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Considerazioni sul Principe

Il 24 gennaio 2014, presso la Scuola di Roma dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nell’ambito di un ampio ciclo semestrale di lezioni e seminari, il prof. Gennaro Sasso ha tenuto una lezione dal titolo “Considerazioni sul Principe”.

Prendendo spunto dalla celebre lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, Sasso ha decisamente smentito l’opinione -qualificandola come leggendaria, anche se propugnata da autorevolissimi studiosi- secondo la quale Machiavelli non conoscesse il latino. Si tratta di un’affermazione costruita “nel più schietto spirito controriformistico”, perché -al contrario- dalla stessa voce di Machiavelli apprendiamo come egli leggesse correntemente i poeti latini. D’altro canto, il relatore ha anche richiamato una circostanza spesso dimenticata, seppur di evidenza documentale: la trascrizione integrale che Machiavelli fece, durante gli studi giovanili, del De rerum natura di Lucrezio, di cui è attualmente conservata la stessa copia autografa e firmata. Ne risultano inficiate, dunque, tutte le teorie secondo le quali Machiavelli si sarebbe impadronito della cultura classica soltanto post res perditas, e dal cui miracoloso apprendimento in un brevissimo lasso di tempo sarebbe poi discesa la stesura non solo del Principe, ma anche dei Discorsi e delle Istorie fiorentine.

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Il Principe inattuale

Nella sezione di Micromega dedicata alla filosofia (Il rasoio di Occam) è stata pubblicata una lunga intervista a Gennaro Sasso, sotto il titolo “Machiavelli e i 500 anni de Il Principe“.

L’intervista è l’occasione per discutere e mettere a fuoco, con la consueta, magistrale precisione, alcuni dei punti cardine del pensiero di Machiavelli e della letteratura che intorno ad esso si è sviluppata.

Sasso inizia mettendo in luce l’inutilità del continuo tentativo di attualizzazione del Principe, l’opera certamente più conosciuta e altrettanto certamente più abusata di Machiavelli. Se Il Principe fosse opera attuale e dunque utilizzabile nel contesto politico odierno, i suoi apparenti estimatori dovrebbero conoscerne approfonditamente il contenuto. In realtà, nota Sasso, «se uno chiedesse ai più dei lettori di dire in breve che cosa c’è scritto nel Principe, io sono sicuro che questi risponderebbero con estrema difficoltà». La verità è che Il Principe si occupa di temi specifici, secondo un tecnicismo riferito a configurazioni storico-politiche tutte interne all’orizzonte politico degli albori del XVI secolo; temi dunque che non hanno alcuna attualità.
Va allora una volta per tutte ribadito che  «La grandissima parte del Principe dal punto di vista delle sue elaborazioni è inattuale».
Scambiare Il Principe per il viatico del politico militante è un errore catastrofico, perché seppellisce l’opera in un ambito che non le appartiene e ne mette in ombra il connotato di grande classico, che Sasso individua nella nitidezza con la quale Machiavelli tratteggia le perenni ed immutabili leggi della politica in occidente. È la nitidezza concettuale della prosa di Machiavelli  («la capacità della sua prosa», dice Sasso, «di aderire immediatamente al problema che pone») a rendere Il Principe un caposaldo del pensiero.

 Sasso torna poi sul tema ricorrente dei rapporti fra il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e sull’asserita (e mai dimostrata) differenza di tono che Machiavelli avrebbe deliberatamente imposto alle due opere, diversificandole quanto agli scopi e agli obiettivi. Anche qui, Sasso chiarisce come, seppur Il Principe sia l’opera più letta di Machiavelli, e sia letta a prescindere dai Discorsi, resta il fatto -inequivocabile- che i Discorsi danno senso a tutta l’opera di Machiavelli e quindi anche al Principe, per cui quest’ultima opera può essere definita come una articolazione del mondo teorizzato nei Discorsi. Ne consegue che le interpretazioni vagamente consolatorie di alcuni autori, secondo le quali i Discorsi sarebbero la vera opera di Machiavelli, perché meno scandalosa e meno scabrosa, costituiscono -né più, né meno- delle solenni sciocchezze.
In realtà, nei Discorsi Machiavelli affronta con lo stesso impianto concettuale usato nel Principe le scabre e crude questioni della politica, tratteggiandole con lo stesso analitico realismo. L’impianto concettuale e il metodo di lavoro sono dunque gli stessi sia nei Discorsi, sia nel Principe: cambia invece il quadro dell’analisi, che nei Discorsi ha una prospettiva più ampia, spaziando a tutto campo sui rapporti fra repubblica e principato, il che conferisce ai Discorsi maggior respiro e -in questo senso sì- li rende l’opera principale di Machiavelli.

