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La Comunità nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli.

 

 

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Maurizio Viroli a Sassuolo, durante il Festival della filosofia, il 20 settembre 2009.
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Machiavelli con l’idea di comunità c’entra pochissimo. Sono andato a cercare quante volte Machiavelli usa la parola comunità nei Discorsi. La usa quattro volte in tutta l’opera. E la usa quando si riferisce alle libere città svizzere o tedesche, che formalmente (è il caso della Svizzera) sono parte di una confederazione; nel caso delle città tedesche formalmente sono parte dell’impero, ma in realtà sono libere: solo in questo caso usa la parola comunità.
Insospettito, vado subito a cercare prova di questo uso e vado a leggere lo scritto che Machiavelli compone nel 1508, dopo che era stato mandato come ambasciatore presso l’imperatore di Germania, Massimiliano, e il titolo è il “Ritracto delle cose della Magna“.
In questo scritto, in tre pagine la parola comunità appare quindici volte: sta parlando della Germania. Cosa vuol dire? vuol dire che per Machiavelli sono comunità quelle piccole città che hanno i seguenti requisiti.
Primo: vivono libere, nel senso che non dipendono da altri, possono darsi statuti e leggi, non devono ricevere le leggi da un principe o da un imperatore.
Secondo: sono città che vogliono vivere libere e non vogliono occupare la libertà di altri (capitolo XIX del II libro dei Discorsi).
Terzo: sono comunità che hanno una forte virtù civile, sono abitate da cittadini che hanno la volontà di servire il bene comune.
Quarto: sono comunità caratterizzate da un forte amore della patria.
Quinto: sono comunità con una forte dimensione religiosa.
Machiavelli ha solo espressioni di elogio: egli indica l’ideale di comunità come ideale da seguire e l’idea di Machiavelli di comunità -so di fare un’affermazione impegnativa- è esattamente l’idea di cui avremmo bisogno oggi in Italia, senza togliere e senza aggiungere una sola virgola, perché per Machiavelli la comunità è comunità di cittadini liberi.
Non è comunità religiosa, anche se i cittadini sono religiosi; non è una comunità tenuta insieme dalla comune identità etnica e non è neppure una comunità di persone che vivono tutte allo stesso modo.
Prova ne sia che Machiavelli è forse il primo scrittore politico che non condanna i conflitti sociali ma li esalta come mezzo per conservare libera una comunità ed è uomo che nella sua vita non solo sostenne con gli scritti ma dimostrò con l’esempio che la natura ha fatto gli uomini con diverse fantasie: vuol dire che si vive in tanti modi, non ce n’è uno giusto e gli altri sbagliati, e che se la natura è varia noi dobbiamo imparare dalla natura.
Quindi la tesi che vorrei spiegare in questa conversazione è che Machiavelli è teorico sì della comunità, che indica come valore da seguire, ma è teorico della comunità di cittadini liberi, che non ha niente a che vedere con l’idea di comunità religiosa o etnica o basata su un’unica concezione della buona vita: per questo è un modello da seguire.
Prima vorrei spiegare che tipo di libro sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
I Discorsi diventano un libro dopo che Machiavelli muore: nel 1532 c’è la prima edizione. Machiavelli li compone ma non li pubblica, perché muore nel 1527. Non abbiamo neanche l’edizione originale dei Discorsi, abbiamo copie: autorevoli, ma copie.
Perché Machiavelli non l’ha mai pubblicato? Ci sono molte tesi per giustificare la mancata pubblicazione di un libro cui Machiavelli lavora per cinque, sei anni e che come mole è la sua opera maggiore. A mio parere, la spiegazione più convincente è questa: Machiavelli vuole comporre un libro che insegni a qualcuno più fortunato di lui la saggezza politica necessaria a far rinascere la libertà repubblicana, cioè le libertà dei cittadini che vivono con le leggi che si sono dati e non sotto un principe, e Machiavelli sapeva benissimo che un libro del genere, nell’ Italia del 1515, sarebbe stato considerato tutt’al più una bizzarria. Dov’erano in Italia le condizioni per far rinascere le libertà repubblicane?
Voi sapete di cosa sono composti i Discorsi.
Machiavelli prende la storia di Roma di Livio che riesce ad avere perché il babbo -che era sì un avvocato ma credo fosse l’unico avvocato di Firenze che fosse squattrinato- che amava i libri -si chiamava Bernardo- compone per un editore l’indice dei luoghi geografici della storia di Roma di Tito Livio; come salario l’editore gli da una copia -non rilegata- dell’opera, così Niccolò, da piccolo -aveva circa 8 anni- si trova in casa i Discorsi e nel 1513, dopo aver servito per quindici anni (dal 1498 al 1512) la Repubbica di Firenze, cacciato da Palazzo Vecchio perché a Firenze si afferma il regime mediceo, scrive i Discorsi, sulla copia che aveva avuto grazie al lavoro del babbo, e scrive a commento di Livio, che racconta di come Roma divenne da piccola città la più grande e potente repubblica dell’antichità, dice Machiavelli “per far gustare e chi legge il sapore il sapore dell’istorie”. Gustare, non capire: cioè trarre dall’istorie non solo informazioni curiose, che sono nozioni, ma come un cibo che entra nell’animo e lo ristora, gli dà nuova vita.
