Socrate, il veleno dell’ottimismo

Durante la sua giovinezza Nietzsche si è interrogato più volte sulla natura e sul significato storico di Socrate che, col suo passaggio, ha modificato in maniera irreversibile l’intera storia del pensiero umano; e a ben vedere quanto compare in proposito all’interno de La nascita della tragedia nel 1872 non è che la conclusione di un percorso cominciato già diversi anni prima. Come dimostrano i frammenti contenuti nei manoscritti risalenti all’autunno del 1869 e la conferenza tenuta nel febbraio del 1870 a Basilea dal titolo Socrate e la tragedia 1, infatti, già da tempo Socrate era oggetto degli studi filologici nietzscheani, le cui conclusioni ne stravolgeranno completamente l’immagine tradizionale.

Un approccio filologico

Sin dal 1865, ovvero prima ancora di entrare ufficialmente nell’orbita del maestro Friedrich Ritschl, nei suoi rapporti epistolari Nietzsche non aveva mancato di sollevare qualche perplessità sulla sua totale compatibilità con la metodologia filologica; pensieri che poi culmineranno nella crisi del periodo basileese e rispetto alla quale i suoi stessi studi giocheranno un ruolo decisivo. Come spesso accade però, è proprio nei punti di contatto più critici che si aprono nuove prospettive, e il rapporto conflittuale del giovane Nietzsche con la filologia si cala perfettamente in questi panni. Era grande infatti la sua insoddisfazione nei confronti della logica da “ruminanti” che guidava i filologi del suo tempo, per cui nulla poteva essere sostenuto che non discendesse linearmente dalla tradizione precedente; ma se agli studiosi non restava che iperspecializzarsi in frammenti sempre più minuscoli del sapere, ben presto l’indagine filologica sui testi antichi sarebbe stata dimenticata, soffocata dalla sua stessa vanità. Occorreva dunque riscoprire la capacità di creare una visione d’insieme, perché il dettaglio, se non viene contestualizzato, oltre a risultare fine a se stesso, rischia di rivelarsi addirittura fuorviante rispetto alla realtà dei fatti. Inizia così la sua crociata contro i “filologi per rassegnazione” e la loro logica compilatoria che considera solo la capacità discorsiva del pensiero, ignorando completamente le potenzialità dell’intuizione. Come sostiene Giuliano Campioni nell’introduzione al testo Appunti filosofici 1867-1869 * Omero e la filologia classica però: «Occorre qui prevenire un possibile equivoco – Nietzsche non comincia a sentirsi filosofo in quanto si allontana dalla filologia. Tra il mestiere filologico praticato con sempre maggiore padronanza e la nascita dell’identità filosofica vi è un rapporto assai complesso di interazione e conflittualità»2; ma è proprio da questo caos iniziale che emergerà la sua stella danzante. Ancora inebriato dal primo contatto con la riflessione di Schopenhauer e fortemente influenzato dall’approccio materialista di F. A. Lange e dalla visione storica di K. Fischer infatti, egli dà vita ad una straordinaria interazione fra mondi diversi che in un simile contatto si arricchiscono vicendevolmente. È da questo nucleo che prenderà vita La nascita della tragedia insieme alle innumerevoli altre ramificazioni del suo pensiero maturo; e uno degli elementi che rimarranno più a lungo ricorrenti è proprio quello che possiamo definire la “questione socratica”.

