Marx, Nietzsche e Freud, i «penetratori degli infingimenti»

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Per avere messo sotto accusa la realtà e i suoi fondamenti, Marx, Nietzsche e Freud si sono guadagnati da Ricoeur l’etichetta di «maestri del sospetto». L’espressione ‘maestri del sospetto’ è una ripresa dell’appunto ‘scuola del sospetto’ elaborato da Nietzsche in Umano troppo umano. Ricoeur coglie un’affinità tra i tre pensatori. Sono loro, d’altronde, a smascherare gli inganni e gli idoli della tradizione per liberare l’uomo dai falsi miti e riporlo dinanzi alla sua autentica natura umana.

«Più che per la scuola della reminiscenza, questo fatto è indubbiamente vero per la scuola del sospetto. La dominano tre maestri che in apparenza si escludono a vicenda, Marx, Nietzsche e Freud. È più facile mettere in mostra la loro comune opposizione a una fenomenologia del sacro, intesa come propedeutica alla “rivelazione” del senso, che non il loro articolarsi all’interno di un unico metodo di demistificazione. Relativamente facile è constatare che queste tre imprese hanno in comune la contestazione del primato dell’“oggetto” nella nostra rappresentazione del sacro, nonché del “riempimento” della mira intenzionale del sacro tramite una sorta di analogia entis che ci inserirebbe nell’essere in virtù di una intenzione assimilatrice»1.
Marx, Nietzsche e Freud hanno mostrato la falsità della scienza di origine platonico-cartesiana che, paradossalmente, voleva in principio scacciare ogni dubbio e sospetto per poi fondarsi sulla certezza assoluta, indubitabile – dal dubbio metodico al cogito ergo sum. Con le loro opere e azioni, i tre maestri hanno compiuto una vera rivoluzione metodologica, proponendo un’altra prospettiva del soggetto umano e insistendo sul fatto che la realtà non può essere interamente compresa e colta dalla ragione.
«Il filosofo contemporaneo incontra Freud nello stesso campo di interessi di Nietzsche e Marx; tutti e tre stanno davanti a lui come i protagonisti del sospetto, i penetratori degli infingimenti. Nasce con loro un problema nuovo, quello della menzogna della coscienza e della coscienza come menzogna»2.
Marx, Nietzsche e Freud non si pongono in Ricoeur soltanto come distruttori o come professionisti dello scetticismo, non si limitano a realizzare una pars destruens, ma, al contrario, propongono di incamminarsi verso un nuovo sentiero, promuovendo un’opera di liberazione «non soltanto tramite una critica ‘distruttrice’, ma anche con l’invenzione di un’arte di interpretare»3. La loro è una nuova interpretazione del mondo, un’ermeneutica originale che deve fare i conti con l’imprevedibilità del reale, col brio della vita, alla scoperta della parte più profonda di sé che rimane sempre da esplorare – ora velata, ora svelata. Essi sono «penetratori degli infingimenti» e, penetrando il ‘fingersi’ (l’infingimento) del reale, si apprestano a divenire fautori di una rivoluzione di metodo, di un nuovo modo di guardare il mondo.
Nel pensiero nietzschiano l’idea di verità consegue un nuovo significato. In Nietzsche, difatti, non è più possibile pensare la verità come descrizione oggettiva (assoluta) delle cose che non ammette alcuna diversità dottrinale. Verità diventa un concetto limite, continua tensione, sforzo incessante che rincorre il fluire costante della vita. La verità non esiste di per sé e non è qualcosa di rigido, determinato, intoccabile, inviolabile; la verità è ogni verità. Essa ha alle spalle dei paradigmi storicamente mutevoli che sono la nostra appartenenza ad una cultura, una società o una struttura psicologica. La critica all’idea di verità calpesta la credenza nella verità unica afferrabile come principio di tutto. Nietzsche attua così un’opera di ‘relativizzazione’ della verità assoluta. Il suo pensiero funziona come terapia contro la soffocazione degli assoluti e delle determinazioni. La verità non ha più i contorni dell’oggettività, si fa soggettiva, propria del soggetto, relativa a chi la espone, a lui appartenente. Il soggetto guadagna il titolo di ermeneuta e interprete del reale. Egli si espone e pensa la realtà secondo l’atto del volere in quanto libero di fornire un senso. È un distacco radicale dalla tradizione filosofica che poggiava le sue radici nella razionalità metafisica. La rinuncia alla razionalità e all’idea di un ordine del mondo – la rinuncia a Dio – consente di riaffermare gli impulsi vitali e pulsionali per mezzo dei quali l’oltreuomo (Übermensch) è libero di esclamare il proprio sì alla vita, alla terra. Il nichilismo4 è essenzialmente questo esporsi attivamente innanzi al nihil, al niente, al non-Dio, all’altro da Dio, all’oltre ed al suo abisso: «È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (la “mancanza di senso”) eterno!»5.