Machiavelli, d’altro canto, parla di cibo anche in un altro luogo, in quella straordinaria lettera a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1530, quando Machiavelli è nel momento più buio e scrive che, dopo aver trascorso la giornata in Sant’Andrea in Percussina, dove si era ritirato cacciato da Palazzo Vecchio, dopo una giornata persa nella maniera più volgare e anche triste, quando viene la sera si ritira nel suo scrittoio e legge le grandi opere degli storici antichi.
Cosa vuol dire per lui leggere le storie degli uomini antichi? Dice: “e mi pasto di quel cibo che solum è mio ed io nacqui per lui“. Cibo, ancora, esattamente come ha scritto nel proemio dei Discorsi.
Machiavelli, scrivendo su Tito Livio sta compiendo una doppia opera di resurrezione: vuole far rinascere la saggezza politica dei Romani intesa come qualche cosa che entra nell’animo, e motiva all’azione, e spinge qualcuno ad agire. Ad agire imitando i Romani: a costruire una libera repubblica. Ma mentre scrive quelle pagine emancipa anche se stesso: ritorna vivo, perché per Machiavelli essere vivo voleva dire dedicarsi a grandi ideali: servire la patria, quella patria che gli avevano impedito di servire cacciandolo da Palazzo Vecchio. Ora non può più agire: scrive, e scrive per far rinascere la sapienza politica repubblicana, ma scrivendo di quella sapienza rinasce egli stesso, e infatti lo dice nella lettera: “per quattro ore dimentico ogni affanno, non mi sbigottisce la povertà, non tempo la morte“. Questo, per lui, era scrivere i Discorsi.
Per chi li scrive? Li scrive per altri, che verranno dopo. Li scrive “acciocché gli animi dei giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi tempi pieni di corruzione e prepararsi ad imitare quelli, pieni di virtù, che gli antichi romani, qualunque volta la fortuna desse loro l’occasione, perché l’offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché sendone molto capaci, alcuni di quelli più amato dal cielo possa operare“. Ecco per chi scrive Machiavelli: per qualche giovane -per il futuro- che possa mettere in pratica quello che insegna, che forse potrà fare quello che egli non è riuscito a fare.
Machiavelli ha scritto per noi, ha scritto per tutte le persone che in ogni tempo, sotto qualsiasi cielo vogliono vivere liberi.
E quando Machiavelli ha scritto di comunità che cosa ci ha detto?
Primo: comunità è soltanto il modo di vivere di individui liberi. Non c’è comunità sotto un principe; sotto la tirannide non esiste la comunità. Non è vera comunità la repubblica corrotta dove il bene privato prevale sul bene comune. Comunità è soltanto di cittadini liberi.
E che cosa vuol dire essere liberi per Machiavelli? Machiavelli aveva idee di libertà diverse da quelle che dominano i nostri tempi. Per Machiavelli essere liberi non vuol dire -come noi tante volte pensiamo- non essere ostacolati, non essere sottoposti a vincoli, non essere sottoposti a regole: no, questa non è l’idea che aveva Machiavelli. Per Machiavelli (come spiega nel capitolo terzo del primo libro dei Discorsi) liberi sono quei popoli che “non dependono da altri o non dependono da un uomo“. Non è la questione se la persona o il popolo da cui dipendi ti ostacolano o non ti ostacolano. E’ il dependere che rende non liberi.
Cosa vuol dire dependere? vuol dire che tu vivi in una condizione tale per cui sei sottoposto al potere enorme o arbitrario di di un uomo o di un gruppo di uomini che se vogliono (se vuole) può privarti della libertà. Che ti opprima o non ti opprima, che ti permetta di fare quello che vuoi o non te lo permetta, non conta niente per Machiavelli: il solo fatto che di essere dipendente da un uomo che se vuole può opprimerti ti rende non libero.
Era la vecchia concezione repubblicana della libertà; era la vecchia concezione che Machiavelli aveva imparato a Firenze, e la scrive in un modo estremante netto quando dice: “li popoli sono di due tipi, o liberi o che depoendono da altri“. Questa nozione gli veniva dal De officiis di Cicerone, dove Cicerone spiega che essere liberi non vuol dire avere un buon padrone: vuol dire non avere un padrone.
Questo è il concetto di libertà che Machiavelli isola ed a cui attribuisce carattere distintivo della comunità.
