Socrate, l’uomo dagli atti giusti prima delle parole giuste

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L’accusa di essere empio corruttore dei giovani determina la condanna di Socrate davanti al tribunale ateniese. L’accettazione serena della pena e l’obbedienza alla legge della città, fino alle sue estreme conseguenze, sono l’ultimo atto di un uomo che nel corso della sua vita ha sempre preferito subire ingiustizia piuttosto che commetterla. La morte virtuosa di Socrate lascia un segno profondo nei suoi seguaci: come Platone, anche lo storico Senofonte scriverà una appassionata Apologia del maestro. Ma la difesa più riuscita della figura socratica si trova in un’opera senofontea troppo spesso trascurata, i Detti memorabili di Socrate, che ci restituiscono un vero maestro di virtù, di politica e delle cose umane. Dove si mostra che i fatti hanno un valore maggiore rispetto alle parole: se si possono dire cose giuste ed essere ingiusti, è impossibile essere ingiusti se si fanno degli atti giusti. Essere giusti dunque significa sempre e comunque evitare atti ingiusti.

 

 

Le memorie dimenticate su Socrate
Di Socrate si conoscono la vita, la condanna e la morte, ma non la dottrina. Il padre della filosofia non ha lasciato scritti: del suo pensiero si hanno solo testimonianze indirette. Il ritratto sarcastico d’un Socrate sofista nelle Nuvole di Aristofane dice poco sia della figura storica che della sapienza socratica. Ciò che sappiamo di Socrate è tratto dalle testimonianze di Senofonte, Platone e Aristotele. Dopo la sua morte, i suoi due discepoli dedicheranno diverse opere al maestro. Entrambi scriveranno una Apologia di Socrate e un Simposio. Platone ne darà una rappresentazione piuttosto idealizzata nei dialoghi. Senofonte gli dedicherà invece un libro di memorie: i Detti memorabili di Socrate. Senofonte fu allievo di Socrate, soldato della spedizione di Ciro il Giovane, storico della guerra contro Artaserse re di Persia. Scrisse l’Anabasi e le Elleniche. Tra le opere politiche basti ricordare il Gerone, la Ciropedia e La costituzione degli spartani. Dei tre scritti socratici di Senofonte, i Memorabilia sono il testo più accurato e più interessante per la ricostruzione della figura di Socrate. I Memorabili hanno goduto di vasta popolarità in età ellenistica e di grande fortuna nella tradizione stoica, ma sono stati spesso considerati inferiori ai dialoghi platonici e per questo, a torto, trascurati. Nell’Ottocento sono stati rivalutati da alcuni grandi pensatori tedeschi, come Hegel, di cui riportiamo il ponderato giudizio: «circa la personalità e il metodo, in generale l’esteriorità della conversazione socratica, dobbiamo a Platone un ritratto di Socrate molto esatto e forse più fine, ma circa il contenuto del suo sapere e la maturità del suo pensiero dobbiamo attenerci di preferenza a Senofonte».

La riabilitazione di un maestro di pietas
I Detti memorabili di Socrate sono raccolti in quattro brevi libri. Senofonte vi riporta i dialoghi tra Socrate e i suoi concittadini. Si tratta di botta e risposta, di domande incalzanti e di sagge esortazioni. Ne emerge un Socrate tutt’altro che incerto e dubbioso: si tratta di un Socrate profondo conoscitore delle cose umane. Senofonte appare più interessato alla saggezza pratica, che alla sapienza socratica. Il Socrate senofonteo, prima d’essere sapiente, è maestro di virtù. Non è un caso che l’attenzione sia rivolta alla vita virtuosa del maestro. Lo scopo dichiarato delle memorie socratiche è infatti mostrare la pietas di Socrate, riabilitando la figura del maestro dalle accuse che ne hanno determinato la condanna davanti al tribunale della città di Atene. Senofonte racconta d’un Socrate devoto agli amici, alla patria e alla divinità. Perché allora un tale cittadino modello fu pubblicamente condannato? Perché un sì saggio maestro che insegnava a essere virtuosi fu considerato nemico della democrazia?
Si potrebbe essere portati facilmente a pensare che le accuse mosse a Socrate fossero strumentali, nate da animi corrotti o da nemici del saccente maestro. Ma l’Accusa contro Socrate composta dal retore Policrate poco dopo la condanna socratica dovrebbe far propendere per un’altra ipotesi. Le accuse che sono mosse a Socrate sarebbero infatti ben circostanziate e di natura strettamente politica. Nella sua introduzione ai Memorabilia, il filosofo Antonio Labriola ricostruisce il quadro storico-politico dell’Atene del tempo e giunge a constatare con decisione che: «quel processo e quella condanna non possono ora più considerarsi come opera del fanatismo religioso, o del furore partigiano, o degli artifizi di certi uomini invidiosi, perché il loro fondamento era riposto nell’inevitabile contrasto fra i principi conservativi della democrazia ateniese, e la ricerca poggiata sul criterio del convincimento personale, della quale Socrate s’era fatto apostolo» (corsivo mio, ndr). La notissima formula dell’accusa a Socrate apre il primo capitolo del primo libro dei Memorabilia. Lo storico la riferisce in questi termini: «Socrate è colpevole di non credere agli dei riconosciuti dallo stato e di introdurre altre nuove divinità; è colpevole anche di corrompere i giovani». Esposta la tesi accusatoria, Senofonte procede quindi a confutarla nel dettaglio, rammentando fatti e detti socratici. Non intendiamo riprodurre tutte le dimostrazioni senofontee, ma riportarne le più sottili: la prova della non empietà di Socrate, il discorso contro l’immagine del maestro nemico della democrazia e la confutazione dell’accusa di corrompere i giovani invece di educarli.

