Una via per il Sentiero del Giorno

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Il Sentiero del Giorno è il saggio con il quale si apre la Parte Seconda di Essenza del Nichilismo, di Emanuele Severino, ripubblicato da Adelphi nel 1981, un anno dopo che Severino licenziò Destino della necessità, un libro decisivo per “l’evoluzione” della sua filosofia.

Il saggio è pienamente in continuità con la natura del volume – intento a definire, appunto, l’essenza del nichilismo che interessa la civiltà occidentale –, ma traccia una prima via per tornare al bivio parmenideo da cui dipartono i due sentieri, quello della Notte e quello del Giorno, e lascia intendere alcune note per far sì che l’umanità si incammini sul secondo di questi. Al netto delle immagini metaforiche, così evocative e a volte quasi mistiche (ricordiamo sempre però il retroterra neo-scolastico in cui Severino si è formato, e anche che il suo linguaggio – pur radicalmente modificato in termini di significato – è ancorato ai segni dell’Occidente), Severino spiega come la metafisica dell’Occidente sia la base sulla quale si edifica tutta la civiltà occidentale. Una tale considerazione della metafisica è, nel Novecento filosofico che ha perlopiù pensato la dismissione della filosofia e della verità, un atto grandiosamente rivoluzionario.

 

Nichilismo
La metafisica, infatti, si presenta oggi come civiltà della tecnica, ovvero come una civiltà governata da un sapere ipotetico che domina la natura, che tenta di controllarla e curvarla nell’interesse dell’uomo. L’uomo – come tutti gli enti – si considera mortale, ovvero finito, ovvero oscillante fra l’essere e il nulla.

Chi ha introdotto il termine medio fra l’essere e il nulla, quindi fondando il “mondo”, è Platone. «Il “mondo” è evocato da quando Platone – scrive Severino – compie il “parricidio”, conducendo nell’essere le determinazioni (gli enti), che Parmenide lasciava nel nulla» (p. 148). È dunque Platone che ha gettato l’Occidente sul Sentiero della Notte, compiendo un parricidio che doveva essere compiuto, ma non in questo modo. Platone ha infatti reso niente le determinazioni, mentre esse «non sono un niente, e cioè sono. […] E ogni determinazione, in quanto sia un qualcosa-che-è, è un essere» (p. 148). Con questa operazione, in breve, Platone fonda la storia dell’Occidente che è dunque storia del nichilismo: identificazione di essere e nulla che si muove al suo “interno” per mezzo di una meccanica definita divenire, il quale «è pensato come annullamento dell’essere» (p. 151), passaggio delle cose dal niente all’essere e dall’essere al niente. Ma non solo, poiché «l’evocatore del “mondo” è insieme l’evocatore di “Dio”, inteso come regione privilegiata dell’essere» (p. 148).

Nella definizione di nichilismo emerge tutta la portata eccezionale della filosofia severiniana e la trasfigurazione del linguaggio che egli compie. Infatti, il nichilismo non è inteso come una negazione di valori o significati, bensì come il radicale convincimento che l’ente sia niente. Radicale convincimento che si esplica negli atti, nelle cose, nell’atteggiamento e nel “modo di pensare”, di intendere la struttura della realtà, quindi la verità stessa.

Come scrive Severino nell’ultimo saggio contenuto nel volume, intitolato Aletheia, il nichilismo come essenza dell’Occidente è inteso «in un senso abissalmente diverso da quello di Nietzsche e Heidegger» (p. 415), poiché anche quelle formulazioni sono inquinate dal convincimento che l’ente sia niente. Ogni ente, invece, è eterno perché dall’essere non si entra e non si esce: si è da sempre nell’essere.

Il vero parricidio
Il parricidio di Parmenide era un atto che andava comunque compiuto, e che se non avesse portato all’identificazione di essere e nulla avrebbe destinato (è questo il termine usato da Severino, con la sua originale curvatura che in Destino della necessità sarà ulteriormente approfondita) «l’Occidente al sentiero del Giorno», ovvero avrebbe avviato «la verità dell’essere alla dominazione del futuro» (p. 151). Infatti, quello che più tardi Severino definirà il “parricidio mancato”, sarebbe l’affermazione che ogni determinazione, e quindi la totalità concreta delle determinazioni dell’essere, «non nasce e non muore, ossia non esce e non ritorna nel niente – perché prima della sua nascita e dopo la sua morte sarebbe un niente –: è eterna» (p. 150).