L’intervista, evidentemente diretta a svellere i secolari luoghi comuni stratificati sul pensiero di Machiavelli, non poteva non affrontare la nota massima “il fine giustifica i mezzi”.
Sasso ribadisce che, in tutta l’opera di Machiavelli, questa frase non c’è.
Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli dice invece: “faccia il principe di vincere, i mezzi saranno giudicati onorevoli, perché il volgo va preso con lo evento della cosa”, aggiungendo “e al mondo non è se non volgo” (*).
Come si vede, questa frase ha ben altro senso: il fine non giustifica i mezzi: è la sopravvivenza dello stato che impone l’uso di determinati mezzi. Dire che il fine giustifica i mezzi significa porsi alla ricerca di una copertura morale dell’azione politica: ma lo stato, fine dell’azione politica, non è una formazione morale e dunque non può giustificare alcunché. La lotta politica si svolge in un mondo in cui chi perde non ha salvezza, e quindi deve vincere. È questa la dimensione tragica del conflitto politico, dove non c’è nessuna giustificazione etica della politica.
Così stando le cose, la frase in questione, originata nell’ambito della polemica gesuitica sul pensiero di Machiavelli, mi sembra inscriversi in una concezione religiosa della politica, dove appunto v’è necessità di postulare un fine che “giustifichi”.
Tale mia impressione viene confermata da Sasso, che più oltre osserva come, attribuendo a Machiavelli l’idea del “fine che giustifica i mezzi”, si volesse «dare una benedizione di tipo etico attraverso lo stato, cercando di benedire quello che non può essere benedetto».
La scorrettezza della ricerca di un fine giustificativo nel pensiero di Machiavelli viene ribadita da Sasso più avanti, quando -con la consueta chiarezza- afferma che una visione dialettica della storia in Machiavelli non c’è. Machiavelli non conosce un momento sintetico in cui i conflitti si risolvono: non conosce un momento in cui l’etica e la politica si riuniscono a livello dell’etica giacché egli non anticipa soluzioni dialettiche del conflitto etica-politica.
Anche per questo, Machiavelli è uno scrittore assolutamente tragico e non c’è niente che possa indurci a leggerlo in maniera consolatoria. Machiavelli ci consente di affacciarci sul baratro: si tratta di sapere -dice Sasso- se questo baratro ci riguardi o no.

Nel corso dell’intervista, Sasso è piuttosto spiccio -e con ragione, a mio modesto avviso- nei riguardi di tanta critica, specialmente di provenienza anglosassone, tesa a costruire un Machiavelli laudatore della religione civile. A tal proposito, dopo aver liquidato la posizione di Strauss come una lettura totalmente deformante (posizione in cui «è la tesi che uccide l’oggetto, tanto è prepotente e preconcetta»), Sasso afferma la sostanziale inutilità dell’interpretazione che ha portato all’idea della c.d. religione civile.
In realtà -dice Sasso- la religione è sempre adoperata da Machiavelli in modo tale che la religione potrà far credere, ma che poi Machiavelli creda alla religione è certamente da escludere. La religione resta quindi, nel pensiero di Machiavelli, uno strumento politico che si adopera per la costruzione dello stato. Che poi essa possa penetrare le coscienze e possa edificarle in senso ulteriore è vero (si veda il Prologo a Dell’arte della guerra), ma far battere l’accento su questo elemento significa ancora una volta tentare un salvataggio in extremis del personaggio e dunque -in ultima analisi- significa tentare a tutti i costi di santificare il diavolo.

Un passaggio fondamentale dell’intervista è dedicato all’analisi del cristianesimo nel pensiero di Machiavelli, che distingue un cristianesimo inteso secondo l’ozio da un altro inquadrato secondo virtù. Certo, dice Sasso, Machiavelli respinge il cristianesimo interpretato secondo l’ozio e si rivolge a quello interpretato secondo la virtù. Ma se a ben vedere il  cristianesimo intepretato secondo la virtù significa accettazione della durezza del mondo e del conflitto; se tale forma di cristianesimo si disinteressa dell’umiltà, della pietà e  della sottomissione allora, va detto chiaramente, questo non è cristianesimo ma paganesimo. Insomma Sasso, che rifugge ogni gioco nominalistico, ribadisce che quando Machiavelli parla di religione, parla oggettivamente di paganesimo, cioè della religione degli antichi, non già della religione cristiana.

