofia, e sul ruolo della Filosofia oggi. Argomento caro a noi di RF. (Vedi: http://www.ritirifilosofici.it/?p=801)

Leggendo di tale scoperta, ai confini della materia, e del Big Bang, su giornali internazionali ho riscontrato – più volte – l’affermazione che: se fosse confermata e stra-confermata tale teoria il mondo sarebbe governato da poche leggi semplici ed estremamente efficaci.
Certo è che i fisici ora dovranno dimostrare se tale scoperta è vera, e se veramente ci saranno poche e semplici leggi a governare il mondo, o – parafrasando Dante – a “movere il mondo”.
Di sicuro ciò mi porta a pensare che questa scoperta sia una ulteriore prova a conferma della mia (e nostra, di RF) teoria del ruolo della Filosofia nel dibattito odierno. E nel rapporto con la scienza.
Anche se venisse spiegato come il momento prima del Big Bang (tale è la portata della scoperta del Bosone) è necessario che a fare i conti con tale novità (o eternità?) sia la Filosofia. L’unica capace di inserire un nuovo paradigma, per usare i termini cari a Khun, nella mentalità scientifica (intesa in senso molto ampio) e poi trasferire le conseguenze nella realtà pratica.
I filosofi che hanno concepito il proprio lavoro come un lavoro volto alla comprensione del Tutto sarebbero entusiasti di questa scoperta, ma si lascerebbero il “compito” di fare i conti con questa novità.

E sostengo ciò per un semplice motivo, e niente affatto per demonizzare gli scienziati e coloro che praticano ricerca scientifica senza dogmi, e men che mai per difendere una improbabile categoria dei filosofi. Ma perché: è storicamente comprovato che il Tutto (che eccede la somma delle sue parti) è argomento di studio dei filosofia, e della Filosofia. Azione razionale e logica per eccellenza, senza punti di vista, ma totale, e totalmente razionale.

Saverio Mariani

Chi crede e chi smette di credere.

Anche questa volta faccio partire una mia, umile, riflessione da un articolo di giornale, e precisamente dall’inchiesta dell’università di Chicago riportata a pag. 30 e 31 de “La Repubblica” del 20 aprile 2012. Lo studio è condotto dal sociologo Tom Smith, su un campione di trenta paesi, circa il rapporto che c’è fra individuo e fede. Dappertutto, o quasi, negli ultimi vent’anni – rileva lo studio – vi è una tendenza al ribasso tra i fedeli: in Italia circa il 10% in meno rispetto al 1991.
Rimangono comunque alte le stime – in Italia – di coloro che credono, fermamente, nell’esistenza di Dio (35,9% fra chi ha meno di 28 anni; il 42,9% nella fascia d’età fra 48 e 57 anni; e perfino il 66,7% in chi ha più di 68 anni). Il dato, a mio avviso, rimane di alta “fedeltà”, anche fra i giovani. Perché il 35,9% dei ragazzi sotto i 28 anni è un numero, comunque spaventoso.
Nell’articolo seguente quello che riporta i dati il teologo Vito Mancuso tenta di dare una spiegazione a questa tendenza di calo della fede. L’idea centrale per Mancuso è il fatto che – come recita il titolo del suo articolo – i dogmi della chiesa non convincono più, che il Vaticano sia troppo legato ad una configurazione della fede cattolica “dogmatica e teista”, che non sia al passo coi tempi, che non modifichi le sue istituzioni (come il sacerdozio, il cardinalato femminile, il celibato, etc…). E quindi – secondo Mancuso – tutto ciò porta ad una perdita della fede nelle masse, ad uno svuotamento delle chiese e quindi ad un personale contatto con Dio da parte dei credenti, che non si affidano più all’ ecclesia.
Tutto ciò mi pare impossibile da sostenere.
La religione cattolica, ma le religioni in generale, perché sono fede non possono non prescindere da dei cardini fissi, a-storici, che non si modificano con il modificarsi della realtà sociale. Le religioni si attuano per mezzo delle persone che credono, e che mettono in atto il messaggio divino (caratteristica principalmente cattolica).
I credenti che determinano da soli il modo di comunicazione con la divinità non sono credenti, sono persone che cercano un appiglio, un gancio nel cielo; perché giustificano la tradizione, perché non vogliono scostarsi in modo decisivo, con una frattura netta, da ciò che storicamente ha delineato ciò che viviamo quotidianamente, ovvero questa nostra società colma di senso religioso, mistico, moralistico e di falso perdono.

Nessuna guerra, nessun tempio.

Nel numero #19 dell’inserto culturale del Corriere della Sera, “La Lettura” (pagina otto) ritroviamo un articolo di Edoardo Camurri, sul movimento ateo e non credente.
In modo piuttosto drastico, che probabilmente non avrebbe usato se si fosse parlato della controparte credente, l’autore delinea una mappa delle diverse “sette” di atei che si scontrano sul tema dell’ateismo. La tesi sembra essere quella che i vari atei (dei quali viene stilata anche una mappa, a seconda delle origini o delle influenze: neo-darwinisti, atei-militanti, atei-radicali, atei-profanatori…) si scontrino fra di loro sulla interpretazione del vero ateismo e se esso debba fare riferimento alla teoria darwinista, mettendo in risalto che non c’è un pensiero comune che collega i vari pensatori, che però si definiscono tutti atei.
La prima cosa che salta all’occhio è che nella lista di Camurri non ritroviamo nemmeno un filosofo di quelli veri (c’è Onfray e Vattimo, due che non definirei filosofi, alla stregua di un Severino!), tutti biologi, scienziati vari, matematici e “pensatori”. La seconda cosa che viene da pensare è che, in quanto pensiero libero, ed in quanto non accettazione di una fissità di pensiero, l’ateismo (in tutte le sue forme) non può essere iscritto all’interno di un tempio (si dice nell’articolo che ci sarebbe qualcuno pronto a costruire il tempio dell’ateismo a Londra). L’ateismo è una parte importante della capacità umana di avere un pensiero libero, non vincolato ad una ideologia (perché ogni religione è ideologica, nel senso che iscrive in sé tutte le risposte e tutte le problematiche, risolvendole mediante un processo di inglobamento). L’errore che fa Camurri e che fanno tanti altri sta nel pensare che anche l’ateismo sia una religione, una posizione fissa dal quale scoccare le proprie frecce nei confronti degli altri.

No, no. Non ci sto. L’ateismo è il contrario, è il non accettare risposte grossolane. Ed i veri atei non fanno guerre con chi non la pensa proprio come loro. Non si fanno la lotta.

Un’ultima cosa. Va bene che fisici, biologi, psicologi, pensatori e matematici dicano la loro sulla questione religiosa, e sulla “costruzione del mondo” (gli scienziati quello indagano). Ma di alcune cose parla la filosofia. È la filosofia che guarda il utto, e che “segna il campo” di tutte le altre discussioni.

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