La seconda caratteristica: non può esserci un principe, perché sei sempre dipendente. Ma il corollario di questa affermazione è che la libertà esiste per Machiavelli soltanto laddove le leggi sono più forti degli uomini. Per questo nel secondo libro, capitolo XIX, Machiavelli scrive “non può dirsi libera quella città in cui vi è un cittadino che può farsi temere dai magistrati“. Qui Machiavelli vuol dire che laddove ci sia, in una città, un cittadino che -perché è ricco, perché ha molti amici- si fa temere dai magistrati, vuol dire che è un cittadino che, se vuole, può imporre il suo potere e il suo volere sulla città.
Machiavelli aveva degli esempi molto forti: i Medici governavano esattamente in quella maniera. Ascoltate le parole che dice: “farsi temere dai magistrati“. Già questo fatto rende una città non libera. Mentre invece quando Machiavelli vuole dare l’esempio di una comunità che è veramente una comunità e dunque dove sono più forti le leggi che gli uomini, per spiegarlo bene, usa queste parole: “quelle molte repubbliche -parlando della Germania- vi vivono libere ed in modo osservano le loro leggi che nessun di fuori né di dentro ardisce occuparle“: ecco la caratteristica della comunità.
Il contrasto è la città dove c’è un cittadino che può occupare le leggi, nel senso che le viola o le fa a suo uso e consumo. Quindi la seconda caratteristica della comunità è il governo delle leggi. Governo delle leggi applicato con una severità assoluta.
Un nostro ottimo amico ha parlato di Machiavelli come teorico politico citato dai sostenitori, dai difensori, da coloro che scusano la corruzione politica dicendo che questo è l’insegnamento di Machiavelli. Bene, io inviterei coloro che citano Machiavelli come sostenitore che il politico in quanto politico può violare le leggi ad esaminare quello che Machiavelli scrive nei capitoli VII e VIII dei Discorsi, dove arriva a dire che qualsiasi violazione delle leggi deve essere punita con la massima severità e anche se il cittadino che si è reso responsabile delle violazione delle leggi ha fatto qualcosa di buono e di importante per la repubblica non conta niente: “li meriti” di un cittadino non possono essere invocati per scusare i suoi crimini.
Del resto Machiavelli ha un eroe che ammira moltissimo e lo cita dovunque con favore ed è Giunio Bruto, non l’assassinio di Cesare, ma colui che libero Roma dalla tirannide di Tarquinio, e lo cita perché quell’uomo (trae tutto da Livio, Machiavelli, ma lo trae un po’ come vuole; leggeva Livio ma lo interpretava, non era un professore), che chiama il padre della romana libertà, ha il coraggio di condannare a morte il figlio perché ha congiurato contro la repubblica. Altro che un pensatore politico che giustifica la violazione delle leggi.
Machiavelli non fu soltanto uno scrittore politico: lo diventa quando lo cacciano da Palazzo vecchio, ma dal 1498 al 1512 era Secretario della Repubblica ed aveva fra le sue mansioni quella di governare il contado, cioè di scrivere ai commissari fiorentini, quelle che governavano le città soggette. Ed io se devo augurare un male ai politici corrotti auguro loro di dover rispondere a Machiavelli. Tanto per citare un esempio, quando nel 1508 c’è una pestilenza ad Empoli e il commissario fiorentino è scappato dalla città nel bel mezzo della pestilenza, Machiavelli gli intima con una lettera di tornare subito in loco, altrimenti lo manda al Bargello, cioè al carcere. Questo era Machiavelli: era severissimo quando si trattava del bene pubblico e delle leggi. Per lui la comunità esige che il governo della legge sia rispettato con una severità assoluta.
Terzo aspetto della comunità è l’idea che si ha comunità soltanto quando hai dei cittadini non di nome ma di fatto, cioè cittadini che sanno che il bene comune è più importante del bene privato. Il ragionamento di Machiavelli è di tipo realistico. Machiavelli ti dice : vuoi essere libero? guarda che essere libero significa non dipendere da altri uomini. Questo vuol dire che se nella tua città s afferma un uomo o un gruppo che ha poteri enormi, che può occupare le legge, che può farle a suo beneficio e dei suoi partigiani: se si afferma un potere così tu non sei più libero. Se vuoi evitare che un potere così si affermi, tu devi essere saggio, vedere che sta emergendo questo potere e devi combatterlo, devi essere in grado mobilitarti, devi essere in grado di affrontare dei rischi, devi essere in grado di soffrire: cioè devi avere tutte quelle caratteristiche che Machiavelli compendia sotto il nome “virtù”. Devi avere virtù; devi capire che il bene pubblico è più importate del tuo bene individuale; devi capire cioè che il tuo bene individuale, la libertà, muore se muore la libertà della città. Sta tutto qui il ragionamento: si deve vedere se tu hai dei cittadini veri o de cittadini corrotti.
