Quel che resta di Heidegger

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I “Quaderni neri” di Heidegger 1931-1948. Clicca sull’immagine per il programma completo.

Dopo la pubblicazione e le prime ricezioni dei Quaderni neri, Heidegger continua a far parlare di sé. Ne è testimonianza il grande convegno svoltosi a Roma tra il 23 e il 25 novembre dal titolo i “Quaderni neri” di Heidegger, che, organizzato da Donatella Di Cesare (Università La Sapienza), ha richiamato studiosi e interessati da tutta Europa. La lista degli invitati è sorprendente (solo per citare i più in vista, Peter Sloterdijk, Gianni Vattimo, Peter Trawny, Vincenzo Vitiello, Gérard Bensussan) e gli interventi hanno chiarito le posizioni dei vari studiosi heideggeriani dopo la pubblicazione dei quaderni. Ovviamente, l’attenzione si è concentrata sull’analisi del coinvolgimento accidentale o strutturale del filosofo con il nazionalsocialismo, sul ruolo che svolge l’ebreo e l’antisemitismo all’interno del sistema heideggeriano, e di conseguenza, sulla verifica di che cosa possa essere salvato (ove possibile) del pensiero di Heidegger.

Da sempre Heidegger ha attirato critiche dalle intelligenze più brillanti a lui contemporanee, a partire da Theodor W. Adorno; con la pubblicazione dei Quaderni, anche i più convinti sostenitori devono e hanno dovuto fare i conti con ciò che il filosofo andava annotando. Non potendo citare e analizzare i moltissimi interventi tenuti durante il convegno, mi focalizzerò solo su quelli che permettono di delineare le problematiche che, ad oggi, sembrano più attuali.

Il convegno è iniziato con l’intervento di Peter Trawny (Università di Wuppertal), nonché curatore dei Quaderni neri in Germania. L’intervento, dal titolo Heideggers Mythos, verte su ciò che mi pare più interessante del pensiero heideggeriano: la sua costruzione di una mitologia poetica, e di conseguenza, il suo carattere intrinsecamente reazionario.

Problema principale dell’intervento è stato quello della storia e della storicità in Heidegger, in rapporto al mito. Secondo Trawny, in Heidegger la storia non è comunemente intesa come quel che accade obiettivamente, ma è piuttosto il poema, ciò che è poetato, il mito a fondare e ad istituire la storia. Citando l’intervento, «certo è che l’antisemitismo di Heidegger ha a che fare con la mitizzazione della storia». Trawny pone cioè lucidamente una stretta connessione tra il creare una mitologia – nella forma di una cosiddetta “storia dell’essere”, destinale e a tappe ben precise – e le derive antisemite di Heidegger. Nel momento cioè in cui la storia viene assolutizzata, essa viene resa mito e trasformata in una “storia dell’essere”, l’esserci singolo incomincia a far parte di un accadere comune, della comunità di un popolo. Ed è da qui che la macchina mitologica heideggeriana, perfettamente analizzata da Trawny, comincia ad operare: il susseguirsi di concetti-fantasma quale quelli di “popolo”, di “destino”, di “compito”, di “origine”, di “autenticità” precipitano ripidamente l’uno nell’altro.

Concetti quest’ultimi, che dovrebbero far suonare un campanello d’allarme a tutti coloro che hanno confidenza con il pensiero di estrema destra (secondo la lezione di  Furio Jesi, con il suo Cultura di destra), e con i mitologemi che ne fanno da fondamenta. Recuperando Schelling, il mito è infatti ciò che fonda un popolo, e lo stesso mito ha un rapporto intimo e strutturale con il linguaggio e la poesia in cui si esprime. Dunque, anche l’attenzione poetica di Heidegger può essere vista secondo quest’ottica mitologica che Trawny è riuscito bene a focalizzare, ponendo fin dall’inizio gli aspetti più spinosi del caso Heidegger.