Dopo un interessante inciso sulla necessità di storicizzare il pensiero di Machiavelli (e dunque sull’impossibilità di analizzarlo attraverso le categorie del liberalismo e del totalitarismo) l’intervista si conclude con un cenno ad una delle opere di Machiavelli che non ha mai richiamato l’attenzione del pubblico: le Istorie Fiorentine. Secondo Sasso le Istorie Fiorentine sono invece una delle più profonde meditazioni -una meditazione cruda, senza alibi, quasi ossessiva- sulla storia d’Italia e, in particolare, sulle ragioni per cui, in questo paese, la politica non è mai riuscita a decollare.

 Anche per questo, fatte le dovute proporzioni, è nata la nuova sezione di RF, “La costituzione degli italiani”.

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(*) “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi” (Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Giorgio Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XVIII, p. 119).

 

 

Rawls è poco machiavellico

Come è possibile gestire un insieme eterogeneo di individui, all’interno di un contesto sociale? Qual è lo strumento, la legittimazione, il mezzo, attraverso cui una autorità politica può (e deve) mantenere l’unità di una società? In ultima istanza: come si può conciliare la molteplicità degli individui con la necessaria unità della giustizia e dell’ordine sociale e politico?

Queste domande sono l’Anfang, il cominciamento, di ogni teoria filosofico-politica che voglia costruire un sistema teorico applicabile alla realtà sociale. Prima di porre queste domande, ogni teoria filosofico-politica deve descrivere la natura dell’uomo.L’opera e gli studi di John Rawls (1921-2002) hanno sostanzialmente tentato di rispondere a tali questioni.
Rawls ha costruito il suo modello teorico intorno alla Teoria della giustizia, titolo, anche, del suo celebre volume, del 1971. Per Rawls la giustizia è più importante rispetto al bene, nella costituzione di una società politica, che appunto deve primariamente tendere al giusto.
Detto in altro modo: la politica non deve indirizzare le sue scelte e la sua attività in vista della soddisfazione di un bene moralmente condiviso, ma deve rispondere – per mezzo dei suoi atti – ai due princìpi di giustizia. Questi due princìpi di giustizia sono razionalmente condivisi, perché stabiliti in modo eguale dagli individui stessi della società.

Rawls qui immagina di dover fare, insieme ai suoi lettori, un “esperimento mentale”, dove si immagini una situazione originale (the original position), in cui gli individui – coperti da un velo di ignoranza (veil of ignorance) rispetto ai propri fini particolari e rispetto alle proprie inclinazioni etiche e morali – scelgano liberamente, in modo reciprocamente disinteressato e razionalmente, quindi, i due princìpi.
Dalla situazione originale, allora, deriverà che: a) ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri e che b) le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati.
Potremmo riassumere i due enunciati in: libertà ed eguaglianza.
Questi princìpi di giustizia sono i due cardini (insieme al principio di differenza, la fraternità, della quale qui non ci occuperemo) universali di una società, entro i quali ogni cittadino può muoversi. L’autorità politica, fondata sui due princìpi, è egemone e separata dalla sfera etica, morale, religiosa.

Quest’ultima, con tutte le sue idee, deve – per poter essere contenuta nello spazio pubblico della società politica – avere il requisito di ragionevolezza, ossia di conformità con i due princìpi di giustizia e che non abbia in sé, e nelle sue manifestazioni, la tendenza a voler essere egemone. Detto in altro modo non deve tendere a sovvertire i due princìpi di giustizia, e non deve avere la pretesa di essere una teoria onnicomprensiva. Detto in altro modo ancora: tutte i modi di concepire il bene, tutte le posizioni morali, etiche e religiose, non possono essere in conflitto con i due princìpi, e non possono nemmeno metterli in discussione.
Dalla separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa, ma anche dalla subordinazione dell’una nei confronti dell’altra, (tesi presente anche in Hobbes) deriva che l’individuo stesso è scisso nel suo essere, secondo Rawls, agente politico. Per Rawls, infatti, la persona è il cittadino e dunque la persona detiene una imprescindibile dimensione politica. Vi è un nucleo essenziale, universale, potremmo dire, nella persona come cittadino, che fa di lui un meccanismo della politica, necessario al mantenimento della società giusta, anche se la sua concezione del bene è diversa da quella del suo vicino.
Il nucleo essenziale (corrispondente ai due princìpi di giustizia, e al loro essere rispettati in toto) è, in Rawls, la garanzia del mantenimento di uno statuto inossidabile che sostiene la società nella condizione di giustizia.
In questo modo il filosofo americano, fin qui – a mio avviso – abbastanza convincente, ha introdotto una nuova idea di contratto sociale.

