Note su alcuni termini del linguaggio di Severino (II)

scotland-540119_1920

Come abbiamo visto, la difficoltà per l’uomo di intendersi re, invece che mendicante – ovvero di capire che è eterno, e non mortale –, risiede tutta nello snodo storico del “parricidio” platonico. Una cultura costruita sulla caducità delle cose non può che generare sistemi di pensiero infettati dal virus del nichilismo. Severino giunge a dire che la condizione di mortalità dell’uomo è qualcosa che egli stesso «vuole». Sarà solo liberandoci di questo fardello che potremmo entrare all’interno del cielo rischiarato dalla verità. Qui, dunque, intraprenderemo la seconda parte del percorso all’interno dei testi che, nella mastodontica opera di Emanuele Severino, si occupano direttamente della condizione dell’uomo conteso tra verità ed errore.

Le deduzioni ci hanno portato fin qui, dunque, a definire l’uomo come conteso fra verità ed errore.
Questa è la sua “condizione”. Ma qual è la sua essenza?

3.― La “condizione” umana, l’essenza dell’uomo e la prima alienazione

Scrive Severino in uno stupendo passo ne La terra e l’essenza dell’uomo:

L’essere è eterno. E appare eternamente in questo attuale apparire – che non è “mio”, ma sono io stesso. Da sempre e per sempre l’uomo è la rivelazione dell’essere, satellite che accompagna in eterno la costellazione dell’essere. […] L’essere eternamente appare legato al suo “è” dalla necessità dominatrice; pertanto eternamente appare il senso verace e concreto della dominazione della necessità, in cui consiste la struttura della verità dell’essere. Eterna rivelazione della verità dell’essere, l’uomo vive, in questo senso, «la vita degli dèi» (Fedro). Ma la «pianura della verità» (Ibidem) gli sta davanti tutta raccolta e ferma e in questo fermo spettacolo abita l’uomo in eterno. […] La sua casa è la verità che gli sta eternamente davanti. Eppure la sua originaria abitazione è un’irrequietezza infinita.1

L’essenza dell’uomo, dunque, è quella di vivere in una irrequietezza costante, perché vittima di un’alienazione: egli fa esperienza della contraddizione della verità, ovvero il suo apparire finito in modo contestuale alla sua essenza ultima che è l’eternità del tutto e quindi di sé.

Questa contraddizione è l’alienazione costitutiva dell’essenza dell’uomo. Il toglimento di questa alienazione è l’assurdo: l’apparire finito che diventa l’indiventabile apparire infinito dell’essere2.

In prima istanza, l’essenza dell’uomo è costituita pertanto da un’alienazione figlia della coesistenza dell’apparire finito delle cose, ma anche dell’apparire finito trascendentale, e il suo essere dimorato presso l’essere eterno – di cui egli ne è custode e testimone.

Ci sono tuttavia altre due alienazioni che coinvolgono l’essenza dell’uomo. Prima però occorre chiarire cosa intende Severino per isolamento della terra.

Nel pensiero nichilista, ovvero quello che pensa il passare delle cose dall’essere al nulla e viceversa, ciò che sembra incredibile è proprio questo passaggio. In realtà, scrive Severino, «l’accadimento prodigioso è la terra»3 perché essa è ciò che accade nel chiaro silenzio della verità. Ciò nonostante, l’uomo ha una tendenza quasi spontanea verso la non-verità e invece di scorgere ciò che si staglia sul fondo della terra che emerge e gli si pone alla vista, separa le due dimensioni. Isola la terra. «Lo spicco della terra sullo sfondo diventa così l’isolamento della terra, la sua separazione dalla verità»4; ciò non significa che la terra si separa realmente dalla verità (perché ciò non è possibile), ma rimane il fatto che la terra appare come isolata.

L’isolamento della terra è allora l’errore dell’uomo che riconosce solo una parte di ciò che appare. L’errore, a sua volta, è l’idea dell’uomo secondo cui la terra è tutto ciò che esiste, il porto sicuro al quale si attracca. Conseguenza di ciò è la scomparsa, completa, dell’orizzonte della verità nella quale – invece – essa permane.

4.― La seconda alienazione
Alla prima alienazione, che è l’essenza costitutiva dell’uomo, segue una seconda alienazione che coincide proprio con l’accadere dell’isolamento della terra.
V’è dunque un ulteriore strato di vita nella non-verità nella quale l’individuo vive «la sua esistenza decaduta»5. Una contraddizione che si spinge verso il basso e la cui consistenza attira a sé non solo l’uomo, ma anche la vita dell’uomo nella non-verità.

«Siamo dei re che si credono dei mendicanti», ancora una volta.