Interessantissimo per le prospettive che apre nel pensiero heideggeriano, anche l’intervento di Donatella Di Cesare (Università La Sapienza), dal titolo Heidegger – tra apocalittica e rivoluzione. Per Heidegger la fine della metafisica occidentale è impedita dalla figura dell’ebreo (visto come emblema dell’intelletto raziocinante ed astraente), che continua a protrarla in un eterno crepuscolo. Finché dunque si è all’interno dell’ambito della metafisica, non è possibile una nuova politica. La proposta della Di Cesare è quella di leggere Heidegger sì come un apocalittico, ma non della controrivoluzione – come di solito viene contestualizzato avvicinandolo a Jünger –  bensì della vera rivoluzione. Marx, filosofo della rivoluzione, viene cioè visto da Heidegger come l’emblema dell’ebraismo, colui che impedisce il compimento della metafisica rovesciando – ma continuando ad adoperare – la dialettica hegeliana.

In questo modo Marx rimane vittima della temporalità lineare e progressiva di Hegel, dove ad un crescere progressivo della razionalità della storia, viene sostituito un rapporto egualmente lineare di superamento e di interazione tra mezzi di produzione e rapporti produttivi. Questo tipo di pensiero rimane cioè troppo legato alla metafisica per poter essere genuinamente rivoluzionario: esso si salda alla metafisica mediante il rapporto strutturale che intrattiene con la tecnica e la volontà di potenza legata al soggetto rivoluzionario del partito unico (la rivoluzione di Lenin viene infatti vista come facente parte dello stesso nichilismo tecno-planetario che attanaglia l’occidente).

Quindi, le critiche al marxismo, porterebbero Heidegger davanti all’evento di un’interruzione anarchica della metafisica (il nome di questo evento espropriante e inappropriabile sarebbe Hannah) dal quale però egli si ritrae. Heidegger guarderebbe quindi nell’abisso – ha le forze intellettuali per smascherare anche ciò che è controrivoluzionario nel marxismo – ma non riuscirebbe a permanerci, secondo la Di Cesare, giacché egli non ha in questo caso le forze morali per farlo. Gli manca l’apertura all’Altro. E, aggiungo io, il ri-sostanzializzare, nei Quaderni neri, categorie quali quelle di “ebreo”, “americano”, “tedesco”, il pensare ad una storia come “destino”, sono sintomi proprio del suo ricadere nelle griglie della concettualità occidentale. Ulteriore testimonianza del fatto che Heidegger rimane, nonostante gli slanci teoretici, un pensatore del ritorno a casa, della piccola provincia tedesca.

Martin Heidegger nel suo studio. Foto tratta da internet.

L’idea che il nazismo sia elemento strutturale alla filosofia heideggeriana, è stata il centro della tesi dell’intervento provocatorio, ma intelligente e diretto, di Gèrard Bensussan (Università di Strasburgo). L’intervento è iniziato con le affermazioni apodittiche: «Comincerò col precisare ciò che la mia relazione non è: una discussione dell’antisemitismo di Heidegger. Semplicemente perché questo antisemitismo è perfettamente indiscutibile. (…) Aggiungo inoltre che, di questo antisemitismo, i Quaderni neri non sono assolutamente l’inaudita rivelazione, anche se aggiungono alcune parti considerevoli e sconfortanti e anche se ne manifestano l’estensione e la profondità».

Secondo Bensussan, che riprende e ribalta la nota tesi di Emmanuel Faye, la filosofia di Heidegger è, in definitiva, un’introduzione della filosofia nel nazismo. Il compimento della metafisica è affidato esplicitamente per Heidegger al popolo tedesco, e, in questa metapolitica, la gigantomachia risulta essere tra questo “popolo istoriale” e il “popolo della potenza dell’ente”, ovvero gli ebrei, l’altro popolo metafisico che pone come suo compito lo sradicamento di ogni ente fuori dall’essere attraverso il pensiero calcolante. Da queste basi, attraverso un confronto tra i Quaderni neri, altri scritti heideggeriani e Nietzsche – visto come base categoriale dell’antisemitismo heideggeriano –, Bensussan ci ha portato alla luce le considerazioni più paradossali di un pensatore geniale quale è Heidegger il quale però cade vittima sia della tradizione di pensiero occidentale che vorrebbe contestare, che delle sue stesse categorie speculative.