Ma – a mio modo di vedere – il neo-contrattualismo rawlsiano, ha un carattere meramente ipotetico e per niente storico-politico, come quello descritto in primo luogo da Hobbes, poi da Locke, Rousseau e Kant. Il contratto di Rawls non mira a legittimare il potere. Il contratto ipotizzato da Rawls è il tentativo di costruire una società giusta, ed egli non si interessa di come legittimare il potere politico.
L’autorità politica, in Rawls, appoggia le sue radici sì in quei due princìpi di giustizia che non possono essere messi in discussione, ma anche nella fiducia antropologica che l’uomo non ceda alle pulsioni di bramosia e di conquista e che quindi rispetti l’ordine costituito, senza oltrepassarne i limiti.

In questa visione un po’ irrealistica dell’uomo e della forma di società che egli può costituire in virtù di una ragione diffusa e di un reciproco disinteresse, trovo il difetto più grande della teoria rawlsiana.
Rawls è poco machiavellico, nel senso che ha abbandonato le categorie di realismo politico che il fiorentino, cinquecento anni prima, aveva delineato. Le categorie umane che egli descrive sembrano lontane dalla realtà, al contrario di quelle di Machiavelli, e poi di Hobbes e dello Spinoza teorico politico.

Solo dopo aver descritto l’uomo e la sua natura più profonda e diffusa, si può costruire una efficace teoria politica, che faccia i conti con le parti che compongono l’essenza di quella totalità, chiamata società.

 

Togliere la sordina a Machiavelli

Il 2013, come ormai noto, sarà dedicato alla celebrazione dei cinquecento anni dalla pubblicazione del Principe di Machiavelli. Ormai dall’inizio dell’anno, ogni settimana, è un susseguirsi di  convegni, seminari, trasmissioni radiofoniche, saggi e articoli sul tema in questione. L’ultimo è quello apparso oggi sul Foglio di Giuliano Ferrara. Due pagine scritte da Stefano Di Michele il quale vuole tratteggiare una lettura sui caratteri biografici e intellettuali del segretario fiorentino. Nel sottotitolo si dice che Il Principe è «il libro più importante dei tempi moderni, un impasto di arte della politica, filosofia della storia, scienza e tattica del potere, psicologia dell’esistenza affacciata sul vuoto». L’articolo, costruito in gran parte sugli aspetti biografici, si sofferma essenzialmente sulla disgrazia di Machiavelli impegnato, suo malgrado, nelle bettole e nelle osterie nelle quali trascorse la seconda parte della sua vita a causa dell’esilio nel quale fu condannato a partire dal 1512. Di Michele ricorda così come il Principe sia nato da una grande ed umanissima disperazione, «quella di un genio stanco e umiliato che tentava di tornare al centro delle cose».
E tuttavia anche questo articolo, come molti contributi che fin qui abbiamo letto in questo inizio di centenario, dimentica (chissà se più o meno consapevolmente, vista l’impostazione dichiaratamente “devota” di quel giornale) il fatto che Machiavelli è stato essenzialmente e prima di tutto un autore anticristiano. E questa verità, da cui non si può prescindere se si vuole davvero affrontare il pensiero di questo autore, ce l’ha ricordata in una recente trasmissione su Radio 3 proprio Gennaro Sasso, il più grande ed acuto studioso di Machiavelli che abbiamo oggi in Italia. Machiavelli non è tanto e solo un pensatore anticlericale (anzi si può in realtà dubitare che esso lo sia effettivamente), quanto un pensatore che ha messo in crisi i fondamenti del pensiero cristiano. Trascriviamo, perché lo merita, la parte finale del dialogo dello studioso con l’intervistatore:
Sasso: Mi sono convinto di una cosa: che questo autore non è mai stato letto nelle cose essenziali (…). È possibile che non abbiamo capito che per Machiavelli l’Italia non esisteva, non riusciva ad esistere e che bisogna fondarla in modo profondo? E che per fondarla in modo profondo bisognava realizzare una serie di riforme etico-politiche in cui il problema fondamentale fosse il rapporto con la Chiesa? Perché questo è il nocciolo del pensiero di Machiavelli. Lei prima citava la Svizzera: ma Machiavelli dice che se noi trasportassimo la sede della Chiesa romana nella incorrotta Svizzera in capo a due generazioni la Svizzera sarebbe corrotta come noi. E questo anticipa il punto per cui la storia italiana è nata…(interrotto, ndr)
Intervistatore: Ma allora questa ferita è originaria, intatta!
Sasso: Sì…sì…In questo senso Machiavelli è veramente un autore rivoluzionario che è stato messo tra parentesi, che è stato allontanato…Perché io sono convinto che anche i più grandi estimatori di Machiavelli, nel dettaglio, non hanno mai veramente detto che Machiavelli non è uno scrittore cristiano. Potrà piacere, potrà dispiacere, uno può anche rimanere indifferente per rispetto a questa questione. Scientificamente però uno ne prende atto. Machiavelli non è uno scrittore cristiano e lo dice, lo dice…e lo scrive e sposa dottrine che sono definite anti cristiane nell’ambito della cultura teologica. In un capitolo dei Discorsi Machiavelli scrive sulla eternità del mondo. Ora, quando uno dice che il mondo è eterno, vuol dire che non è creato e se il mondo è eterno non c’è Dio che lo crea. Adesso, per dire le cose in maniera molto, molto…(interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Ma allora Gennaro Sasso sta elevando la categoria del non cristianesimo o anticristianesimo di Machiavelli ai fondamenti…
Sasso: Guardi, avendo avuto la ventura di studiarlo per molti e molti anni e di esserci tornato spesso, mi sono reso conto tardi di questa cosa, me ne sono reso conto tardi. Perché? Ma perché c’era un condizionamento a tenere in sordina questo tema, a considerarlo una nota di anticlericalismo…(nuovamente interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Soprattutto qualcosa legato ai tempi, alla particolare corruzione, i Borgia…
Sasso: Se uno considera l’atteggiamento di un altro grandissimo personaggio contemporaneo di Machiavelli, Francesco Guicciardini, nei confronti della Chiesa, beh le pagine di Guicciardini sono ancora più potenti di quelle di Machiavelli nella esecrazione della Chiesa. Chiesa che poi, d’altra parte, il Guicciardini era costretto a servire a differenza di Machiavelli…Ma non si può dire che Guicciardini sia anticristiano…per Machiavelli sì e su questo bisogna battere l’accento: può piacere, può dispiacere ma Machiavelli è questo. Ed è per questo che non è un autore della letteratura italiana e chi si è avvicinato a Machiavelli, anche laicamente, ha messo la sordina su questo punto.
Intervistatore: Allora questa sordina l’abbiamo strappata!