La prova della non empietà di Socrate
Per mostrare quanto l’agire di Socrate fosse lontano dall’empietà a lui imputata, Senofonte ricorda che la ricerca socratica non concerneva la natura di tutte le cose, né le leggi del cosmo, né le questioni divine. A differenza dei pensatori che lo avevano preceduto, il maestro di virtù preferiva occuparsi delle cose umane e riteneva pazzi coloro che si arrovellavano sulle cose naturali. Socrate non era affatto digiuno di astronomia: pare l’avesse appresa da un allievo di Anassagora. Proprio Anassagora, però, fu accusato di empietà per le sue speculazioni sui fenomeni celesti (avendo sostenuto che fuoco e sole fossero la stessa cosa). Senofonte sa che il maestro era buon conoscitore anche delle questioni divine, ma tiene a precisare che ne sconsigliava lo studio immoderato in quanto deve allontanare da Socrate qualsiasi sospetto di irreligiosità. Perciò ricorda solo il monito socratico agli scienziati: «credevano di saperne già abbastanza delle cose umane» da poterle trascurare? Il Socrate senofonteo non è un semplice scienziato, ma non è neppure uno spregiudicato sofista. Paragonava bensì i sofisti a delle puttane del sapere: «Se uno vende infatti la sua bellezza per denaro a chi la vuole, lo chiamano puttana, se uno invece si fa amico qualcuno che sa essere amante virtuoso, lo giudicano assennato. Lo stesso vale per quelli che mettono in vendita la propria sapienza a chi la vuole in cambio di denaro: li chiamano sofisti; invece chi insegna ciò che ha in sé di buono a uno che conosce essere naturalmente dotato e se lo fa amico, pensiamo che costui faccia quello che conviene a un cittadino e a un gentiluomo». E a chi lo provocava osservando che, non facendo politica, pur conoscendola, non potesse insegnare nulla a riguardo ai suoi discepoli, rispondeva domandando saggiamente: «In quale modo, o Antifonte, mi occuperei meglio della politica, se mi impegnassi in essa da solo o se facessi in modo che ci fosse il maggior numero di uomini capaci di farlo?».