5.― La terza alienazione
La terza alienazione di cui l’uomo fa esperienza e nella quale si muove è metafisica, ovvero è la storia dell’Occidente. Una storia che si rivolge alla verità dell’essere partendo, tuttavia, da un presupposto fallace: l’isolamento della terra. E quindi «la storia dell’Occidente è così divenuta la celebrazione della solitudine della terra e gli dèi dell’Occidente sono gli dèi di questa solitudine»6. La storia dell’Occidente è infatti la storia del nichilismo, l’idea per la quale le cose provengono e tornano nel nulla.

6.― Le due vie
Ci sono due cose che derivano direttamente da questa analisi delle tre alienazioni che compongono l’essenza dell’uomo e abitano la terra (isolata), l’adeguamento nella non-verità:
a) che in ogni opera dell’Occidente vi è innegabilmente una traccia della verità dell’essere, che però viene sovrastata dai convincimenti nati dalla sicurezza che ci si trova in una terra isolata;
b) che l’uomo diventa mortale7, poiché la terra isolata dalla verità è un niente e tuttavia per l’uomo rappresenta la regione sicura. Così egli, come ogni ente, viene inteso oscillante fra l’essere e il nulla. Come si dice in apertura de La terra e l’essenza dell’uomo, il problema della morte – questione centrale quando si parla di condizione umana – è dunque essenzialmente metafisico8, perché:

la metafisica è il consentimento al non essere dell’ente […]. Il pensiero fondamentale della metafisica è che l’ente, come tale, è niente. Appunto perciò è costretta a mettersi alla ricerca di ragioni, sulla cui base sia possibile sostenere che certi enti privilegiati (“divini”) sono sottratti alla nascita e alla morte, e quindi di essi non si può dire che non sono»9.

7.― Il Sacro e la Filosofia
Come reagisce l’uomo a questa condizione? Come può ritrovare il senso dell’essere, abbandonando la condizione di non-verità nella quale si trova a vivere?
La diffusione delle religioni risponde a questa esigenza primaria dell’individuo.
Scrive Severino:

L’accettazione del Sacro può essere la chiave che conduce al massimo disvelamento dell’essere consentito alla verità, la liberazione dall’intera massa di contraddizioni da cui le è consentito liberarsi. Ma l’accettazione del Sacro può anche portare il deserto, l’occultamento più profondo dell’essere10.

Il Sacro non è pertanto la soluzione alla contraddizione che costituisce l’individuo e la sua vita sulla terra. La verità, infatti, continua a vivere nella non-verità e questo “peccato originale”, se non viene abbattuto, rimane un impedimento al pieno disvelamento dell’essere. La teologia, inoltre, che è un po’ la teorizzazione del Sacro, è dominata dal nichilismo metafisico.

In questo quadro la Filosofia assiste e deve indurre il tramonto del convincimento isolante, consentendo «l’ascolto verace»11. Solo dopo aver fatto tramontare le opere della solitudine della terra, allora la Filosofia avrà “salvato” l’individuo dal suo destino nichilistico.

Tuttavia la Filosofia, abbiamo visto, è contraddizione. Poiché nel tramonto del convincimento isolante permangono le opere della solitudine, e il loro permanere infetta la terra continuando a mantenerla isolata. È dunque togliendo questo convincimento, e svuotando la terra delle opere della solitudine, che la Filosofia può portarsi a compimento.12

8.― L’individuo conteso
Ciononostante, in questa fase in Severino rimane una duplicità aperta – alla quale si faceva riferimento all’inizio dell’intervento. Se nella contraddizione si intravede l’essenza, in tale duplicità, si radica il destino dell’uomo.

E tuttavia la domanda rimane aperta: l’uomo è destinato a rimanere nella follia e quindi nell’incombenza della non-verità, o il tramonto dell’isolamento della terra sarà possibile, dando così modo all’individuo di intraprendere il Sentiero del Giorno?

Tra le due estreme possibilità – che la terra abbandoni definitivamente l’eterno apparire della verità dell’essere, e che la sua manifestazione lungo il sentiero del Giorno sia il tramonto totale della sua solitudine – sono racchiuse tutte le possibilità intermedie.13

Perché Severino dia una risposta compiuta a questo enorme quesito che va ben oltre la dimensione antropologica, occorre aspettare La Gloria e una definizione del sistema filosofico ben più radicale e indirizzata.


  1. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 215 

  2. Ibidem 

  3. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 201 

  4. Ivi, p. 205 

  5. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 216 

  6. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 216 

  7. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 219 

  8. p. 195 

  9. p. 195 

  10. Il Sentiero del Giorno, p. 168. 

  11. p. 228 

  12. Cfr. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 229. 

  13. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 236. 

Got Something To Say:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyright © Ritiri Filosofici 2018