Sì l’abbiamo proprio strappata, aggiungiamo noi. Ora deve decidersi a farlo anche la cultura e il pensiero storico-filosofico italiano (e possibilmente anche quello della divulgazione quotidiana) se non si vuole condannare al permanente esilio post-mortem questo straordinario pensatore.

Pensare la crisi: Niccolò Machiavelli

Il 24 e 25 gennaio 2013 si terrà a Roma, presso la Casa delle Letterature, il convegno internazionale su “Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e il Principe“. Si tratta del primo dei numerosi eventi che verranno organizzati durante il 2013 per celebrare i cinquecento anni dalla stesura della più nota (e più fraintesa) opera di Niccolò Machiavelli. Qui il programma. RF seguirà i lavori e ne fornirà un resoconto. Restate sintonizzati.

Aforismi: Niccolò Machiavelli.

Aggiornata la sezione “Niccolò Machiavelli” in ”Aforismi“.

La Comunità nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli.

 

 

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Maurizio Viroli a Sassuolo, durante il Festival della filosofia, il 20 settembre 2009.
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Machiavelli con l’idea di comunità c’entra pochissimo. Sono andato a cercare quante volte Machiavelli usa la parola comunità nei Discorsi. La usa quattro volte in tutta l’opera. E la usa quando si riferisce alle libere città svizzere o tedesche, che formalmente (è il caso della Svizzera) sono parte di una confederazione; nel caso delle città tedesche formalmente sono parte dell’impero, ma in realtà sono libere: solo in questo caso usa la parola comunità.
Insospettito, vado subito a cercare prova di questo uso e vado a leggere lo scritto che Machiavelli compone nel 1508, dopo che era stato mandato come ambasciatore presso l’imperatore di Germania, Massimiliano, e il titolo è il “Ritracto delle cose della Magna“.
In questo scritto, in tre pagine la parola comunità appare quindici volte: sta parlando della Germania. Cosa vuol dire? vuol dire che per Machiavelli sono comunità quelle piccole città che hanno i seguenti requisiti.
Primo: vivono libere, nel senso che non dipendono da altri, possono darsi statuti e leggi, non devono ricevere le leggi da un principe o da un imperatore.
Secondo: sono città che vogliono vivere libere e non vogliono occupare la libertà di altri (capitolo XIX del II libro dei Discorsi).
Terzo: sono comunità che hanno una forte virtù civile, sono abitate da cittadini che hanno la volontà di servire il bene comune.
Quarto: sono comunità caratterizzate da un forte amore della patria.
Quinto: sono comunità con una forte dimensione religiosa.
Machiavelli ha solo espressioni di elogio: egli indica l’ideale di comunità come ideale da seguire e l’idea di Machiavelli di comunità -so di fare un’affermazione impegnativa- è esattamente l’idea di cui avremmo bisogno oggi in Italia, senza togliere e senza aggiungere una sola virgola, perché per Machiavelli la comunità è comunità di cittadini liberi.
Non è comunità religiosa, anche se i cittadini sono religiosi; non è una comunità tenuta insieme dalla comune identità etnica e non è neppure una comunità di persone che vivono tutte allo stesso modo.
Prova ne sia che Machiavelli è forse il primo scrittore politico che non condanna i conflitti sociali ma li esalta come mezzo per conservare libera una comunità ed è uomo che nella sua vita non solo sostenne con gli scritti ma dimostrò con l’esempio che la natura ha fatto gli uomini con diverse fantasie: vuol dire che si vive in tanti modi, non ce n’è uno giusto e gli altri sbagliati, e che se la natura è varia noi dobbiamo imparare dalla natura.
Quindi la tesi che vorrei spiegare in questa conversazione è che Machiavelli è teorico sì della comunità, che indica come valore da seguire, ma è teorico della comunità di cittadini liberi, che non ha niente a che vedere con l’idea di comunità religiosa o etnica o basata su un’unica concezione della buona vita: per questo è un modello da seguire.
Prima vorrei spiegare che tipo di libro sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