Nella dialettica servo-padrone, Marx compie una simile operazione, svelando i meccanismi che stanno a fondamento del sistema capitalistico e contestando la verità del sistema stesso. Ne viene fuori uno scenario in cui è ribaltata la relazione tra il servo (il proletario) e il padrone (il capitalista). Il servo diviene ‘padrone del padrone’. È lui, attraverso il suo lavoro e sudore, a muovere il sistema. Il padrone si fa ‘servo del servo’ dal momento che ha bisogno di forza lavoro per accrescere il proprio potere. Per Marx è dunque necessario prendere consapevolezza di questo cambiamento di prospettiva. Il ribaltamento ha un pratico valore esistenziale. Esso permette di guadagnare il mondo e di cambiarlo, spezzando le catene della servitù. In questo senso possiamo leggere il celebre incitamento finale del Manifesto del Partito Comunista (1848): «Proletari di tutto il mondo unitevi!»6.
Freud, infine, mette in discussione il sapere razionale e pone l’accento sui fattori inconsci che risultano determinanti poiché prendono il sopravvento rispetto alla coscienza. L’Io  la coscienza  diventa il campo di battaglia di forze potenti che sono in conflitto tra di loro e che sfuggono di frequente al controllo della coscienza. Ne viene fuori un’immagine caotica, disarmonica della natura. La proposta freudiana mostra l’impossibilità di cogliere consapevolmente il reale: non è possibile spiegare razionalmente la realtà. Più che sulla ragione umana, l’interesse di Freud è indirizzato verso gli istinti e i processi passionali capaci di provocare manifestazioni fisiche e psichiche. Concetto cardine della teoria psicoanalitica freudiana diventa il termine latino libido, traducibile con ‘desiderio’ – energia vitale erotica attiva e costruttiva (pulsione di vita) che, in quanto Eros, si concede, si dà, si manifesta e crea7.
È un colpo inferto al mito platonico della biga alata8. La liberazione del cavallo nero della concupiscenza è compiuta. Esso non è più sottomesso a nessuna auriga e procede spedito in completa autonomia. Il destriero sfugge al governo del cocchiere e sfuggendo guadagna l’evento della libertà.
Marx, Nietzsche e Freud si muovono in sostanza, ognuno secondo i propri ritmi, con abile sospetto, minando cioè gli equilibri, i princìpi e i valori che fino ad allora regolavano il mondo, colpendo di fatto i fondamenti della tradizione: vengono a cadere le gerarchie. Con i loro risultati, i maestri hanno sviluppato un processo di decentralizzazione, di estraniamento e separazione dal centro. Smascherando gli inganni e gli idoli della tradizione, essi hanno rivelato la necessità di lasciare perdere il centro per rivolgersi altrove, nell’altro dal centro, verso la x indefinita. L’etichetta ‘maestri del sospetto’ indica più precisamente l’azione di un rivolgimento, di un cambiamento di prospettiva, l’occasione che rende possibile il trasferimento dal centro (da un certo sistema di riferimento statico, definito, determinato, fondato) all’indefinito, all’estatico, al non-fondamento, al suo abisso (l’Ab-grund in quanto ‘dis-fondamento’, fondo abissale di cui parla Heidegger9 ).
La loro azione  il sospetto  mette in crisi e contemporaneamente apre a nuove possibilità. Il termine ‘crisi’ (krisis) deriva dal verbo greco krino che significa ‘separare’, ‘cernere’, ‘scindere’. Crisi è letteralmente ciò che separa, scinde, frattura. Il sospetto è portatore di crisi in quanto interviene sull’abituale e lo problematizza. L’essenza del sospetto consiste nel generare-dare crisi, spezzando l’armonia e l’equilibrio. C’è una presa di distanza, una separazione dalla tradizione, dallo scontato, dal convenzionale, dall’ordinario, dal ