Quel rapporto chiamato corpo che genera l’individuo (I)

Spinoza mente e corpo

Continuiamo il nostro viaggio nel concetto di individuo con un classico: Baruch Spinoza. Il tema è stato ampiamente indagato dalla letteratura critica sia da un punto di vista ontologico che politico. Noi ci soffermeremo maggiormente sugli aspetti genetici: comprendere il suo pensiero in proposito infatti impone di seguire in modo puntuale tutti i passaggi con i quali egli costruisce la sua dottrina. In due puntate, vedremo come Spinoza affronta la questione con l’ottica dello scienziato-filosofo animato dall’intenzione di descrivere la cosa così come si sviluppa a partire dall’unica sostanza che egli chiama Dio o Natura. Se in questo senso è stato detto che egli ha generato Dio (Borges), altrettanto può dirsi per quel genere di individuo chiamato uomo la cui essenza richiama per definizione quella di eternità: una prospettiva che, dopo quattro secoli, deve ancora essere ascoltata e assimilata in modo adeguato.

 

Il concetto di individuo
Nel suo pensiero, essenzialmente contenuto nell’Etica, il termine individuo si lega ad almeno tre ambiti di significati:

1) l’individuo è qualcosa di reale e questo significa, in senso prettamente aristotelico1, che le definizioni non esprimono mai la natura degli individui la cui esistenza va invece spiegata con l’indicazione specifica delle cause che li hanno portati ad esistere: sicché se esistono venti uomini, dice Spinoza, sarà necessario dimostrare la causa per la quale esistono né più né meno venti uomini;

2) l’individuo può essere umano o non umano e di conseguenza la nozione di uomo non è identica a quella di individuo. Posto che i due concetti possono non coincidere, emergono almeno tre problemi: a) in primo luogo la definizione di ciò che deve intendersi come individuo: in questo caso il problema è risolto tramite la tesi secondo cui tutti gli individui condividono il principio generale della conservazione del proprio essere, il conatus, detto anche pulsione o sforzo volto ad accrescere la propria potenza; b) in secondo luogo la distinzione tra individuo e uomo: in questo caso emerge la tesi della cupiditas, secondo cui gli individui umani sono quegli individui che si caratterizzano non solo per la ricerca di una natura perfetta ma soprattutto per avere coscienza di tale pulsione2; c) in terzo luogo la distinzione tra quegli individui che sono gli uomini: in questo caso Spinoza risolve il problema sostenendo che gli uomini si distinguono tra loro essenzialmente per gli affetti e le emozioni che patiscono.

3) l’individuo umano è l’unione di mente e corpo: in questo terzo significato, si ha una definizione radicalmente alternativa a quelle ammesse fino a quel momento dal pensiero filosofico in quanto l’uomo, anziché come sostanza, è ora da intendersi come modo di quegli attributi (pensiero ed estensione) appartenenti alla medesima sostanza. La conseguenza è il superamento di una concezione assoluta dell’identità a favore di una di tipo relativo, intendendo per relativo la relazione tra mente e corpo da cui, partendo dall’assunto che l’ordine delle idee è identico all’ordine delle cose3, non si origina nessun dualismo e nessun primato dell’una rispetto all’altro. Non è un caso che la seconda parte dell’Etica, intitolata Della natura e dell’origine della mente, si concentra essenzialmente sulla descrizione del corpo umano.

