Note su alcuni termini del linguaggio di Severino (I)

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Se è vero che la filosofia si è sempre interessata alla vita – ed è, per chi scrive, proprio così –, essa deve anche “calcolare” il suo impatto sulla condizione umana. Spinoza diceva che il vero filosofo si occupa della vita e non della morte, perché potremmo dire, la morte è oltrepassata dalla filosofia. Una situazione analoga è rintracciabile nella formulazione filosofica di Emanuele Severino. La morte – per come viene intesa dalla filosofia occidentale e dalla sua appendice tossica, ovvero il nichilismo metafisico – è smascherata nella sua inessenzialità. Vorrei qui rivolgere il mio interesse alla “condizione dell’uomo” all’interno del sistema severiniano. Dalle sue riflessioni ontologiche, infatti, segue una prospettiva necessaria che investe l’uomo e la sua essenza. Egli è legato a concetti come isolamento della terra, apparire empirico e apparire trascendentale, alienazione e non-verità.

Un’analisi dei testi che trattano in maniera specifica dell’essenza dell’uomo, e dei concetti accessori per comprenderla, ci permetterà di comprendere in maniera più compiuta alcuni dei cardini del pensiero di Severino. Ciononostante questa riflessione ci condurrà a una fase di stallo del pensiero severiniano, all’interno di una sorta di ambivalenza e duplicità, la cui “soluzione” verrà innanzi solamente grazie a un testo tardo del filosofo italiano: La Gloria1.

Innanzitutto dobbiamo iniziare a familiarizzare con alcuni termini e concetti.

1.― La contraddizione della verità
La prima cosa da chiarire, quasi da prendere come presupposto del nostro ragionamento, è l’essenziale contraddittorietà della verità. Cosa può significare che la verità è, nella sua essenza stessa, contraddittoria?

In Severino la verità non può darsi mai nella sua totale manifestazione – ma appare e scompare, opera un nascondimento di sé stessa che ci impedisce di goderne a pieno – e pertanto essa è contraddizione.

Scrive ne Il sentiero del Giorno:

Ogni essere è, necessariamente, parte del tutto: né può uscire dal tutto, annullandosi, né il tutto può cessare di avvolgerlo. […] Ma proprio perché l’essere compare e scompare, il tutto non appare nella sua pienezza.2

L’apparire, dunque, cioè ciò di cui noi facciamo esperienza diretta, è composto da verità e non-verità. Falsa è la convinzione di coloro i quali, diabolicamente incastrati nella grotta platonica, definiscono la realtà come essenzialmente espressione della non-verità. L’apparire, che tuttavia non è la verità ma è il suo apparire, «testimonia» – per usare un termine puramente severiniano – la verità perché l’essenza eterna dell’essere, così come di tutti gli enti, è lo sfondo sul quale si staglia in maniera eterna ogni apparire. Ma, ancora una volta, il tutto non si manifesta mai se non attraverso la sua parte che, per definizione, non è la verità del tutto. In parole più semplici e immediate: la storia, il processo, l’apparenza del divenire, sono ciò che si manifestano a noi uomini mortali. Il loro nascondersi e ritornare alla luce non è la verità, bensì una parte del tutto che rimane sullo sfondo e non si dà mai compiutamente ai nostri occhi.

All’interno di questa co-implicazione e strutturale contraddizione della verità risiede anche l’essenza dell’uomo, in quanto apparire della verità.

Eterna è ogni cosa. E perciò è eterno anche l’apparire dell’essere. Ma mentre nell’apparire ci sono cose che compaiono e scompaiono, l’apparire, come orizzonte totale, non può nemmeno comparire e scomparire […]. L’essere è destinato ad apparire. In questa destinazione risiede l’essenza dell’uomo.3.

Ovvero: l’essere eterno deve apparire mediante le sue parti affinché possa manifestarsi, e in questa destinazione alberga l’essenza dell’uomo il quale, dunque, vive ed esperisce continuamente una contraddizione: la contraddizione della verità e della sua stessa essenza4.

L’idea della contraddizione della verità, così come una concezione contraddittoria dell’essenza dell’uomo può essere fraintesa. Sgombriamo pertanto il campo da ogni dubbio a riguardo: in Severino «l’intramontabile cielo della verità»5 è appunto intramontabile, è ciò nel quale tutto risiede da sempre e per sempre. Dire che l’apparire nel suo stesso apparire non sia la verità e, per sua stessa natura, appaia e scompaia non significa prestare il fianco alla possibilità che gli enti, così come la loro espressione nell’apparire, possano diventare altro da sé e quindi nientificarsi.

L’uomo, nella sua condizione contesa, è comunque testimone della verità dell’essere da cui “proviene da sempre”:

Poiché l’eternità dell’apparire appartiene alla verità dell’essere, non solo noi siamo eterni, ma sappiamo eternamente di essere eterni.6

In questo senso l’uomo sembra vittima di un’illusione. Un’illusione che coincide col fatto che le cose scompaiono, gli uomini dopo la morte si disperdono e le cose vengono fatalmente inghiottite dall’oblio e dall’oscurità. Questo nascondersi della verità – e quindi la consequenziale idea prodotta dal nichilismo metafisico per cui le cose provengono dal nulla, arrivano all’essere, e tornano nel nulla – porta in evidenza agli occhi degli uomini le cose che, con una metafora celebre di Severino, attraversano il cielo. L’attenzione si rivolge alle cose che passano e scompaiono; così facendo però si perde di vista il cielo della verità nel quale loro continuano a passare.