Cambiando completamente versante, rimangono, a mio parere, di grande interesse le prospettive di lettura di Heidegger che ne sottolineano la lotta con il fondamento ontologico, con l’origine, con l’archè. Su questo punto si è concentrato Alberto Martinengo (Statale di Milano), con l’intervento dal titolo Il principio di anarchia. Suo punto di riferimento costante rimane l’opera di Reiner Schürmann, e, attraverso di questa, la critica alla metafisica con l’affermazione del primato della teoria sulla prassi. Rileggendo Heidegger dagli ultimi scritti e tornando cronologicamente ai primi, Schürmann prospetta un agire a-teleologico e senza fondamento. Interessante notare come Martinengo abbia messo in risalto cosa sia salvabile di questa prospettiva, dopo, e nonostante, la pubblicazione dei Quaderni neri, cosa ci permetta ancora il pensiero di Schürmann riguardo ad un Heidegger sempre più problematico.

Altro punto focale del convegno è rappresentato dall’intervento da Paolo Vinci (Università La Sapienza), dal titolo Hölderlin nei “Quaderni neri” e nei “Contributi”. Heidegger incontra Hölderlin negli anni ’30, ed Hölderlin è, nella prospettiva di Vinci, l’istanza negativa che delegittima determinate pretese di ontologia forte. Quando Heidegger cita Hölderlin ne mutua la nozione di un “depotenziamento dell’essere”, un non spacciare l’inizio come un fine o un obiettivo. È come se Hölderlin stesso rappresentasse un antidoto, un’istanza negativa rispetto a determinate ricadute di Heidegger, è l’inquietudine che attraversa il suo pensiero.

Infatti, cosa conquista Heidegger attraverso questo poeta? Vinci risponde che egli guadagna la consapevolezza che all’inizio ci sia un non-fondamento.  Hölderlin è colui cioè che – come poeta della mancanza e della lontananza del divino – ci fa avvertire la mancanza. E l’origine mancante va preservata in quanto tale. Inoltre, ha sostenuto in conclusione Vinci, riferendosi a Walter Benjamin (dove le istanze di Hölderlin possono proprio essere viste come il ponte e il nesso comune che può collegare Heidegger a Benjamin), che solo se viene preservata questa origine mancante e questa caducità strutturale, vi è la possibilità di aprire una prospettiva di uscita dalla metafisica occidentale e dalle politiche disastrose che su di essa si sono rispecchiate. La promessa di eternità ci ruba la fine, mentre al contrario il tramontare ci apre un passaggio e un superamento.

Una pagina manoscritta dei “Quaderni Neri”. Foto tratta da moked.it

L’ultimo giorno del convegno si è aperto con il fondamentale intervento, capace di delineare i contorni del convegno, di Vincenzo Vitiello (Università Vita — San Raffaele), dal titolo Religione e politica in Heidegger. La tesi cardine dell’intervento di Vitiello è che il pensiero di Heidegger si trovi costantemente in contraddizione con se stesso, in un’inesauribile tensione. Questo perché, nonostante Heidegger condanni l’ebreo come emblema dell’intelletto calcolante e della metafisica, allo stesso tempo sia presente in lui e nel suo pensiero una forte istanza ebraica, che si cristallizza, secondo Vitiello, anche e soprattutto nel Ruf des Gewissens, la chiamata della coscienza, che, dice Heidegger, viene da me, ma allo stesso tempo da sopra di me.

La tesi provocatoria, ma perfettamente argomentata da Vitiello, è quindi quella per cui Essere e tempo sia da una parte un’opera conclusa, e dall’altra anche la prima e ultima opera di Heidegger (importanza ribadita dallo Heidegger stesso ne paragrafo 55 del primo libro dei Quaderni neri). Questo giacché tutto quello che si può esplicitare in discorso è l’essere dell’esserci (argomento di Essere e tempo), e il rapporto che si intrattiene tra l’esserci e l’essere, ma non l’essere stesso in quanto non appropriabile dal linguaggio oggettivante.