Nessuno conosce cosa può fare un corpo
Il principio generale sotto cui è iscritta la riflessione di Spinoza sul corpo è la sua incommensurabilità : nessuno infatti è riuscito ancora a determinare il potere del corpo, nessuno sa cosa possa o non possa fare a motivo delle sue leggi e quindi nessuno sa di che cosa sia capace il corpo4.
Il corpo umano è un individuo complesso, cioè costituito da parti (ovvero da altri corpi che a loro volta si compongono di moltissimi individui) e non da un corpo semplice (cioè da un unico corpo). La composizione è espressa dalla relazione tra moto e quiete nella quale consiste ogni corpo con il corpo umano che, in quanto tale, soggiace alle stesse regole degli individui corporei: per questo motivo esso viene studiato in modo approfondito con la proposizione 13 della seconda parte dell’Etica, vero e proprio cuore del sistema. Il problema è spiegare in che modo, in questo movimento continuo di corpi e di corpi semplici, si spiega l’unità di un corpo composto. Il lemma IV di E2P13 sostiene che se prendiamo un individuo composto, gli togliamo delle parti e al posto di queste ne mettiamo altre della stessa natura questo individuo conserverà la sua forma. Si tratta di un punto importante perché stabilisce la conservazione dell’identità di un individuo pur nel mutare delle sue parti: un individuo composto da più corpi, qualora questi corpi vengano separati dagli altri, ma sostituiti da altri corpi della stessa natura, conserva la sua identità senza alcun cambiamento della sua forma. Spinoza ritiene che un individuo, pur mutando continuamente le sue parti, possa mantenersi identico a sé nella sua natura, e la necessità di mostrare come possano mutare le parti dipende dal fatto che egli ha bisogno di trovare la giustificazione di certe rappresentazioni mentali (come ad esempio la memoria la quale non sarebbe possibile se non ci fossero modificazioni di alcune parti del corpo e se queste modificazioni non venissero conservate). Spinoza ha in mente una dottrina dei corpi che prevede la costituzione di individui corporei, quindi di unità di altri corpi, pur nella mutazione continua delle parti o dei corpi componenti. I lemmi successivi, s’incaricano così di spiegare in che modo sia compatibile il movimento della parti dell’individuo in relazione alla conservazione di quel medesimo individuo. Queste mutazioni possono essere più o meno grandi a seconda della natura dell’individuo, sicché esse dipendono dalla durezza o dalla fluidità dei corpi. Dallo scolio si evince che il motivo per cui un individuo conserva la sua natura nonostante subisca variazioni è il fatto le parti che costituiscono un corpo mantengono lo stesso rapporto.

Il rapporto differenziale e il muro bianco
Una volta stabilito che ogni individuo, inteso come corpo, è costituito dal rapporto tra moto e quiete, si tratta di indicare che cosa distingue un corpo da un altro. Qui (ma non solo qui) sono illuminanti le lezioni universitarie di Gilles Deleuze tenute tra il 1980 e il 1981 e poi raccolte nel volume dal titolo Che cosa può un corpo? Abbiamo già discusso della lettura spinoziana di Deleuze in un precedente contributo. Secondo Deleuze l’individuo consiste in uno specifico ed irripetibile rapporto desunto dall’ambito del calcolo infinitesimale. «Con il calcolo differenziale viene finalmente scoperta una nuova dimensione concettuale: la piena autonomia del rapporto rispetto ai termini che lo costituiscono sicché l’individuo consiste in uno specifico rapporto differenziale»5. Questo rapporto differenziale, che è costituito da corpi infinitamente piccoli, esprime la potenza di ogni singolo individuo e la loro essenza singolare. Quest’ultima garantisce l’eternità di ogni specifico e determinato rapporto: i corpi sono parti di rapporti solo per un lasso di tempo ma l’essenza di un corpo esiste prima e dopo l’individuo il quale sussiste indipendentemente dalla sua esistenza. Ciò significa che di Paolo, una volta morto, resterà l’essenza, cioè una realtà fisica. In altre parole, l’essere di Paolo ha due esistenze distinte: l’esistenza di Paolo e l’esistenza dell’essenza di Paolo. «La morte non riguarderà mai né il rapporto costitutivo in sé, né l’essenza dell’individuo perché gli specifici rapporti differenziali di ciascun individuo sono indipendenti dai loro termini, sicché il rapporto costitutivo continua a sussistere anche in assenza di parti attuali»6. Sulla morte in generale, Spinoza ha poche parole da spendere. Per effetto della continua composizione e scomposizione dei corpi, il medesimo individuo si trova a nascere e a morire ogni giorno. Come si è detto, quello che importa è il mantenimento di una certa rappresentazione mentale che assicuri l’identità dell’esistenza e da questo punto di vista la perdita della memoria è sicuramente il fatto più grave che possa accadere ad un individuo e tale da essere paragonato alla sua morte. Quello che preoccupa Spinoza non è la morte ma la qualità della vita (la filosofia, dirà, non è meditazione sulla morte ma sulla vita).