La questione socratica
Per il giovane Nietzsche, con la comparsa di Socrate si compie la morte dello spirito greco. Tutto l’eroico pessimismo di questo popolo solutore di enigmi e amante della bellezza tragica, l’unico capace di reagire alle derive nichilistiche insite nelle parole del Sileno, per cui «Il meglio è per te [uomo] assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto»; tutto questo svanì irrimediabilmente sotto i colpi della razionalità socratica. Nell’istinto antiartistico di questo primo “uomo teoretico” infatti, maturò il rifiuto di ogni saggezza istintuale – che in quanto tale costituiva un legame indissolubile con la dimensione naturale dell’esser uomo – a favore di un insaziabile desiderio di disvelamento del mistero della verità, della sua bellezza. Fu Socrate il primo a persuadere la Grecia della capacità del pensiero di giungere: «Fin nei più profondi abissi dell’essere, e che il pensiero sia in grado non solo di conoscere, ma addirittura di correggere l’essere»3; un’“illusione metafisica” che è insieme l’atto di nascita della scienza. È nel socratismo dunque che, sotto le sembianze di una nuova forma di “serenità greca”, germogliano i semi dell’ottimismo positivistico, di una beatitudine capace di fronteggiare paura della morte con la forza giustificatrice del pensiero razionale. Così, cogliendo nell’errore il più grande dei mali, il razionalismo scientifico cominciò la sua folle corsa verso il disvelamento del mistero del Tutto. Un sì tracotante ottimismo però, già sul finire dell’Ottocento, era giunto, per Nietzsche, a naufragare sui propri limiti; rivelando d’un sol colpo tutta l’illusorietà dell’esaltazione socratica del logos.

Per il giovane Nietzsche, con la comparsa di Socrate si compie la morte dello spirito greco.

Infatti la circonferenza che chiude il cerchio della scienza ha infiniti punti e, mentre non si può ancora prevedere come sarà mai possibile misurare interamente il cerchio, l’uomo nobile e dotato giunge a toccare inevitabilmente, ancor prima di giungere a metà della sua esistenza, tali punti di confine della circonferenza, dove guarda fissamente l’inesplicabile. Quando egli vede qui con terrore come la logica in questi limiti si torca intorno a se stessa e si morda infine la coda – ecco che irrompe la nuova di conoscenza, la conoscenza tragica, la quale, per poter essere sopportata, ha bisogno dell’arte come protezione e rimedio4.

Sconfitti dall’inesauribilità del Tutto, non resta dunque che ritornare all’approccio tragico, che per Nietzsche costituisce l’unica prospettiva rimasta ad un’umanità inevitabilmente destinata a rimanere orfana della propria fede razionalistica. In realtà, anche una simile fiducia nelle potenzialità del momento artistico rappresenta solo una fase passeggera della riflessione nietzscheana, ma l’influenza suscitata sul giovane filologo dall’amicizia con Richard Wagner lascia facilmente immaginare donde si fondasse una tanto forte persuasione. Al tempo de Lanascita della tragedia però, tali dinamiche erano totalmente oscure, quindi il giovane Nietzsche non mancò di imputare allo stesso Socrate anche la responsabilità indiretta della fine non solo dell’arte tragica greca, ma anche di ogni vero istinto artistico. Si scopre così nell’ostilità socratica alla musica il peccato originale sulle cui orme i componimenti euripidei porteranno al soffocamento del fuoco sacro di quella tragedia attica che Eschilo e Sofocle tanto gelosamente avevano custodito. Tale è infatti la portata che Nietzsche riconosce a questo momento artistico, l’unico in grado di coniugare le due anime antitetiche della grecità classica: l’apollineo e il dionisiaco, il sogno e l’ebbrezza, il principium individuationis e lo straniamento orgiastico. In esso tutto ruotava intorno al coro dei Satiri: «Coro di esseri naturali che per così dire vivono incorruttibili dietro ogni civiltà e, nonostante ogni mutamento delle generazioni e della storia dei popoli, rimangono eternamente gli stessi»5, eternamente destinati a testimoniare la soverchiante potenza della vita. In questa esperienza artistica l’uomo greco viveva travolto dall’estasi dionisiaca che, annullando ogni barriera esistenziale, veniva separato dalla realtà quotidiana e quando vi rientrava era abbandonato ad un senso di nausea in grado di negare ogni volontà e rispetto al quale solo l’arte poteva presentarsi come speranza di salvezza e risanamento. Il punto è che: «Solo partendo dallo spirito della musica possiamo riuscire a comprendere la gioia per l’annientamento dell’individuo»6, perché solo la musica è in grado di porsi come la cosa in sé di ogni apparenza, parafrasando Schopenhauer che, su tale punto, è la principale fonte d’ispirazione nietzscheana. Solo attraverso la musica infatti, può emergere quel sostrato incomunicabile della verità al quale anela ogni istinto dionisiaco. Tuttavia, è proprio contro ogni forma istintiva che si scagliò Socrate, ed è al suo successo che dobbiamo la fine dell’arte come la nascita di una nuova etica che pensava la virtù esclusivamente incentrata sulla conoscenza. Si passa così dall’eroe tragico che coraggioso fronteggia il proprio destino, all’“eroe dialettico” di Euripide che argomenta razionalmente il proprio operato, reprimendo il pathos tragico e con esso ogni forma d’immedesimazione compassionevole. «“La virtù è il sapere; si pecca solo per ignoranza; il virtuoso è felice”; in queste tre forme fondamentali di ottimismo sta la morte della tragedia»7; e con essa di un intero mondo che in quella forma artistica aveva trovato il proprio acme.

