Se Dio esiste cosa è possibile?

Ho sempre ritenuto che rileggere i vecchi articoli di Ritiri Filosofici sia un ottimo modo per mantenere alta la confidenza con il profilo filosofico intrinseco alla nostra realtà e che troppo spesso passa in secondo piano. È anche per questo che ripescando dall’archivio del sito, ho trovato particolarmente interessante rileggere l’articolo del 26 novembre 2012 scritto da Saverio Mariani: Se Dio è morto tutto possibile?

Riflettere su quel legame indissolubile che vincola l’agire umano all’esistenza o meno di Dio spesso viene liquidato come una questione meramente religiosa, rispetto alla quale ci si muove nell’ambito del relativismo più totale; ma si può davvero ridurre tutto solo a questo? Filosoficamente parlando, la risposta non può che essere no. No perché, sia che per Dio si intenda l’Essere trascendente e “personale” (categoria la cui definizione mi appare sempre più complessa e soggetta a distinguo) proprio della tradizione cristiana, sia che si intenda la Sostanza infinita di Spinoza, a monte c’è il modo stesso di concepire l’uomo e il suo ruolo all’interno del reale (e quindi, implicitamente, il rimando anche a tutte le “certezze metafisiche che potevano dare una spiegazione, ed una motivazione aprioristica, all’azione morale” di cui parla Saverio nel suo articolo). Se infatti alla prima categoria fa riferimento un essere umano sostanzialmente in balia di una divinità che può disfare il già fatto e spesso anche accecato dalle passioni (l’ira in particolar modo); dalla seconda sembra emergere un uomo “parte del tutto” senza alcuna priorità originaria e necessariamente soggetto alle leggi immutabili che regolano il Tutto.

Evitando di affrontare l’annosa questiona su quale fra le due visioni debba essere considerata come la più legittima, vorrei soffermarmi su un aspetto della questione che potrebbe apparire secondario, mentre a mio avviso è fondamentale per cogliere la radice ultima del problema. Mi riferisco alla possibilità stessa che si dia o meno la creatività all’interno dell’essere, il che equivale a portare al centro l’annosa questione della possibilità o meno del divenire.

Affrontare l’argomento nella sua interezza risulta senz’altro impossibile in questa sede, perciò mi limiterò ad analizzarne solo un aspetto, che tra l’altro ritengo essere uno dei più importanti (e in ciò mi ricollego anche all’articolo sopra citato), ossia su cosa implicherebbe per l’uomo l’esistenza stessa di un Dio.

 A tal proposito, ritengo possa risultare molto interessante il confronto con il Così parlò Zarathustra di Nietzsche, il filosofo che della “morte di Dio” è stato l’annunciatore, ed in particolare riferendomi alla magistrale interpretazione che ne dà Emanuele Severino in L’anello del ritorno [1].

Prima di addentrarci nel corpo del pensiero nietzscheano, risulta inevitabile fare due premesse: in primo luogo per il filosofo tedesco non esiste una Verità, ma solo interpretazioni; in secondo luogo egli identifica l’essere con la volontà di potenza, ossia l’ente in quanto tale si legittima attraverso l’esercizio della propria volontà di poter agire.

 Detto questo, la nostra riflessione ruota intorno ad un celebre passaggio del brano Sulle isole Beate [2] nel quale Zarathustra afferma : «Che cosa mai resterebbe da creare, se gli dei – esistessero!».  Sì perché quanto emerge agli occhi del profeta dell’eterno ritorno, è proprio il fatto che l’evidenza della creatività dell’uomo non sarebbe altro che una mera apparenza se esistesse un Dio immutabile e necessitante, giacché tutto sarebbe ricompreso al suo interno e ogni “nuovo” sarebbe riconducibile al vecchio. L’unico modo che ha l’uomo nietzscheano per riacquistare il proprio ruolo attivo all’interno dell’azione è quello di legittimarsi attraverso la propria volontà di potenza, giacché come asserisce in seguito lo stesso Zarathustra: «Volere libera: questa è la vera dottrina della volontà e della libertà».

Quanto emerge da questo piccolo assaggio del filosofare nietzscheano, è che è l’esistenza stessa di un Dio a rendere impossibile quel “farsi creatore dei propri valori” necessario per oltrepassare l’abisso che separa l’uomo dal superuomo. Questo perché non ci sarebbe nessun creare, tutto sarebbe già da sempre e per sempre in un’eternità “atemporale” che Nietzsche tenta di fronteggiare con la propria dottrina dell’eterno ritorno, ossia eternizzando il divenire (e di conseguenza tutta la sua creatività) tramite la definizione di un tempo circolare anziché lineare.

In conclusione, ciò che Nietzsche propone e articola per tutto il suo Zarathustra è l’avvicendamento tra le tre figure proposte nel brano Delle tre metamorfosi, ossia superare il “tu devi” di fronte al quale si piega il cammello (simbolo di ogni immutabile) attraverso l’ “io voglio” proprio del leone, che in ultima istanza diventa fanciullo e vuole la sua volontà. Solo così il percorso attraverso la “morte di Dio” apre all’uomo una nuova teoria dell’azione, una teoria dell’azione che è finalmente immune da imposizioni estranee e che può finalmente diventare il percorso per “diventare ciò che sei”.

 

[1] E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano, 1999.
[2] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi,  Milano, 2010, Sulle isole Beate, p. 94.

 

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