Da questo punto di vista, uno dei problemi è quello di stabilire in che cosa consista la realtà fisica dell’essenza. Deleuze ricorre all’esempio indicato da Spinoza nel Breve Trattato7. Esiste un muro bianco metafora di ciò che Spinoza chiama attributo; su di esso vengono tracciate delle figure le quali sono i modi che, seppur non esistendo quando il muro era bianco, coappartengono all’estensione. Siamo cioè all’interno della tesi dell’identità di essenza ed esistenza, vero architrave della dottrina di Spinoza. Nell’E2P7 egli chiarisce che due sono le modalità con le quali i modi si trovano nell’attributo: i modi compresi nell’attributo e i modi che esprimono una durata. In altre parole, come si è detto prima, due sono le modalità di esistenza dell’individuo: l’esistenza come durata e l’esistenza eterna.

La corrispondenza tra generi di conoscenza e strati dell’individuo
Deleuze costruisce le sue lezioni associando ai tre generi di conoscenza, tre strati dell’individuo . Nel primo strato l’individuo è composto da una serie infinita di parti estese: a ciò corrisponde il primo genere di conoscenza che è sempre inadeguata per via del fatto che essa riceve le proprie determinazioni dall’esterno in regime di continue variazioni. Nel secondo strato ogni individuo è costituito da un rapporto differenziale specifico dove ogni individuo è conoscenza di una norma che contiene il criterio di quel rapporto: siamo in tal modo nel secondo genere di conoscenza dove la collezione degli affetti ha lasciato il posto alla conoscenza delle cause, cioè alla ragion d’essere della sua composizione. Nel terzo strato dell’individuo infine ogni rapporto esprime un determinato grado di potenza: ecco allora la conoscenza di terzo grado (descritta nella quinta parte dell’Etica) dove l’individuo è costituito dalla conoscenza di ogni essenza singolare. Questa conoscenza, detta anche scienza intuitiva, va al di là della conoscenza dei rapporti per conoscere le essenze singole che, in quanto tali, sono eterne.
La scomposizione o decomposizione di un certo rapporto indica la fine dell’individuo al livello dell’esistenza attuale ma non colpisce la verità eterna del rapporto. Per Spinoza, osserva Deleuze, si tratta di sperimentare di essere eterni, ovvero di conoscere rapporti ed essenze (parti intensive) che lo rendono sempre meno dipendente da quelle che lo rendono schiavo (parti estensive). Se uno ha vissuto la propria vita secondo tale modalità, la scomposizione di un rapporto non è la fine e non lo riguarda negli strati superiori dell’individuo. La richiesta è dunque chiara: innalzarsi ad un livello di vita superiore, acquisire idee ed affetti adeguati, così da rendere maggioritarie le parti intensive rispetto a quelle estensive. Sembrerebbe quindi che soltanto nella conoscenza delle verità eterne la mente diventa consapevole del proprio io eterno. Ma prima di giungere a questa conclusione dovremo affrontare la dottrina della mente che faremo la prossima settimana.

 

 


  1. v. a questo proposito Metafisica XII, 1071a,20 

  2. v.E3AD1 ma anche TIE, § 13 

  3. E2P7 

  4. E3P2scolio 

  5. G. Deleuze, Che cosa può un corpo?, Ombre Corte, Verona, 2010, pp.156-157 

  6. ibid., p.162 

  7. KV, II, 20, nota 8 

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