Con la fine del rapporto con Wagner, ma forse già da qualche mese prima, i contorni della parentesi estetica di Nietzsche si fanno via via più sfocati, e con essi anche l’attenzione nei confronti di Socrate si riduce, a vantaggio delle più pressanti questioni morali e metafisiche. Ciò che però resta di questa fase, è un’immagine del filosofo che può aiutarci molto nel comprendere alcuni concetti cardine del suo pensiero, ma spesso ignorati a causa dello scarso interesse abitualmente rivolto a queste prime fasi della sua formazione. Al di là di ogni evidente ed inevitabile processo evolutivo infatti, Nietzsche rivela sin da ora i primi germi del suo prospettivismo veritativo, calati nel contesto del rifiuto verso l’approccio divulgativo del sapere intrinseco al razionalismo socratico. Cos’altro potrebbe essere la sua strenua difesa della componente istintuale dell’approccio al sapere, se non la ripresa della dimensione sapienziale presocratica che trova nel misticismo eracliteo la sua massima espressione? Lo stesso si dica delle evidenti derive deterministiche che poi emergeranno all’interno della dottrina dell’eterno ritorno, già timidamente caldeggiate nell’appassionata esaltazione delle opere di Eschilo, luogo del supremo imporsi della moira con la sua necessità. Questo e altro, come lo scetticismo nei confronti della portata veritativa della scienza e la natura genealogica dei valori morali, è quanto traspare dalle parole del giovane Nietzsche su Socrate, ma il loro riproporsi a distanza di tempo non ha di che sorprenderci; non è in fondo il tempo un serpente che si morde la coda?

 


  1. in La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e scritti 2870-1973, Adelphi 1991 

  2. Nietzsche F., Appunti filosofici 1867-1869 * Omero e la filologia classica, Adelphi, Milano, 1993, p. 24. 

  3. Nietzsche F., La nascita della tragedia, Adelphi, Milano, pp. 110–101 

  4. Ivi, p. 103 

  5. Ivi, p. 54 

  6. Ivi, p. 110 

  7. Ivi, p. 96 

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Quelle di Nietzsche sono mere, incredibili menzogne, delle falsità totali di cui bisognerebbe vergognarsi in modo pesante e solenne!

Nietzsche gioca sull’equivoco, sulla suggestione del discorso demagogico, che ha la forza della suggestione: sa che è una forza che persuade più della ragione.

Partiamo dal dionisiaco: per Nietzsche è ebrezza, danza, sollevazione dal contesto, dal concetto, dal piano cognitivo, ciò che permette alloltreuomo du esplicare una incotrastata (quindi illimitata) volontà di potenza senza contatto col limite, col vincolo, con la dialettica, col negativo…(egli potrà addirittura rettificare il passato, basta che non abbia sentimenti di risentimento conservando così un impeccabile bon ton).

Ebbene, Nietzsche ritiene che le tragedie di Sofocle e Eschilo siano basate sul dionisiaco, che identifica (o ne dichiara una indissolubilità) col tragico, e come dice lui “più di quelle di Eschilo piene di frivolezza razionalistica Socratica”. Ebbene tali tragedie sono l’esatto contrario di quel dionisicao dell’idea di Nietzsche, sono basate sul valore, sul senso, sul significato, sulla contraddizione che le vicende giocano ai protagonisti! Sull’idea di Verità circa il senso della vita! Tutto il contrario di una specie di ebrezza o estasi o stordimento o dello sfogo impulsivi, dell’abbandono al desiderio o al godimento!