Il compimento di questo parricidio, radicalmente diverso da quello compiuto da Platone, ci conduce dinnanzi alla verità dell’essere, alla sua immutabilità ed eternità. È pertanto facile vedere come l’Occidente sia, al contempo, testimone di una dimenticanza della verità dell’essere e da sempre testimone dell’eterno spettacolo di questa, poiché «ogni essere è, necessariamente, parte del tutto: né può uscire dal tutto, annullandosi, né il tutto può cessare di avvolgerlo» (p. 167).

La verità come contraddizione
Ciononostante o, meglio, proprio perché ogni essere appare come parte del tutto, «il tutto non appare nella sua pienezza» (p. 167). L’apparire attuale (che Severino ha preventivamente differenziato dall’apparenza, poiché il primo scopre, la seconda nasconde) mostra solo una parte del tutto e mai il tutto nella sua totalità. All’interno di questa contraddizione, dunque, si dà sia la verità che la non-verità dell’essere: tale è propriamente l’essenza dell’apparire. L’essenza della verità, invece, è quindi contraddizione: «non ci sarebbe più contraddizione se tutto l’essere uscisse dal nascondimento» (p. 167). A partire da questa contraddizione della verità – data, come abbiamo detto, dall’apparire e della non emersione unica del tutto –, l’Occidente ha fondato se stesso e tutte le discipline del pensiero, compresa la religione.

L’alienazione metafisica dell’Occidente è dunque tutta riassumibile in questa credenza: siccome è visibile l’apparire e lo scomparire delle cose, esse appartengono tanto all’essere quanto al niente. Sarà possibile oltrepassare questa condizione alienata e permettere alla terra isolata dal destino della verità– come dirà nei suoi scritti successivi Severino – di tornare a non essere isolata?

Incamminarsi
A questa domanda Severino, né Il sentiero del Giorno, risponde che «non basta smascherare l’alienazione metafisica, se la civiltà prodotta dalla metafisica continua poi a vivere. Il modo di pensare della metafisica è diventato pietra, ferro, costume dei popoli» (p. 173). Siccome un pensiero astratto è riuscito a pervadere e a dominare le opere dell’Occidente, ora, non è possibile sconfiggere questa credenza radicata nella civiltà con il «solo esercizio astratto del pensiero filosofico».

Negare il nichilismo, dunque, che è oramai prassi all’interno della nostra civiltà, non basta. Occorre che il nichilismo giunga al suo compimento affinché «l’Occidente possa incominciare ad agire e a fare alla luce della verità dell’essere» (p. 177), ossia è necessario percorrere fino in fondo il sentiero della Notte così da portare la civiltà della tecnica (che ha come unico grande scopo quello di “salvare” l’uomo dalla morte, quando egli – in verità – è già da sempre salvo) al trionfo finale. «Forse questo è l’unico modo, per l’Occidente, di inoltrarsi per l’altro sentiero – scrive Severino. Se così fosse, l’apparire dell’alienazione sulla terra sarebbe la condizione indispensabile affinché possa apparire il sentiero del Giorno» (p. 185). E però tutto questo dovrà essere sempre accompagnato da una testimonianza, flebile o meno, che ci ricordi incessantemente che la contraddizione apparente, nell’eterno, è eternamente oltrepassata e superata. Quell’eterno che non è una regione inaccessibile dell’essere, ma è l’essere che siamo noi stessi.

Inoltre, tutto ciò dovrà essere accompagnato anche da un diverso “modo di pensare” «il numero, lo spazio, il tempo, la quantità, il movimento, il corpo, la massa, l’energia», perché essi possono essere compresi non solamente all’interno di quella forma finita e mortale che gli ha dato la scienza e la tecnica moderna.

Conclusione
In definitiva sarà possibile condurre la civiltà al termine del sentiero della Notte, e quindi far iniziare il cammino lungo il sentiero del Giorno, solo se «la filosofia ridiventa l’occupazione più importante dell’uomo» (p. 193). Filosofia che – come ci ha insegnato Severino nella sua lunga e straordinaria vita intellettuale – mostra la fallacia dell’apparire, quindi testimonia ciò che è scandaloso, ovvero che tutto è eterno e ogni contraddizione, nell’eterna verità dell’essere, è superata. La filosofia, come testimonianza del destino della verità, non fa altro che lavorare per portarci al bivio fra i due sentieri permettendoci di agire  guidati dalla luce della verità dell’essere.

 

 

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