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Prove per il superamento dell’umano

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Nel tentativo di rispondere alla domanda più difficile per chiunque si interessi di filosofia – Che cos’è la filosofia? – Deleuze e Guattari descrivono cos’è, quali caratteristiche e a cosa è necessario il piano d’immanenza. Esso si situa “prima” dei concetti (che sono ciò di cui si compone il pensiero filosofico) ed è, per questo, pre-filosofico1. Il piano d’immanenza è l’orizzonte assoluto, la conditio sine qua non del pensiero filosofico alla cui concettualizzazione, però, sfugge. Perché la filosofia possa intuire la potenza del piano d’immanenza e la sua appartenenza a quello “spazio” deve non solo sganciarsi dal linguaggio (il segno non è mai la cosa segnata), ma retrocedere. Fare un passo indietro. Questo passo indietro è fondamentale affinché l’uomo non pensi più come individuo singolo, ma si ponga nella condizione di poter pensare in comunione. Questo passo indietro sconvolge la vita di chi lo compie, ed ecco anche perché la filosofia è – in fondo – un atto di coraggio. Continue Reading


  1. cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 31. 

I corpi connessi

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Qualora si chiedesse ad un bambino come descriverebbe il rapporto tra sé e una cosa che tiene fra le mani, egli risponderebbe che quella cosa è sua. Cioè, gli appartiene: è qualcosa che non è la mia persona, ma sulla quale ho potere.

Se chiedessimo allo stesso bambino, il quale rappresenta forse l’ingenuità filosofica e la testimonianza diretta del senso comune, qual è il rapporto fra sé e una cosa che vorrebbe avere, ma non ha, risponderebbe presumibilmente, che quella cosa non è sua. In altre parole, che molto probabilmente il bambino non pronuncerebbe, non mi appartiene: io sono distante da lei, dalla cosa. Non è in mio possesso e quindi non aumenta la mia potenza, ma la diminuisce. Percepisco quella manchevolezza come una diminuzione del mio essere questa persona determinata; così come, possedere una cosa, significa rendere più stabile la definizione di ciò che sono e, in prospettiva, ciò che sarò.

Questo esperimento immaginario, ma abbastanza verosimile, rende chiara l’idea del rapporto che, per lo più, il senso comune e quella filosofia dualista, che Bergson in Materia e memoria chiamava «volgare», istituiscono fra le persone e le cose. La separazione fra i due ambiti è insanabile, tanto da generare solo un possibile controllo e potere l’una sull’altra. Finché l’oggetto del potere erano le cose, che diventavano di proprietà delle persone, la cosa non ha suscitato enormi problemi. Nel momento in cui, invece, sono le persone che vengono possedute dalle cose, diventando a loro volta cose, allora il pensiero filosofico ha dovuto cominciare a riflettere intorno a questo problema.

Entro questo scarto e questo problema, ha ragionato Roberto Esposito, in particolare col suo volumetto intitolato proprio Le persone e le cose (Einaudi). Da qualche anno oramai Esposito si impegna a proporre una teoria biopolitica che riconduca l’uomo al suo posto e si impegni a non ampliare fin troppo lo iato, che appare naturale, fra persone e cose.

Il luogo da cui Esposito parte, per condurre la sua analisi, è quello relativo al rapporto fra persone e cose, nel loro intreccio costante che ne determina anche, e soprattutto, la loro dissoluzione reciproca. Alla luce di ciò la tesi che muove ogni riflessione sostiene che per evitare la scissione fra le due realtà, o le derive personificanti delle cose o le reificazioni delle persone, occorre dare uno sguardo alla prospettiva del corpo. Quest’ultimo non appartiene né alla sfera delle cose né a quella delle persone (secondo la divisione classica, sviluppata in modo esemplare da Cartesio), e apre un decisivo angolo di visuale.

Nel primo capitolo Esposito si concentra dunque sulla nozione di persona e soprattutto sul legame che essa ha con la determinazione del possesso.In altre parole, la separazione fra persone e cose è data dal fatto che le prime posseggono le seconde, conducendo anche alla situazione per cui le stesse persone diventano cose da possedere. «Le cose conquistate si sottomettono a colui che le ha fatte proprie. Ma ciò che in questo modo si gioca non è solo il rapporto fra uomini e cose, ma anche quello tra gli uomini» (p. 9). Il diritto romano fonda e dà legittimità a questo modo d’intendere la persona, nella misura in cui si è persona in quanto si ha la facoltà di esserlo. Proprio per questo motivo, «il paradigma di persona produce non un’unione ma una separazione» (p. 14), in quanto divide il suo “ruolo sociale” dalla sua propria entità biologica, ad esempio. «Il corpo, proprio perché privo di un peculiare stato giuridico, costituisce il tramite di passaggio dalla persona alla cosa» (p. 16), e non essendo soggetto a legge esso è il punto di passaggio fra le due sfere di realtà.

La riflessione si rivolge dunque alla concezione cristiana del dispositivo di persona, la quale divide in modo manicheo ciò che appartiene alla carne e ciò che appartiene allo spirito, penetrando poi nella filosofia moderna e costituendo così l’idea di coscienza individuale. «A essere in gioco non è più la relazione con una sfera trascendente, ma quella del soggetto con se stesso» (p. 23). Esposito prende ad esempio il lavoro di Locke e di Kant nella distinzione, prima funzionale, poi metafisica, della duplice realtà che compone l’idea di persona. In Kant, questa divisione metafisica ha chiari connotati giuridici, romani (p. 26), conducendo – in modo acritico – la persona verso la cosa.
Da questa serie di premesse – le quali tutte fanno capo alla distinzione tra res cartesiane – si sono sviluppate anche tesi più ardite e derive non proprio pacifiche, ricorda Esposito. La modernità, al di là di concezioni divergenti, è legata internamente dalla sovrapposizione di animale e razionale contenuta nella definizione animal rationale. Ma «se è la sola ragione a distinguere l’uomo dalla propria parte animale, questa può indifferentemente essere elevata alla superiorità della persona o ridotta alla inferiorità della cosa. Ciò che in ogni caso manca è il riferimento a un corpo vivente non coincidente né con l’una né con l’altra perché dotato di una peculiare consistenza ontologica» (p. 35).

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Il secondo capitolo è dunque interamente dedicato, di contrasto al primo, alle cose.
Nel Novecento è Heidegger il maggiore esponente filosofico che applica un processo di svalutazione completa della cosa, nella misura in cui si tenta di oggettivarla e quindi appare come nulla, annientata. In Heidegger, la semantica dell’ente infatti è ontologicamente connessa a quella del “ni-ente”. Ma già Aristotele, pur volendo ricucire lo strappo platonico fra la cosa e la sua idea, ponendo l’eidos all’interno della cosa stessa, facendone il suo sostrato (hypokeimenon), ne riattualizza la scissione. La divisione infatti non sta più all’esterno, come in Platone, ma si trova al suo interno, nella cosa. Quest’ultima ha una parte che muta e una che rimane stabile, scissa in sé, e «tutt’altro che un’unità compatta, la cosa diviene una sorta di composto in cui ciò che è sottostante non può mai coincidere del tutto con quello che emerge in superficie» (p. 42). Forma e materia sono differenti per natura e non per grado, e questo non fa che mantenere la separazione in atto. Lo sdoppiamento all’interno della cosa stessa raggiunge il suo culmine all’interno del pensiero kantiano fra fenomeno e cosa in sé (p. 44).

In modo parallelo al platonismo e alla tradizione cristiana, anche il diritto romano ha al suo interno una negatività che si trasforma in una mancanza di possesso, e il discorso giuridico (già da Gaio) procede sempre dalle cose che non sono disponibili o in possesso alla persona (p. 49). «L’ente è attraversato dal niente perché in ultima analisi ne deriva – è commisto fin dall’origine col nulla da cui è creato» (p. 50).

Prima dell’ambito giuridico e del logos filosofico, è il linguaggio che annienta le cose, ne nega il loro «contenuto vivente» (p. 51). «Già per Cartesio la verità non è più posta nel nesso tra parole e cose, ma nella percezione evidente di una coscienza presente a se stessa. Nulla può più garantire che tra significante e significato si dia una qualche corrispondenza» (p. 52). Poiché, definendo una cosa, il linguaggio la smaterializza e la rende nulla, la nega e la trasferisce sul piano astratto.

Le cose da Marx in poi vengono pensate come personificate, o come l’oggetto nel quale si trasforma una persona, in chiave critica all’economia politica. Benjamin vedeva, nella possibilità tecnologica di riprodurre all’infinito l’opera d’arte, da una parte l’eternizzazione di quella figura artistica, dall’altra un decremento di spessore ontologico, giacché essa viene sempre più slacciata dai vincoli col passato.

Nella contemporaneità critica, poi, «il processo di personalizzazione delle cose appare adesso l’esito di una cosificazione delle persone» (p. 62). Lo stesso denaro, nel momento in cui diventa numero e non più agganciato al tallone aureo, si slega e si annulla nel suo stesso raddoppiarsi numerico (p. 65). Le cose diventano non più simboliche, e questo proliferare continuo delle cose diviene accumulo e nientificazione delle stesse. Lacan ha mostrato, dice Esposito, come il simbolo delle cose, qualora venga stracciato dalla sua stessa estenuate riproposizione, rende poi visibile il Reale in tutto il suo aspetto terrificante. Il Reale (come la realtà, insostenibile, di Salò di Pasolini, dice giustamente Esposito) si trova sempre «un passo oltre quanto siamo in grado di sopportare» (p. 69), oltre quella simbologia ingessata, e minata dall’interno, del reale.

Il capitolo terzo è interamente dedicato al tramite scomparso fra persone e cose, il corpo. Quest’ultimo è stato escluso, per lungo tempo, dall’ambito giuridico: «considerato un dato naturale, non è sembrato richiedere una specifica attenzione giuridica» (p. 73).
Il corpo, però, non fa parte né della sfera della persona, né di quella propriamente della cosa. Entrambe, nella loro definizione storica, escludono quel bios che il corpo incarna, sebbene, ricordi Esposito, negli ultimi decenni la legislazione abbia aperto spazi significativi al ruolo del corpo: le biotecnologie lo hanno imposto del resto (p. 76-78).

«Se il diritto tende a cancellare il corpo, la filosofia lo include nel proprio orizzonte – ma nella forma della sua subordinazione. Senza ripetere il gesto escludente della metafisica platonica, ma senza neanche lasciarselo del tutto alle spalle, il pensiero moderno situa il corpo nel registro dell’oggetto» (p. 80). Cartesio qui è il riferimento principale. Il paradigma cartesiano, però, nella filosofia moderna è stato in un certo modo contrastato da un altro? Si, dice Esposito, «a esso se ne affianca, e giustappone, un altro, meno continuo e compatto, riconoscibile proprio dal rovesciamento dei rapporti di forza tra mente e corpo» (p. 81-82). Di questo paradigma fanno parte Spinoza (p. 82-84), Vico (p. 84-85) e Nietzsche (p. 85-87).

Essere oltre la separazione fra persone e cose significa soprattutto anche essere oltre la divisione fra soggetto e oggetto. Il corpo è proprio il tramite fra le due sfere, poiché per la persona esso non è una cosa che si possiede: io non ho il mio corpo, ma sono il mio corpo (p. 89). Il corpo allora fa parte di un sostrato comune, impersonale che «è in grado di riempire lo iato che due millenni di diritto, teologia e filosofia, hanno scavato fra cose e persone, ponendo le une nella disponibilità delle altre» (p. 91). Il finto Uno, allora, scioglie quel Due al suo interno, tornando davvero Uno. Uno impersonale e davvero sciolto, ab-soluto, al quale pensavano alcuni filosofi dimenticati o almeno accantonati come Spinoza e Nietzsche. Nel Novecento alcuni altri hanno invece rovesciato un paradigma fenomenologico incapace di sganciarsi da Cartesio e dalla tradizione giuridico-cristiana. Solo da qui è possibile ripartire per rileggere le opere di Merleau-Ponty, ma prima ancora di Bergson e di Deleuze.

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