Misteriosamente tali menzogne vengono avvalorate! Quindi Nietzsche è colui che non rifugge il tragico, ma vuol vedere a comprendere e vivere la verità della vita fino in fondo, e si caratterizza il pensiero Socratico come frivolezza razionalistica, che pretende di incapsulare semplicisticamente la realtà in uno schema razionale, de-finito, rassicurante, gestibile, controllato.

Niente di più sbagliato, questo non è affatto Socrate! Come non è affatto Platone, basti dire che Platone metteva l’eros come via per la sapienza al pari dell’intelletto.

Perché Eschilo viene considerato come quello che ha imputtanito e tolto il tragico dal teatro? Perchè nella sua demenziale estrapolazione lo riconduceva a Socrate in quanto vi era amicizia! Ma basterebbe vedere “Medea” per renderci conto dell’idiozia nicciana.

La strategia infame di Nietzsche è quella di inpiantare (attraverso discorsi pieni di aggettivi, presupposti, invettive, senza spiegare niente) una visione superficiale, estrapolata, meschina, falsa, per ricondurre tutto a ciò, passando come colui che ha capito per primo la verità contro una millenaria totale menzogna passata per verità. Ma tute le volte che si delinea tale critica si risponde che Nietzsche si accaniva non contro la religione (che credenti o no non è liquidabile con banalità) ma contro il conformismo (ad esempio) della religione, o contro un certa tendenza del platonismo, o lo scientismo che vuol fare della scienza un idolo, come dire che Nietzsche è tautologico e banale! E non avrebbe di certo scoperto niente, è ovvio che in ogni cultura di massa sia caratterizzata da inconscie strategie psicologiche in breve di conformismo, è ovvio che l’anticonformismo ostentato è un conformismo che non volendo essere considerato tale. ritiene di scagliarsi contro altri conformismi (così considerati).

Dopo pochi minuti si ritorna allo standard: Nietzsche ha capito che Socrate è reo della degenerazione e decadenza del pensiero occidentale che ha convinto il mondo a perseguire una semplicistica, meschina, volontà di gregge, a partire da una tendenza razionalizzante che si distacca dalla vita, e crea il dogma della verità, diventando poi il risentimento cristiano ecc. ecc.

Cioè si ribadisce (in modo totalmente dogmatico) la stoltezza del pensiero di Nietzsche, disconoscendo in modo abnorme la verità, che sarebbe evidentissima se si approfondisse appena tutto ciò che N avrebbe demolito col suo martello a partire dal discorso sulla tragedia Greca.

Quello che è chiaramente il progetto di Nietzsche è di costruire un colossale apparato basato su una strategia demagogica del tipo più subdolo e nascosto, che deve apparire come somma filosofia, ma scritta in modo quasi inafferrabile, quindi non falsificabile, mai palesemente dichiarato, e ciò dovrà distruggere quel pensiero dialettico non tanto Hegeliano, ma quell’antico seme che pone l’uomo davanti o nella realtà, ne cerca il senso, un’idea di verità, e cerca di attuare in tal senso una prassi trasformatrice, ovvio, con contraddizioni, con rivoluzioni, crolli e rinascite di idee, Nietzsche sogna in modo utopistico, vago un mondo Aristocratico, elitario, di una purezza ancora non contaminata da tale processo, collocandolo in una fantomatica Grecia tragica pre-socratica, egli è un cristiano andato a male, la quintessenza del viziato ciarliero con megalomanie intellettualistiche, quindi dal Cristo sbanda in questa rabberciata visione mistico-ideologica.

Come diceva C. Preve ciò accade perché l’elite degli intellettuali e dei filosofi è la più stupida di tutte le altre e la più incapace di comprendere la realtà, peggio di qualunque giornalaio, barista, taxista, teppista.

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