Machiavelli, che è un realista, vuol dare un esempio di comunità libera, dove le leggi sono più forti dei cittadini e dove tutto questo avviene perché ci sono cittadini virtuosi, forti, e porta un esempio delle città tedesche. Un un esempio di come i cittadini di queste pagano le tasse. E scrive: “e che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà io ne voglio dare un esempio. Usano quelle repubbliche quando gli occorre loro bisogno avere a spendere alcuna quantità di denari per conto pubblico i magistrati chiamano i cittadini in piazza e fanno la deliberazione che ciascuno dia ai riscotitori -cioè agli incaricati di raccogliere i soldi- la cifra convenuta. E quelli -scrive Machiavelli- sotto giuramento, pagano e gettano in una cassa a ciò deputata quello che secondo la coscienza sua gli pare di dover pagare, del quale pagamento non è testimone alcun se non quello che paga, donde si può congetturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quegli uomini“.
Ecco, questi sono i cittadini per Machiavelli. Questi sono liberi, e sono liberi proprio perché rispondono alla loro coscienza: questo teorico elogia i popoli fatti da cittadini che fanno il loro dovere secondo la propria coscienza.

Enzo Bianchi, Comunità monastica: solidarietà e condivisione.

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Enzo Bianchi a Carpi, durante il Festival della filosofia, il 19 settembre 2009.

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Non vi nascondo che ho fatto una certa resistenza al titolo che mi è stato dato: comunità monastica. Ho fatto una resistenza perché credo che in questa stagione la comunità monastica non interessi molto: non interessa neanche alla chiesa e, quindi, permettetemi di pensare che non interessa neanche agli altri. Di conseguenza ho capito l’urgenza e, essendo la comunità un tema generale, accetto in parte la formulazione del titolo. Perché? perché io temo di parlare della comunità monastica: sono troppo coinvolto, sono troppo implicato, ho dato origine alla mia comunità, l’ho progettata, vivo ancora in essa e, sapete, se c’è una cosa che mi da fastidio ultimamente come genere letterario che abbonda sia nella chiesa sia nella società civile, è il genere della testimonianza. Non sopporto questa maniera di parlare di sé, di essere autoreferenziale, magari poi dicendo che tutto questo si fa per testimoniare qualchedunaltro. Dunque io non vi parlerò della mia comunità monastica, non vi parlerò della comunità monastica come fenomeno. Vi dirò alcune urgenze che la comunità monastica può ricordare a tutti, anche a voi che non vivete la comunità monastica ma che sentite, credo, come un tema assolutamente necessario quello della comunità.

Io credo che un discorso sulla comunità possa interessare davvero tutti, anche se la nostra cultura dominante, privilegiando l’individualismo, e di conseguenza tutto ciò che lo nutre (il possesso, la proprietà, i propri interessi) sembra congiurare contro la comunità. Bauman qualche anno fa ha scritto un libro che portava il titolo “Voglia di comunità” e a me sembra che questa voglia, questo desiderio di comunità, se c’è, almeno da noi in Italia, è per ora poco attestato, è un desiderio molto debole, perché non vedo innanzi tutto ciò che è indispensabile alla comunità, cioè il desiderio di una convergenza, il desiderio di un orizzonte comune, nella società, nella polis: vedo prevalere altre logiche. E poi vi devo dire che qualche volta ho anche paura della parola comunità. Quando si pensa ad una comunità con interessi identitari, una comunità di simili, di uguali, una comunità in cui assolutamente non si privilegia la pluralità, la differenza, l’alterità, ma piuttosto la similitudine, allora anche il discorso sulla comunità può dare degli esiti molto negativi per la vita della società.
κοινωνέω in greco la troviamo nei filosofi ma la troviamo, con una suo particolare significato, negli scritti del Nuovo Testamento, dunque all’interno del cristianesimo. κοινωνέω significa comunità, comunanza, comunione: significa qualcosa a cui si partecipa. Il membro della κοινωνέω è uno che condivide, uno che partecipa, uno che si sente parte di un tutto nel quale gli altri pure sono parte in una logica di scambio, una logica di accoglienza reciproca, una logica di edificazione di un progetto comune. Nel nostro italiano le parole certamente sono comune, il sostantivo comunità e noi quando diciamo che qualcosa è comune, quando ci riferiamo alla realtà di una comunità certamente abbiamo ciò che è contrario al proprio, alla proprietà all’appartenenza individuale. Ciò che è comune non può essere né proprio, né mio né tuo, semmai è nostro, perché appartiene a molti, appartiene a tutti. La κοινωνέω della cultura greca e del nuovo testamento e la comunità come noi traduciamo questo termine è proprio questa realtà, in cui tutto è messo in comune, tutti partecipano ad una realtà che è comune, in cui ciascuno è comunicante con gli altri, è partecipante con gli altri.