Socrate, un nemico della democrazia?
Oltre che d’empietà l’accusa a Socrate parlava di corruzione dei giovani, denuncia ben sintetizzata dalla curatrice dell’opera che ne enuclea i capi d’imputazione: «Socrate rendeva i giovani irrispettosi verso l’ordinamento pubblico vigente e perciò violenti, li rendeva altresì irrispettosi di genitori, parenti e amici; fu maestro di Alcibiade e Crizia, due governanti responsabili di grandi mali per la città, utilizzava passi dei più famosi poeti per affermare le sue idee immorali e ostili alla democrazia (e cioè che ogni lavoro è lecito pur di guadagnare e che è giusto che il popolo sia maltrattato)». Consideriamo anzitutto la strumentalizzazione dei poeti per trasmettere idee antidemocratiche. Senofonte riporta un passo di Esiodo e uno di Omero che Socrate avrebbe spesso citato. Del luogo omerico gli accusatori sostenevano che Socrate avesse dato questa interpretazione: «Omero lodava l’azione di malmenare la gente del popolo e i poveri». A discolpa del maestro Senofonte si affretta a notare che Socrate non avrebbe potuto sostenere ciò, poiché «in tal caso avrebbe dovuto pensare che meritava di essere picchiato lui stesso»; al contrario, egli intendeva solo «impedire di nuocere a coloro che non sono in grado di essere utili». Ma cosa diceva di così ambiguo il luogo omerico? Allorché i greci meditavano di togliere l’assedio da Troia, Odisseo aveva messo a tacere il riluttante Tersite percuotendolo con lo scettro e dicendo: «Tu sciagurato, sta’ quieto; / ascolta il comando degli altri / più forti di te; tu sei debole, vile, / trascurabile in guerra e in consiglio». Un passo innocuo, si direbbe; se Senofonte non avesse omesso i successivi due versi: «O vorremo / metterci adesso tutti a regnare / Achei quanti siamo? Non è buono il comando di molti». La tacita allusione al monito antidemocratico di Omero non sarebbe certo sfuggita a un greco ben istruito.
Lo stesso Senofonte d’altra parte non omette di narrare un episodio della attività politica di Socrate che avrebbe deposto a favore dell’accusa di essere nemico del popolo. Contro la volontà popolare si era opposto alla proposta di un processo collettivo ai generali ateniesi accusati di non aver prestato soccorso ai naufraghi e seppellito i morti dopo la vittoria sugli Spartani alle isole Arginuse. Ma lo storico non tralascia neppure di rammentare un’altra testimonianza degli accusatori di Socrate. Socrate avrebbe indotto i giovani a disprezzare l’ordinamento vigente dicendo che «era insensato eleggere con sorteggio i governanti della città, quando nessuno vorrebbe servirsi di un pilota scelto con sorteggio […] né di alcuno scelto per un’altra attività nella quale gli sbagli producono danni molto minori di quelli commessi nella guida dello stato». Sull’impopolarità, sul realismo politico e sul portato antidemocratico degli insegnamenti e dell’agire di Socrate al lettore il giudizio.

Il ragionamento, ossia l’educazione che corrompe i giovani
Sull’asserita connessione tra insegnamenti socratici e induzione dei giovani all’agire violento la risposta senofontea non si fa attendere. Senofonte parla in prima persona e chiarisce: «che quelli che esercitano il ragionamento e ritengono di essere capaci di insegnare l’utile ai cittadini non sono per niente violenti, dal momento che sanno che la violenza porta con sé odio e pericolo, mentre attraverso la persuasione si possono avere le stesse cose senza pericolo e con amicizia. […] Perciò l’essere violenti non è proprio di chi esercita il ragionamento; di coloro che hanno forza senza intelligenza è proprio invece compiere azioni di questo genere. […] E mai succede a costoro di uccidere: chi preferirebbe uccidere un uomo, anziché servirsene da vivo dopo averlo convinto?». Sull’accusa infine di esser stato maestro di tiranni Senofonte nota solo che non gli insegnamenti di Socrate, ma il difetto di carattere e l’ambizione avrebbero reso violenti e Alcibiade e Crizia.
Per concludere vale la pena riportare un inciso di Senofonte che segue la domanda del tutto retorica sulla ragione per cui un maestro di virtù come Socrate fosse stato frainteso a tal punto da apparire un corruttore dei giovani. Senofonte non trova altra spiegazione e chiosa ironico: «a meno che il perseguimento della virtù non sia corruzione». L’unico rimprovero che Senofonte sente di dover fare al maestro è di non aver insegnato la prudenza prima della politica. Ma Socrate non persuadeva solo con il ragionamento, ma anche con l’esempio. E che Socrate fosse stato vero «modello di obbedienza» per Senofonte è fuor di dubbio: non solo si era opposto al popolo e aveva trasgredito a ordini contrari alla legge, ma aveva scelto «piuttosto di morire rimanendo saldo nel rispetto delle leggi, che di vivere trasgredendole». Se dunque nei discorsi Socrate pareva aver osato criticare l’ordine vigente, nei fatti aveva però dimostrato di obbedire alle leggi della città fino alle più estreme conseguenze.

 

Riferimenti bibliografici
Le citazioni dei Memorabilia sono tratte dalla edizione a cura di Anna Santoni: Senofonte, Memorabili, con un saggio di Antonio Labriola, BUR, Milano 2016.
F. W. Hegel, Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, Berlin 1833 [tr. it., Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze, 1932, vol. II, p. 72].
Omero, Iliade, Libro II, 198-202.

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Che piacere leggere un articolo scritto così bene, così super partes, così onesto e con qualcosa di interessante ed edificante da condividere! Vi ringrazio!

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