I Discorsi diventano un libro dopo che Machiavelli muore: nel 1532 c’è la prima edizione. Machiavelli li compone ma non li pubblica, perché muore nel 1527. Non abbiamo neanche l’edizione originale dei Discorsi, abbiamo copie: autorevoli, ma copie.
Perché Machiavelli non l’ha mai pubblicato? Ci sono molte tesi per giustificare la mancata pubblicazione di un libro cui Machiavelli lavora per cinque, sei anni e che come mole è la sua opera maggiore. A mio parere, la spiegazione più convincente è questa: Machiavelli vuole comporre un libro che insegni a qualcuno più fortunato di lui la saggezza politica necessaria a far rinascere la libertà repubblicana, cioè le libertà dei cittadini che vivono con le leggi che si sono dati e non sotto un principe, e Machiavelli sapeva benissimo che un libro del genere, nell’ Italia del 1515, sarebbe stato considerato tutt’al più una bizzarria. Dov’erano in Italia le condizioni per far rinascere le libertà repubblicane?
Voi sapete di cosa sono composti i Discorsi.
Machiavelli prende la storia di Roma di Livio che riesce ad avere perché il babbo -che era sì un avvocato ma credo fosse l’unico avvocato di Firenze che fosse squattrinato- che amava i libri -si chiamava Bernardo- compone per un editore l’indice dei luoghi geografici della storia di Roma di Tito Livio; come salario l’editore gli da una copia -non rilegata- dell’opera, così Niccolò, da piccolo -aveva circa 8 anni- si trova in casa i Discorsi e nel 1513, dopo aver servito per quindici anni (dal 1498 al 1512) la Repubbica di Firenze, cacciato da Palazzo Vecchio perché a Firenze si afferma il regime mediceo, scrive i Discorsi, sulla copia che aveva avuto grazie al lavoro del babbo, e scrive a commento di Livio, che racconta di come Roma divenne da piccola città la più grande e potente repubblica dell’antichità, dice Machiavelli “per far gustare e chi legge il sapore il sapore dell’istorie”. Gustare, non capire: cioè trarre dall’istorie non solo informazioni curiose, che sono nozioni, ma come un cibo che entra nell’animo e lo ristora, gli dà nuova vita.
Machiavelli, d’altro canto, parla di cibo anche in un altro luogo, in quella straordinaria lettera a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1530, quando Machiavelli è nel momento più buio e scrive che, dopo aver trascorso la giornata in Sant’Andrea in Percussina, dove si era ritirato cacciato da Palazzo Vecchio, dopo una giornata persa nella maniera più volgare e anche triste, quando viene la sera si ritira nel suo scrittoio e legge le grandi opere degli storici antichi.
Cosa vuol dire per lui leggere le storie degli uomini antichi? Dice: “e mi pasto di quel cibo che solum è mio ed io nacqui per lui“. Cibo, ancora, esattamente come ha scritto nel proemio dei Discorsi.
Machiavelli, scrivendo su Tito Livio sta compiendo una doppia opera di resurrezione: vuole far rinascere la saggezza politica dei Romani intesa come qualche cosa che entra nell’animo, e motiva all’azione, e spinge qualcuno ad agire. Ad agire imitando i Romani: a costruire una libera repubblica. Ma mentre scrive quelle pagine emancipa anche se stesso: ritorna vivo, perché per Machiavelli essere vivo voleva dire dedicarsi a grandi ideali: servire la patria, quella patria che gli avevano impedito di servire cacciandolo da Palazzo Vecchio. Ora non può più agire: scrive, e scrive per far rinascere la sapienza politica repubblicana, ma scrivendo di quella sapienza rinasce egli stesso, e infatti lo dice nella lettera: “per quattro ore dimentico ogni affanno, non mi sbigottisce la povertà, non tempo la morte“. Questo, per lui, era scrivere i Discorsi.
Per chi li scrive? Li scrive per altri, che verranno dopo. Li scrive “acciocché gli animi dei giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi tempi pieni di corruzione e prepararsi ad imitare quelli, pieni di virtù, che gli antichi romani, qualunque volta la fortuna desse loro l’occasione, perché l’offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché sendone molto capaci, alcuni di quelli più amato dal cielo possa operare“. Ecco per chi scrive Machiavelli: per qualche giovane -per il futuro- che possa mettere in pratica quello che insegna, che forse potrà fare quello che egli non è riuscito a fare.
