Vivere al ritmo della radicalità nella storia

Giovanni Feliciani, Vivere al ritmo della radicalità nella storia
Bibliosofica, pp. 479, € 20

Il voluminoso testo di Giovanni Feliciani, fondatore e direttore della casa editrice romana Bibliosofica, con un’immagine potrebbe essere descritto una rapsodia ragionata. Il testo infatti raccoglie la testimonianza filosofica dell’autore, il quale si esprime direttamente su ciò che egli è e sulla condizione filosofica della vita. La libertà anelata non è che sospinta continuamente da Feliciani, il quale dice di aver ispirato tutta la sua vita a tentare di vivere al ritmo della radicalità nella storia. Nella profonda compenetrazione con questa radicalità l’autore ritrova l’essenza più intima della libertà, una libertà che ha una sonorità solitaria, così come già Stirner e Nietzsche (indiscussi maestri di Feliciani) hanno messo in luce. «Sono solo! Nel grande flusso della storia trovo soltanto alcuni pensatori radicali a cui mi sento vicino. E infatti si tratta di pensatori filosofi (ad esempio Max Stirner e Friederich Nietzsche), perché solo nel pensiero, per ora, si può progettare un mondo di essere liberi senza vincoli politici, religiosi, morali, ecc» (p. 13).

La radicalità (nella storia) è il vero nodo dell’attenzione più teoretica di Feliciani, la quale non può che contrastare con tutto ciò che impedisce alla vita di farsi vita. L’armonia che dovrebbe regnare in questo mondo contrasta con tutti i valori «di sapore dogmatico». Pertanto, così come Nietzsche, anche Feliciani propone la soppressione radicale di tutti i valori assoluti, i quali non potranno mai coincidere con l’essenza piena della verità: «La “verità” è ciò che si è, ciò che si fa, ciò che si vede. Non esiste una verità assoluta: la verità sta nel vivere la vita» (p. 104). Tale distruzione, però, ammonisce Feliciani, non può e non deve portarci ad una condizione di nichilismo profondo. Occorre superare ogni concetto e valore vincolante (primo su tutti quello di gerarchia, il quale non trova riscontro nella natura), ma quindi tornare a pieno nel cuore della radicalità, nel farsi stesso del reale: «la vita è ricerca, è continua trasformazione» (p. 115).

In questo quadro descritto da Feliciani (il cui carattere risulta essere più provocatorio che realistico e realizzabile, quasi fosse un’utopia) la filosofia ha un ruolo fondamentale, e potremmo dire antico, «creare l’essere umano nuovo, del futuro» (p. 186). La filosofia deve ritrovare il vero legame con la vita, con la modificazione sempre presente nella realtà e con l’interpretazione del vivente. Queste sono le pagine più dense del testo di Feliciani il quale rigetta ogni sapere che sia neutro, accademico e freddo, fino a dire che «lo studio della filosofia non può essere separato da una profonda, intima ricerca interiore del senso della vita e del modo di condurla» (p. 187). Tale filosofia, oggi, si ritrova – dice l’autore – nel sotterraneo del pensiero, nascosta all’ufficialità; si tratta di una filosofia che è essenzialmente «domanda infinita» (p. 189). Il cambio di rotta è più che mai necessario, perché il pensiero filosofico non scompaia e perché dia davvero una mano affinché il mondo e l’uomo ritrovino una armonia anarchica entro il quale vivere al ritmo della radicalità nella storia. Scrive Feliciani: «La filosofia deve cambiare volto, metodo, scrittura se non vuole scomparire così come sta avvenendo per la poesia, la retorica, e altro. Nietzsche è uno dei pochi che per ora ha indicato un nuovo modo di fare filosofia» (p. 193).

Come detto sta qui il più importante contributo del libro, secondo chi scrive: nel rinsaldare ancora una volta filosofia e vita, nell’esprimere la forza dirompente della vita in sé. La filosofia in questo deve intervenire, perché solo attraverso essa riusciremo a «squarciare il velo che copre la realtà. Vedere al di là dell’apparenza. Andare oltre la soglia dell’ovvio. […] Acquisire la forza interiore che fa superare tutti gli ostacoli» (p. 470). In questa storia senza fine gli uomini tutti, secondo Feliciani, hanno la possibilità di entrare in contatto con l’essenziale, con la vita in fieri, non abbandonandosi a dati e valori precostituiti. Ciò, nella prospettiva del testo, può condurre l’umanità a vivere senza assolutismi di alcun genere, ma sotto la buona stella delle tre “A”, amore, armonia e anarchia (capp. 9 e 11). Di questo Feliciani appare convinto, ma l’emancipazione di tutta l’umanità da un qualsivoglia sapere precostituito – ci permettiamo di dire – sembra oggi, sempre più difficile.

Il testo abbraccia mille idee, cercando di inserirle in una concezione totale della realtà, della quale inevitabilmente si dà una lettura e una prospettiva politica. Il testo è chiaramente un’opera imponente, l’autore è presente in ogni parola, mosso da una genuina vena, spesso però un po’ disincantata. Tuttavia il testo è un ottimo punto di partenza, provocatorio – come Nietzsche seppe fare alla fine dell’Ottocento –, per abbandonare tutto ciò, anche nel sapere filosofico, che oggi sembra dato ed inconfutabile, ed invece non è altro che la riproduzione di schemi passati e parziali.

 

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