Però attenzione: la parola comunità (communitas) noi dobbiamo sempre ricordare che è formata da due parole. E’ formata da cum (e tutti sapete che cum significa “con”, dunque evoca l’insieme) e dalla parola munus. Ma la parola munus ha un doppio significato in latino. Perché da un lato munus significa il dovere, significa la funzione, significa l’obbligo che uno ha, ma l’altro significato di munus è dono. Gurdate la riccchezza dunque della parola comunità. Quando c’è una realtà che viene sentita come obbligo, come dovere, ma proprio perché si sente questo obbligo e questo dovere come dono per gli altri allora si ha la comunità. E qual’è la cosa che i membri di una comunità hanno in comune? Hanno in comune il munus, ma il munus non è la proprietà, è il dovere, è una responsabilità ed un dono da fare agli altri. Dunque la communitas non fa cedere ad una proprietà. Anzi, espropria i membri della comunità dalla loro proprietà più propria, perché i membri della comunità devono uscire da se stessi e devono sentirsi mancanti, donati a, aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella comunità, significa condividere con gli altri, esporsi all’altro, movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconsociuta e virtù di un agire razionale e indipendente, dice Roberto Esposito nel suo bel libro Communitas.
Insomma la comunità è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso da spartire, da una proprietà, non tanto da un di più, ma anzi direi da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. E qual è questo debito? questo debito -che è anche sempre dono- è un debito che comporta dare se stessi. Se uno vuol capire davvero che cosa è la comunità e come si origina la comunità deve percepire che innanzi tutto occorre dare la propria presenza agli altri, Questo, attenzione lo capite da soli, vale per la comunità della famiglia, vale per la comunità del piccolo gruppo, vale per qualunque forma di comunità. Una comunità, se non vuole avere derive patologiche (e la comunità, essendo un corpo, ha le derive patologiche come una persona: è esposta e nulla è garantito), deve iniziare da un movimento in cui ciascuno inizia a dare la propria presenza all’altro.
Ci sono due parole, nel nuovo testamento, illuminanti in proposito, ma che sono anche ispiranti in una cultura umana come quella greca. Una: non abbiate alcun debito verso nessuno se non quello dell’amore reciproco. E’ Paolo in Romani, 13-8. L’altra parola viene messa in bocca a Gesù: non c’è amore pià grande che dare la propria vita per quelli che si amano (Giovanni 15-13). Ecco, per entrare nella communitas occorre innanzi tutto sentire la propria presenza fra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Ma voi tutti percepite che dare la propria presenza significa dare la propria vita. Io nella comunità mi voglio per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente, è per gli altri.
La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo all’inizio del grande codice che è la Bibbia, laddove si dice che l’umanità ha avuto un inizio attraverso legami e relazioni: ed in quei legami e quelle relazioni c’è l’omicidio. Un fratello (guarda caso, nel legame più vero che noi uomini possiamo avere), Caino, uccide l’altro fratello, il cui nome significa che era l’uomo debole, mentre Caino significa uomo forte. Decodifichiamo: in tutti i rapporti, anche i più naturali, consanguinei, quelli che ci dovrebbero portare all’amore, avviene l’omicidio. Ebbene se c’è una verità su quell’omicidio, questa verità è detta da una parola che Dio rivolge a Caino: “dov’è tuo fratello?”. Questa è la vera domanda. Perché ognuno di noi è custode dell’altro, ognuno di noi ne è responsabile, deve sempre sapere dove c’è l’altro; non sapere nel senso topografico, ma sapere l’altro dove si colloca nel suo rapporto di vicinanza o di estraneità. Dire a uno “dov’è tuo fratello” significa dire: “ma tu hai il volto rivolto verso l’altro?”. Ecco davvero uno dei punti cruciali per capire dove può nascere la comunità. La comunità nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro, deve rimanere tale; l’altro è unicità: fra l’io e il tu c’è una irrimediabile distanza. Ma io e l’altro (io-tu) siamo chiamati alla relazione, siamo chiamati al dialogo, siamo chiamanti alla accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno di fronte all’altro. Io di fronte all’altro devo sempre deporre la sovranità del mio io per poter incontrare l’altro e dire con l’altro: “noi”. Certo con la sua alterità, crea in me un timore. La relazione con l’altro è sempre un rischio, lo sappiamo bene; la presenza dell’altro si impone accanto a me ma io, ecco, posso incontrarlo o posso rifutarlo. Posso avvicinarlo o posso escluderlo. Se lo avvicino gli riconosco la vita; se lo escludo -che lo voglia o no- è come dichiararlo morto: e questo è semplicemente l’inizio di un’operazione omicida. Questa è la verità.