Machiavelli ha scritto per noi, ha scritto per tutte le persone che in ogni tempo, sotto qualsiasi cielo vogliono vivere liberi.
E quando Machiavelli ha scritto di comunità che cosa ci ha detto?
Primo: comunità è soltanto il modo di vivere di individui liberi. Non c’è comunità sotto un principe; sotto la tirannide non esiste la comunità. Non è vera comunità la repubblica corrotta dove il bene privato prevale sul bene comune. Comunità è soltanto di cittadini liberi.
E che cosa vuol dire essere liberi per Machiavelli? Machiavelli aveva idee di libertà diverse da quelle che dominano i nostri tempi. Per Machiavelli essere liberi non vuol dire -come noi tante volte pensiamo- non essere ostacolati, non essere sottoposti a vincoli, non essere sottoposti a regole: no, questa non è l’idea che aveva Machiavelli. Per Machiavelli (come spiega nel capitolo terzo del primo libro dei Discorsi) liberi sono quei popoli che “non dependono da altri o non dependono da un uomo“. Non è la questione se la persona o il popolo da cui dipendi ti ostacolano o non ti ostacolano. E’ il dependere che rende non liberi.
Cosa vuol dire dependere? vuol dire che tu vivi in una condizione tale per cui sei sottoposto al potere enorme o arbitrario di di un uomo o di un gruppo di uomini che se vogliono (se vuole) può privarti della libertà. Che ti opprima o non ti opprima, che ti permetta di fare quello che vuoi o non te lo permetta, non conta niente per Machiavelli: il solo fatto che di essere dipendente da un uomo che se vuole può opprimerti ti rende non libero.
Era la vecchia concezione repubblicana della libertà; era la vecchia concezione che Machiavelli aveva imparato a Firenze, e la scrive in un modo estremante netto quando dice: “li popoli sono di due tipi, o liberi o che depoendono da altri“. Questa nozione gli veniva dal De officiis di Cicerone, dove Cicerone spiega che essere liberi non vuol dire avere un buon padrone: vuol dire non avere un padrone.
Questo è il concetto di libertà che Machiavelli isola ed a cui attribuisce carattere distintivo della comunità.
La seconda caratteristica: non può esserci un principe, perché sei sempre dipendente. Ma il corollario di questa affermazione è che la libertà esiste per Machiavelli soltanto laddove le leggi sono più forti degli uomini. Per questo nel secondo libro, capitolo XIX, Machiavelli scrive “non può dirsi libera quella città in cui vi è un cittadino che può farsi temere dai magistrati“. Qui Machiavelli vuol dire che laddove ci sia, in una città, un cittadino che -perché è ricco, perché ha molti amici- si fa temere dai magistrati, vuol dire che è un cittadino che, se vuole, può imporre il suo potere e il suo volere sulla città.
Machiavelli aveva degli esempi molto forti: i Medici governavano esattamente in quella maniera. Ascoltate le parole che dice: “farsi temere dai magistrati“. Già questo fatto rende una città non libera. Mentre invece quando Machiavelli vuole dare l’esempio di una comunità che è veramente una comunità e dunque dove sono più forti le leggi che gli uomini, per spiegarlo bene, usa queste parole: “quelle molte repubbliche -parlando della Germania- vi vivono libere ed in modo osservano le loro leggi che nessun di fuori né di dentro ardisce occuparle“: ecco la caratteristica della comunità.
Il contrasto è la città dove c’è un cittadino che può occupare le leggi, nel senso che le viola o le fa a suo uso e consumo. Quindi la seconda caratteristica della comunità è il governo delle leggi. Governo delle leggi applicato con una severità assoluta.
Un nostro ottimo amico ha parlato di Machiavelli come teorico politico citato dai sostenitori, dai difensori, da coloro che scusano la corruzione politica dicendo che questo è l’insegnamento di Machiavelli. Bene, io inviterei coloro che citano Machiavelli come sostenitore che il politico in quanto politico può violare le leggi ad esaminare quello che Machiavelli scrive nei capitoli VII e VIII dei Discorsi, dove arriva a dire che qualsiasi violazione delle leggi deve essere punita con la massima severità e anche se il cittadino che si è reso responsabile delle violazione delle leggi ha fatto qualcosa di buono e di importante per la repubblica non conta niente: “li meriti” di un cittadino non possono essere invocati per scusare i suoi crimini.