È così che gli uomini iniziano a credere che la verità sia tramontata, e siano rimaste innanzi a loro solo le cose nella loro drammatica caducità.

2.― Apparire empirico e apparire trascendentale
Si è dunque detto, che ciò di cui facciamo conoscenza – la non-verità di cui siamo testimoni diretti quotidianamente – è un apparire. Severino, tuttavia, per dare ragione dell’eternità stessa dell’apparire – perché se l’apparire stesso non fosse eterno esso sarebbe un ente che proviene dal nulla e vi fa ritorno –, ma anche per spiegare come sia possibile che la percezione del mutamento sia così auto-evidente ai nostri occhi, introduce una duplice natura dell’apparire.

L’apparire della cosa singola, determinata, è distinto dall’apparire totale che ci circonda nel quale è ricompreso l’apparire di questo apparire determinato. L’apparire della penna con cui sto scrivendo è un apparire empirico – il quale è di per sé eterno –, ma si distingue dall’apparire della totalità (in ogni caso limitato, poiché nell’apparire non si dà mai la totalità dell’essere, del tutto) nel quale risiede inevitabilmente anche l’apparire empirico della penna, ovvero l’apparire trascendentale.

L’apparire trascendentale è un tratto del destino della verità, non è l’apparire che può costituirsi nella non verità.
[…] Ciò che incomincia ad apparire è sempre una parte della totalità dell’apparire e cioè dell’apparire trascendentale7.

In altre parole: l’apparire empirico è ciò che viene innanzi a noi, ciò che «inizia ad apparire». È la parte, l’espressione avrebbe detto Deleuze. È l’apparire di questa parte della totalità.

L’apparire trascendentale, invece, quello che in Destino della necessità diventerà il «cerchio dell’apparire», non può incominciare ad apparire, poiché se incominciasse verrebbe da un luogo della non verità.

In questo senso, in una maniera completamente svuotata dall’approccio nichilistico della metafisica occidentale, tale è l’unico modo per intendere il movimento e il divenire in Severino. Severino non è così ingenuo da negare il mutamento, ed è attraverso il dispositivo – come si direbbe in ambito francese – dell’apparire che il filosofo bresciano spiega e dà ragione della mutevolezza.

Che poi tale divenire sia la follia estrema perché si crede fallacemente che sia la verità, è un discorso legato alla storia del pensiero occidentale il quale si è formato alla luce di una scelta. Nella nostra storia un momento decisivo ha operato una torsione nel nostro modo di intendere la realtà: il “parricidio” platonico. «Platone – scrive Severino ne Il sentiero del giorno – non fonda la teoria del ‘mondo’: fonda il ‘mondo’. Prima di lui non c’è ‘mondo’, come non c’è produzione e distruzione: restano nascosti, in attesa di essere chiamati alla luce»8.

La difficoltà per l’uomo di intendersi re, invece che mendicante – ovvero di capire che è eterno, e non mortale –, risiede tutta in questo snodo storico. Una cultura costruita sulla caducità delle cose non può che generare sistemi di pensiero infettati dal virus del nichilismo. Severino giunge a dire che la condizione di mortalità dell’uomo è qualcosa che egli stesso «vuole»9.

Sarà solo liberandoci di questo fardello che potremmo entrare all’interno del cielo rischiarato dalla verità, e – più umilmente – intraprendere la seconda parte del percorso all’interno dei testi che, nella mastodontica opera di Emanuele Severino, si occupano direttamente della condizione dell’uomo conteso tra verità ed errore.


  1. La Gloria, Adelphi, 2001, in verità, nell’economia generale delle opere severiniane risulta essere la chiusura delle domande che rimanevano aperte alla fine di Destino della necessità. Questo testo, del 1980, condensa in sé tutto il lavoro precedente di Severino, ivi comprese le riflessioni intorno all’uomo e alla sua essenza contenute in vari saggi di Essenza del nichilismo

  2. Il sentiero del giorno, in Essenza del nichilismo, Adelphi 1982, p. 167. 

  3. La terra e l’essenza dell’uomo, in Essenza del nichilismo, p. 198 

  4. A questo si riferisce il titolo dell’ultimo ritiro che si è svolto nell’ottobre di quest’anno: l’uomo è conteso tra verità ed errore, tra la verità dell’essere e la non-verità di cui è testimone. 

  5. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 200 

  6. La terra e l’essenza dell’uomo, p. 200. Impossibile non intravedere in questo passaggio il sentiamo e sperimentiamo di essere eterni spinoziano. 

  7. Identità del destino, BUR 2009, p. 83. 

  8. Il sentiero del giorno, cit., p. 147. 

  9. La terra e l’essenza dell’uomo, cit., p. 234. 

2 Comments

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Siete bravissimi a permettere a chi non ha potuto essere presente di conoscere ciò che lì s’è detto. Grazie di cuore.

Mi permetto un appunto:
giustamente si dice che
“Una cultura costruita sulla caducità delle cose non può che generare sistemi di pensiero infettati dal virus del nichilismo..”.
Ma in realtà sono le culture religiose di ebraismo, cristianesimo ed islam, ovvero chi dichiara la eternità dell’uomo, che hanno prodotto il nichilismo.
L’errore primo, comune a queste come alle sopra dette culture e filosofie ( con Aristotele ben più che Platone ), ciò per cui nasce il nichilismo con le sue conseguenze è, credo, l’idea che “l’uomo sia in sé”.

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