Inoltre sempre secondo Vitiello, i Quaderni neri non aggiungono molto all’antisemitismo di Heidegger, perché già nelle Conferenze di Brema e Friburgo si trovano espressioni esplicite e radicali a riguardo.

Per concludere, l’ultimo intervento, che ha lanciato la discussione finale, è stato quello di Gianni Vattimo (Università di Torino). Più che un intervento, è stato un porre delle questioni. Questioni che vengono poste non a caso – e risuonanti come un lascito – alla fine del convegno, e che continueranno ad indirizzare gli studi heideggeriani: esiste un’etica heideggeriana? Se sì, come è possibile? Qual è il rapporto di Heidegger con il cristianesimo e con la sua teologia?

Inoltre anche le ultime parole di Vattimo – come già quelle della Di Cesare e di Vinci – sono in fondo tese a creare un ponte instabile e problematico verso la riflessione di Walter Benjamin, paragonando, nelle intenzioni del filosofo torinese, il silenzio dell’essere di Heidegger al silenzio degli oppressi del pensatore berlinese. Un ponte teso verso Walter Benjamin che in conclusione, dal mio punto di vista, è risultato essere stato l’ospite nascosto di questo convegno, quasi fosse l’antidoto speculativo, il ribaltamento e la critica immanente degli aspetti più conservatori e pericolosi del pensiero e della vita di Martin Heidegger. Lo stesso Benjamin cioè, che già alla pubblicazione della tesi su Duns Scoto di Heidegger aveva presentito, con una sensibilità impressionante, la grande distanza che lo divideva dal pensatore di Meßkirch, le sue possibili derive e conseguenze; lo stesso Benjamin che aveva in mente di fondare una rivista per «distruggere Heidegger».

Arrivati a questo punto, a seguito di un convegno che rimarrà nella storia della ricerca heideggeriana, per la portata internazionale e per il livello del discorso, occorre di nuovo domandarsi, a nostra volta: cosa resta veramente di Heidegger? Cosa può continuare ad apportare alla filosofia continentale? Cosa, del suo antisemitismo e della sua seppur problematica adesione al nazionalsocialismo, tocca in modo strutturale, e non solo contingente, il suo pensiero? Ma più in fondo, si può realmente scindere il piano ontologico della sua speculazione con quello relativo all’antisemitismo dichiarato? Su quest’ultimo punto anche il convegno ha determinato voci contrastanti, eppure tutte interessate alla lezione filosofica di Heidegger.

 

2 Comments

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Dato che non si puo’ capire il mondo d’oggi senza parlare della Tecnica, non possiamo certo liquidare Heidegger che tanto ha scritto a proposito e che rimane attualissimo. Lui ci ha insegnato che la Tecnica non e’ uno strumento neutro che l’uomo padroneggia ma siamo parte non autonoma di questo dispositivo (Gestell). Naturalmente lo si puo’ criticare, lo si puo’, giustamente, condannare per la sua adesione al nazismo e per il suo antisemitismo, ma non si puo’ prescindere dalla sua filosofia.

“l’uomo non ha nessun «potere» sulla tecnica. Infatti, poiché la tecnica non dipende dall’uomo, ma dal destino dell’essere, di fronte ad essa all’uomo non rimane che «l’attesa», in quella modalità pensante che è la meditazione sull’essere.”
L’uomo, secondo questa visione di Heidegger, è consegnato, non ha possibilità di azione e di interruzione del movimento storico. Le analisi della tecnica come “impianto” (preferisco tradurre così Gestell piuttosto che “dispositivo”…chiamarlo dispositivo metterebbe in mezzo troppe altre tradizioni filosofiche, a partire dall’epistemologia francese) rimangono interessanti nel sottolineare che essa non sia uno strumento da poter utlizzare da parte di un soggetto sovrano, senza essere intaccato a sua volta. Il problema è quello delle “epoche storiche” a cui noi non possiamo opporre resistenza, ma siamo consegnati. Questo è uno degli archetipi tipici del pensiero conservatore, uno dei più pericolosi (vedi Julius Evola).
Non ci si può tuffare acriticamente in Heidegger.

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