Del resto Machiavelli ha un eroe che ammira moltissimo e lo cita dovunque con favore ed è Giunio Bruto, non l’assassinio di Cesare, ma colui che libero Roma dalla tirannide di Tarquinio, e lo cita perché quell’uomo (trae tutto da Livio, Machiavelli, ma lo trae un po’ come vuole; leggeva Livio ma lo interpretava, non era un professore), che chiama il padre della romana libertà, ha il coraggio di condannare a morte il figlio perché ha congiurato contro la repubblica. Altro che un pensatore politico che giustifica la violazione delle leggi.
Machiavelli non fu soltanto uno scrittore politico: lo diventa quando lo cacciano da Palazzo vecchio, ma dal 1498 al 1512 era Secretario della Repubblica ed aveva fra le sue mansioni quella di governare il contado, cioè di scrivere ai commissari fiorentini, quelle che governavano le città soggette. Ed io se devo augurare un male ai politici corrotti auguro loro di dover rispondere a Machiavelli. Tanto per citare un esempio, quando nel 1508 c’è una pestilenza ad Empoli e il commissario fiorentino è scappato dalla città nel bel mezzo della pestilenza, Machiavelli gli intima con una lettera di tornare subito in loco, altrimenti lo manda al Bargello, cioè al carcere. Questo era Machiavelli: era severissimo quando si trattava del bene pubblico e delle leggi. Per lui la comunità esige che il governo della legge sia rispettato con una severità assoluta.
Terzo aspetto della comunità è l’idea che si ha comunità soltanto quando hai dei cittadini non di nome ma di fatto, cioè cittadini che sanno che il bene comune è più importante del bene privato. Il ragionamento di Machiavelli è di tipo realistico. Machiavelli ti dice : vuoi essere libero? guarda che essere libero significa non dipendere da altri uomini. Questo vuol dire che se nella tua città s afferma un uomo o un gruppo che ha poteri enormi, che può occupare le legge, che può farle a suo beneficio e dei suoi partigiani: se si afferma un potere così tu non sei più libero. Se vuoi evitare che un potere così si affermi, tu devi essere saggio, vedere che sta emergendo questo potere e devi combatterlo, devi essere in grado mobilitarti, devi essere in grado di affrontare dei rischi, devi essere in grado di soffrire: cioè devi avere tutte quelle caratteristiche che Machiavelli compendia sotto il nome “virtù”. Devi avere virtù; devi capire che il bene pubblico è più importate del tuo bene individuale; devi capire cioè che il tuo bene individuale, la libertà, muore se muore la libertà della città. Sta tutto qui il ragionamento: si deve vedere se tu hai dei cittadini veri o de cittadini corrotti.
Machiavelli, che è un realista, vuol dare un esempio di comunità libera, dove le leggi sono più forti dei cittadini e dove tutto questo avviene perché ci sono cittadini virtuosi, forti, e porta un esempio delle città tedesche. Un un esempio di come i cittadini di queste pagano le tasse. E scrive: “e che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà io ne voglio dare un esempio. Usano quelle repubbliche quando gli occorre loro bisogno avere a spendere alcuna quantità di denari per conto pubblico i magistrati chiamano i cittadini in piazza e fanno la deliberazione che ciascuno dia ai riscotitori -cioè agli incaricati di raccogliere i soldi- la cifra convenuta. E quelli -scrive Machiavelli- sotto giuramento, pagano e gettano in una cassa a ciò deputata quello che secondo la coscienza sua gli pare di dover pagare, del quale pagamento non è testimone alcun se non quello che paga, donde si può congetturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quegli uomini“.
Ecco, questi sono i cittadini per Machiavelli. Questi sono liberi, e sono liberi proprio perché rispondono alla loro coscienza: questo teorico elogia i popoli fatti da cittadini che fanno il loro dovere secondo la propria coscienza.

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