C’è all’interno del vangelo un testo che tutti conoscono ma che purtroppo a pochi è concesso di capirlo perché normalmente viene letto male. Tutti in occidente conoscono quella straordinaria parabola del samaritano, tutti sanno che quest’ uomo, passando vicino ad un altro il quale era incappato in banditi ed era ferito…; ebbene, tutti sanno che passò di la un sacerdote, avendo le sue regole, tirò avanti; passo un sacerdote di seconda qualità (diciamo un diacono) tirò avanti anche lui, e c’era un samaritano, uno che gli isareliti definivano -attenzione sta nella Bibbia, sta nel Siracide- un popolo fatto di stupidi e di persone impure, ebbene costui non aveva regole di nessun tipo, non aveva neanche la fede (la parabola non c’è lo dice se era praticante o no, comunque era uno scismatico, eretico detestabile per gli ebrei) ma lì ha visto semplicemente un uomo e si è fatto vicino. La conoscete tutti la parabola. Ma l’intelligenza della parabola non è questa: è la domanda che fa Gesù a chi l’aveva interogato, in cui chi l’aveva interogato aveva detto a Gesù: “chi è il mio prossimo, chi è colui al quale io devo farmi vicino e col quale iniziare la comunità?”. E Gesù dice -questa è la domanda terribile, detestabile, perversa e che noi contiuniuamo a fare all’interno dei nostri ambienti- chi è l’altro che debbo incontrare, chi è l’altro cui debbo fare la carità, chi è l’altro cui debbo prestare l’aiuto. Ripeto: domanda perversa per Gesù; qui sta l’intelligenza della parabola, perché Gesù la capovolge. Il dottore della legge gli aveva detto “chi è il mio prossimo?”. E Gesù, lo sapete, finita la parabola dice: “dimmi dunque chi si è fatto prossimo?”. La vero domanda è dunque: “di chi ci facciamo prossimo”, non “chi è il mio prossimo”, perché il mio prossimo non è colui che è lontano o vicino, ma è colui che io decido di incontrare, è colui che io rendo vicino incontrandolo. Ecco allora com’è importante per una dinamica di qualunque tipo di comunità donare la propria presenza. Io credo che se c’è una patologia della comunità familiare, innanzi tutto nasce da una mancanza di presenza, perché con il ritmo della vita oggi, con quello che è diventata la vita di lavoro, con quella che è diventata la dissociazione del lavoro, la presenza gli uni agli altri sovente manca. E’ presenza dei genitori ai figli, è presenza dei figli ai genitori, è presenza fra quelli che vivono insieme e che si amano, nell’amore e nell’amicizia. Ma fare comunità richiede innanzi tutto dare la propria presenza.
E se non c’è la propria presenza ogni dinamica di comunità non è capace di fecondità, resta sterile, resta debole e non ci fa avanzare. All’interno di questo dare la propria presenza, il dare ascolto all’altro -dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare- è fare dono all’altro di un’accoglienza. Io lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me; lascio che lui, lei mi parli attraverso tutta la sua persona, perché noi parliamo anche con il corpo, con il tipo di vestito che abbiamo, con il dono della voce, con il profumo che abbiamo; dialoghiamo, parliamo, con tutti noi stessi; e ascoltare l’altro significa proprio questo: essere presente ascoltando, accogliendo chi è l’altro, facendogli il dono del tempo, il dono della vita, ma accogliendo nella mia vita l’altro. Questo significa attendere l’altro: significa assumere un atteggiamento verso l’altro che qualche volta significa rinnegare i propri desideri, le proprie voglie, qualche volta significa mettersi in una logica in cui si lascia uno spazio all’altro e ci si priva noi di un certo spazio. Perché è questa presenza, questa apertura all’altro, questa responsabilità che apre alla comunità e che comunque accende la fraternità.
Qual è la ragione? semplicemente perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, in virtù del suo volto che è segnato dalla morte come il mio volto. La frase mi sembra dura e forte, ma quando io guardo un altro, che lo voglia o no, vedo un uomo che è segnato dalla morte come me. E la morte durante la vita è dolore, è separazione, è isolamento, è solitudine, poi esplode con la fine; ma l’altro che mi sta di fronte ha davvero questa grande comunione con me, siamo uomini, siamo mortali, siamo piccola cosa, siamo provvisori, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri e abbiamo bisogno di senso perché tutta questa morte minaccia il nostro senso e il senso della nostra vita.
Solo la comunione, solo l’affetto, solo l’amore ridà senso a ciascuno di noi. Dostoevskji ha avuto il coraggio di scriverlo: “noi siamo responsabili di tutti davanti a tutti, ma io sono più responsabile di tutti gli altri”. Questa è davvero la via dell’umanizzazione, è l’essere uomini: la responsabilità dell’altro è la struttura pura, essenziale, primaria, fondamentale della soggettività.
Bauman è riuscito a dire: “io sono in quanto sono per gli altri” e il verbo essere significa essere per gli altri, perché essere ed essere per gli altri in una via di umanizzazione sono sinomini. Io non esisto senza un tu, un voi. Sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama, ma anche l’altro è per me un volto e un nome. Io ho bisogno dell’altro per vivere.
Mai senza gli altri.
