Plutarco, il maestro ripudiato dallo storicismo

Plutarco è uno degli scrittori antichi di cui ci è pervenuto il maggior numero di scritti. Nato a Cheronea nella Grecia centrale, vissuto a cavallo tra il I e il II secolo dopo Cristo, Plutarco ha esercitato un’influenza enorme soprattutto nel periodo umanistico e rinascimentale tanto da essere riconosciuto come vero e proprio maestro da Montaigne ed Erasmo, Shakespeare e Bacone, Montesquieu e Rousseau. La sua opera più famosa, Le Vite parallele, biografie dei personaggi più famosi dell’antichità, è stata per lungo tempo fonte di ispirazione e notizie storiche. Tuttavia, a partire dalla metà del XIX secolo, Plutarco ha visto improvvisamente spegnere la sua fama fino ad essere prima accantonato e poi dimenticato. Positivismo e storicismo prima, ideologie totalitarie e liberticide poi, hanno messo in secondo piano una filosofia che faceva della vita buona e della saggezza il suo centro. In nome di un auspicato “ritorno a Plutarco”, la Bompiani ha pubblicato nel 2017 la prima traduzione italiana completa dei Moralia, opera che raccoglie un’estesa trattatistica di carattere filosofico, pedagogico, religioso e di scienze naturali in cui non mancano saggi e brevi componimenti che affrontano il rapporto dei filosofi con la politica.

 

Il governo di se stessi prima condizione per governare
I testi di Plutarco sono un ricettacolo di osservazioni, consigli e massime nate spesso da piccoli episodi tratti dall’esperienza quotidiana di uomini impegnati nella cura degli affari pubblici. Il breve saggio Chi governa deve sapere prima di tutto governare se stesso inizia con l’osservazione secondo cui «nulla in natura è più orgoglioso, scostante e ingovernabile di un uomo che presuma di possedere la felicità». Se il trattato verte sulla necessità di ascoltare la ragione, in modo che il governante si ponga in sintonia con la provvidenza allontanando da sé gli istinti peggiori, è anche vero, riconosce Plutarco, che è difficile che i governanti ascoltino, presi come sono dal governo delle emozioni e dall’idea secondo la quale la ragione possa mettere a repentaglio la loro autorità. Non solo chi non riesce a controllare le proprie passioni, ma anche persone rozze e prive di cultura, nascoste dietro maschere di apparente sapere, giungono spesso al governo dello Stato. Tuttavia, è possibile riconoscere tal genere di individui utilizzando due paragoni. Il primo è quello del vaso vuoto: così come una volta riempiti, se marci o piene di crepe, i vasi cominciano a colare da tutte le parti andando facilmente in malora, così gli uomini privi di spessore culturale non riusciranno a mantenere quanto promesso finendo per rovinarsi da soli. Il secondo paragone è quello delle statue: chi ha più cultura ha peso e riesce a mantenersi, chi non ce l’ha non riesce a reggersi e finisce per rovesciarsi da sé.

I criteri di cui tener conto per entrare in politica
«La politica è come un pozzo: chi vi cade in modo accidentale è preso da angosce e rimorsi; chi vi scende con tranquillità affronta gli impegni con cura e serenità». Con questa metafora contenuta nei Consigli politici, Plutarco indica quattro elementi da considerare per chi vuole entrare in politica. Il primo è la motivazione, la quale non dev’essere fondata né sul capriccio né sulla vanagloria ma su una costante preoccupazione per il bene pubblico. In secondo luogo, bisogna essere consapevoli del carattere dei propri concittadini, in quanto l’ignoranza dei costumi e dei modi di vita porta a fallire il bersaglio e a cadute non meno rovinose di quelle che si hanno nei rapporti di amicizia con un re quando il suo favore viene meno. Importante è poi per il politico lo stile di vita perché, ricorda Plutarco, il popolo è attento ad ogni dettaglio e pronto a giudicare. Tutto ciò non deve far dimenticare infine l’efficacia della parola che si affianca al carattere della persona nella capacità di persuasione: l’arte di guidare gli uomini consiste nel convincere con l’eloquio, mentre addomesticare le masse con espedienti, come banchetti o elargizioni, è come pascolare animali privi di ragione.
Fine dell’educazione politica per Plutarco consiste nel rendere i cittadini ubbidienti per la semplice ragione che in ogni città i governati sono più numerosi dei governanti: di conseguenza, la scienza più bella è quella di saper ubbidire a chi detiene il potere. Le dinamiche del rapporto tra governanti e governati sono un tema particolarmente caro al filosofo: ad esempio, il popolo rinuncia alla propria forza quando cede alle lusinghe del denaro, così come gli stessi politici causano la propria rovina nel momento in cui, diremmo oggi, diventano populisti, solleticando il popolo nei suoi più bassi istinti con il risultato di renderlo soltanto più arrogante.
Nel breve opuscolo I filosofi devono dialogare soprattutto con i potenti, la riflessione di Plutarco si colloca su di un piano, per così dire, di massimizzazione dell’efficienza. La tesi del saggio consiste nell’idea che rivolgersi all’uomo politico, cioè alla persona che più di tutte più influenzare gli altri, costituisce per il filosofo il modo più efficace per diffondere la saggezza che deriva dalla filosofia: in questo modo l’impegno per l’edificazione altrui è più bello del ritrarsi in disparte.

Il declino della filosofia antica e il ritorno a Plutarco
Definito da Federico II di Prussia come l’antimachiavelli, Plutarco e le sue opere rientrano in un certo qual modo nella tradizione degli specula principis, termine con il quale si designa tutta quella trattatistica rivolta a re e governanti finalizzata alla loro educazione morale. Un colpo a questa letteratura fu dato da Machiavelli e dai suoi consigli rivolti al principe per la gestione cinica e spregiudicata del potere politico. Tuttavia, non fu l’acutissimo fiorentino a provocare il declino di Plutarco. Il suo vero affossatore fu Hegel ed il principio secondo cui la filosofia politica deve astenersi dal dare consigli allo Stato e interpretare il momento storico come qualcosa di razionalmente fondato, senza alcun riferimento a ciò che è bene o a ciò che è male. Lo storicismo aggravò il divario tra etica e politica in base all’idea secondo la quale è necessario distinguere tra giudizi di fatto e giudizi di valore, in nome di singole Weltanschauung alle quali riconoscere piena legittimità. Pretendendo di essere il continuatore dello scetticismo, lo storicismo ha demolito qualsiasi posizione che pretenda di rappresentare una dimensione di universalità: così facendo, la filosofia, specialmente quella antica, diventa qualcosa di assurdo. Lo storicismo diventa la maschera del dogmatismo grazie soprattutto, come osservava Leo Strauss, a quella forma di storicismo radicale costituito dall’ermeneutica: se tutto è interpretazione, viene negata ab origine qualsiasi ricerca di un fondamento e diventa concreta la frase di Foucault secondo cui «un tempo c’erano i maestri di verità, oggi la volontà di verità». Lessing ripeteva che lo storicismo è l’inclinazione ad identificare il traguardo del nostro pensiero con il punto in cui ci siamo stancati di pensare: insieme a dogmatismo e relativismo, esso ha formato una triplice alleanza che ha liquidato Plutarco e la saggezza della filosofia antica. In un tempo, come quello attuale, in cui ci sarebbe bisogno di moderazione e prudenza politica, la lettura di un autore classico come Plutarco costituirebbe il rimedio a molti mali.

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«In uno dei momenti più terribili del conflitto civile, nell’anno 1865, quando il Sud stava perdendo la guerra ed ormai lottava con la forza della disperazione contro un nemico enormemente superiore di numero e di mezzi, ed ormai anche i civili mancavano di tutto, una madre sudista scrisse al figlio che era al fronte mandandogli un volume delle Vite di Plutarco in greco ed esortandolo, nei rari momenti di tregua, a leggere quelle pagine perché ne avrebbe tratto una visione più serena, più distaccata e più universale dei drammi della storia e delle tragedie umane».
«L’altro esempio. Esaminando in archivio le carte del capitano Waddell, ufficiale della marina sudista e comandante dell’incrociatore Shenandoah, mi accadde di scoprire che egli nei momenti di tranquillità concessigli dalla guerra sul mare, soleva leggere a sua volta le Vite di Plutarco in edizione greca; ed il volume che egli possedette si trova tuttora lì, nella collezione dei suoi documenti, logoro,con le sue annotazioni a matita, in margine.»

Raimondo Luraghi, Lezione di congedo dall’Università di Genova tenuta il 16 Maggio 1991

Un contributo alla contestualizzazione della citazione lessinghiana riferita da Strauss nella raccolta “Diritto naturale e storia”. Strauss definisce il dogmatismo (a cui riconduce lo stesso storicismo) con le parole scritte da Lessing – a proposito della anticristiana “Apologia” di Reimarus (che estende la corrosiva critica biblica di matrice spinoziana dal Vecchio anche al Nuovo Testamento) – in una lettera all’illuminista Moses Mendelssohn del 9 gennaio 1771. Quattro anni prima Mendelssohn ha pubblicato il suo “Phädon”, una rielaborazione edulcorata del “Fedone” di Platone, che ha prontamente inviato a Lessing. Questi deve aver ben immaginato che l’amico avrebbe saputo riconoscere una citazione tratta da quelle pagine platoniche da lui tradotte e quando scrive: «es ist unendlich schwer, zu wissen, wenn und wo man bleiben soll, und Tausend für einen ist das Ziel ihres Nachdenkens die Stelle, wo sie des Nachdenkens müde geworden» Lessing non sta facendo altro che trasporre in tedesco un celebre passo in cui Simmia chiede a Socrate di riprendere daccapo (e senza cedere alla stanchezza propria di un intelletto debole) la sua dimostrazione dell’immortalità dell’anima (Fedone, 85C-D). Non è neppure un caso che questo luogo sia citato nel saggio antistoricista di Strauss, il quale non solo conosce a fondo l’intero carteggio tra i due Aufklärer, ma ha anche già curato, commentato e introdotto nel 1932 proprio la riedizione del “Phädon” per la Jubiläumsausgabe delle opere di Mendelssohn. A un profondo conoscitore di Lessing, Mendelssohn e Platone come Strauss non può essere dunque sfuggita la tacita citazione lessinghiana di un passo platonico così decisivo e così ben noto allo stesso Mendelssohn.

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