Quanto volte ce lo siamo detti come l’intuizione più profonda per creare una via di convergenza alla communitas. Ecco dove nasce la communitas. Io ho bisogno di te e quando dico di non aver bisogno dell’altro uccido la communitas, uccido l’altro. E’ il cristianesimo, penso specialmente a Paolo nella prima lettera ai Corinti, quando ammonisce che nessun membro della comunità può dire di non aver bisogno dell’altro. Ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza ad un corpo, sarebbe la negazione di un corpo vivo, di ciò che si è. E permettetemi di citare anche Giovanni, che giunge a dichiarare in modo lapidario: “chi non ha relazione con l’altro, chi non ama l’altro è un omicida”.
E’ uscito nei mesi scorsi un libro, certamente che ha alcune pagine straordinarie. E’ un libro difficile, mi rendo conto che non se ne possa dare una grande lettura. Ma Zoja gli ha dato come titolo “la morte del prossimo” e dice: Nietzsche, all’inizio del secolo scorso, ci aveva parlato della morte di Dio ed effettivamente abbiamo assistito ad una morte di dio nel secolo scorso, attraverso le grandi ideologie che l’hanno negato, attraverso la secolarizzazione. Indubbiamente una certa morte di dio c’è stata e Nietzche è stato un vero profeta su quello. Ma Zoja dice: il guaio è che non c’è stata solo la morte di dio, attualmente c’è la morte del prossimo. Ecco il titolo del suo libro, ed è vero perché la prossimità non è solo una vicinanza spaziale, è essenzialmente una responsabilità fino all’estremo: la responsabilità della responsabilità altrui.
Oggi la nozione del prossimo è quasi venuta a mancare, ormai all’interno della cultura dominante c’è il culto dell’io autarchico, c’è una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri diventano dei bisogni assolutamente da soddisfare, senza gli altri e contro gli altri. C’è indubbiamente una situazione in cui si finisce per negare ogni convergenza sociale, non siamo più capaci di un orizzonte politico convergente, nella nostra società non c’è più un progetto che richieda una convergenza nostra per una polis, per una forma di giustizia, vale la legge ognuno i propri interessi.
Abbiamo esultato per la fine di ideologie che portavano dietro loro anche un carico di negazione di libertà e di morte, ma dopo la fine delle ideologie, che cosa abbbiamo costruito? C’è stata una dispersione enorme in cui ormai sembra altro che la società liquida, molto di più: una società segnata esclusivamente da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, in cui non siamo neanche più capaci a parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie, e volete che da questa situazione ci sia la convergenza di comunità nella politica, nella società? questa è la barbaria cui siamo andati incontro. Certo la comunità è una comunità a caro prezzo. Io non vi traccio nessun volto idillico, assolutamente, della comunità. Ho voluto darvi la dinamica, dalla presenza al dono della vita attraversa la difficile via del riconoscimento dell’altro, dell’assunzione della responsabilità dell’altro, dell’accendersi della fraternità esercitandosi nel dialogo, esercitandosi nell’amore.
Ma è bene evidenziare, a costo di scoraggiare chi sogna la comunità, il caro prezzo che si deve pagare per entrare nella sua dinamica, perché va detto subito che la comunità, la quale ha il potere di porre insieme gli uni e gli altri edi porre a confronto gli uni e gli altri, è un luogo di epifania, è un luogo di manifestazione. Fare comunità significa accettare che all’interno dell’incontro e del confronto emerga la debolezza, la povertà, anche il male che abita ciascuno. Paradosalmente proprio vivendo insieme ed avendo la possibilità di una vita con una certa prossimità, guardando l’altro io sono condotto a vedere e quindi a riconoscere tutto ciò che è in me, tutto ciò che contraddice la comunità e che pure mi abita e mi limita. Finché uno è nello spazio non comunitario, ed ha dei rapporti sfilacciati e non conosce il vero rapporto con il prossimo, cioè di colui che io decido di avvicinare, io sto nello spazio non comunitario, lo spazio dell’ immunitas e io posso pensare a me stesso senza contraddizioni, creando una immagine falsa di me. E’ il confronto con gli altri che obbliga a questo sguardo su di sé, che obbliga ad un’operazione faticosa e dolorosa in cui io vedo i miei limiti e le mie contraddizioni.
A volte rinunciare al proprio punto di vista per sottomettersi alla volontà degli altri: la comunità, essendo innanzi tutto un io e gli altri, non può essere “la comunità per me”, ma richiede piutosto la logica “io per la comunità”: questo è il passaggio dall’amore di me stesso alla solidarietà. La comunità è il vero luogo dell’ars amandi, ma un ars amandi in cui sì, c’è la giona del piacere, ma c’è anche tutta la necessità del sacrificio.
Sacrificio, parola desueta oggi diventata oscena.
Permettemi di osservare, semplicemente: se noi siamo qui questa sera ed abbiamo la possibilità di parlare così in piazza, non pensate che sia grazie al sacrificio di tanti che hanno lottato per la nostra libertà e perché fosse possibile essere liberi? Noi non vogliamo più sentire la parola sacrificio e non l’abbiamo più insegnata alle nuove generazioni, ma quel po’ di giustizia che c’è oggi, lo vogliamo ricordare che c’è grazie al sacrificio di tanti che hanno combattuto e che hanno cercato di lottare contro l’alienazione e contro ogni forma si schiavitù; e se noi conosciamo la pace, non è vero che ciò è grazie a molte persone che hanno sacrificato la propria vita per la pace, la giustizia e la libertà? Questi sono sacrifici che non possono mancare perché nella vita d’uomo o c’è una ragione per cui vale la pena fare sacrifici, e allora la vita ha senso; ma se nella vita di un uomo non c’è niente per cui vale la pena sacrificare qualcosa, non c’è neanche una ragione per vivere: che i giovani lo sappiano. Sacrificio come dono del tempo, come dono della mia presenza, sacrificio delle mio forze, sacrificio come sottomissione al bene comune delle mie esigenze e di quelli che sono i miei desideri, ma che qualche volta confliggono con i diritti degli altri.
Nella communitas si sperimenta l’arte di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico e l’avversario, nella communitas si deve tentare di accendere l’amore per il nemico, nella communitas ci si esercita ad attendere e perdonare, ricominciare ogni rapporto che sembra spegnersi, cercando soprattutto una speranza, una fedeltà, perché i veri capolavori d’arte nascono da una lunga fedeltà, da una perseveranza, non possono mai essere il frutto di qualcosa che si consuma in pochi istanti come effimero. C’è certamente il diritto di essere se stessi, di essere accolti con le proprie debolezze e con i propri lati oscuri e repellenti.
Comunità infine significa condivisione: certo si tratta di condividere tutta la vita, ma non dimentichiamo che oggi per molti uomini, proprio perché manca la condivisione, c’è oggi una condizione di bisogno declinata a volte come fame, a volte come miseria, a volte come condizione che appare disumana. Noi, soprattutto in occidente, abbiamo parlato tanto di povertà ma poco di di condivisione, mentre tutto il messaggio cristiano dice che l’unico nome della povertà cristiana è condivisione e una povertà che non è condivisione è esercizio ascetico per persone che cercano la propria perfezione egoistica, mentre se c’è davvero l’amore, allora c’è la condivisione; condivisione di quello che si è; condivisione a che di quello che si ha. Noi viviamo in una situazione oggi in cui semplicemente tante forme di miseria stanno accanto a noi ma in un progetto di comunità che cosa siamo disposti a condividere? Siamo disposti a condividere anche ciò che abbiamo? certo nella libertà e per amore. Qualcuno penserà che evocando questa condivisione io abbia un sogno utopistico o addirittura magari le solite declinazione di quel famoso comunismo.
No, stiano calmi questi.
Cerco solo di ricordare che cosa è stato il messaggio cristiano quando, nei primi secoli, dire che mio e tuo sono parole vane, che una proprietà e un possesso individuale erano contro natura; questo lo trovate nei padri della chiesa non nei catto-comunisti.
Ci sono due parole nel nuovo testamento che impressionano tutti gli esperti della letteratura greca. Uno dei più grandi grecisti ha potuto scrivere: “quando passo dai classici greci ai testi del nuovo testamento ciò che mi sorprende è aver forzato la lingua greca o averla appensantita soprattutto con due espressioni”.
Perchè costantente nel nuovo testamento non sta scritto “lavorate” ma sta scritto “collaborate”, non sta scritto “piangete”, ma sta scritto “piangete insieme”, non sta scritto “rallegratevi”, ma sta scritto “rallegratevi insieme”. E dice addirittura “ho trovato una espressione impossibile: commorire insieme” (è un’espressione paolina).
C’è costantemente, in maniera ossessiva e dà a tutto questo andamento. Sembrerebbe che tutte le cose più umane: lavorare, gioire, piangere, non sono vere se non si fanno insieme in comunità.
E l’altra parola che tanto appesantisce il greco è questo “reciprocamente” che di nuovo è martellante. Senza che la reciprocità diventi un diritto ma sia semplicemente un debito che ciascuno ha verso l’altro, perché una vera comunità sa anche vivere senza simmetria, in una piena gratuità.
Ecco, questa è la comunità, è la comunità che i monaci cercano di realizzare. Ma vi ho parlato di una delle dimensioni che interessano la vostra vita di comunità nelle vostre comunità, nella vostra polis, nella vostra amicizia, ovunque voi sentiate relazioni, perché il cammino della comunità è sì un cammino cristiano ma, secondo me, è un cammino cui son chiamati tutti gli uomini, perché l’umanità è una e ogni uomo o sta in una comunità in relazione ed è uomo e si umanizza, ma senza la comunità, senza un orizzonte comune, c’è la barbarie.

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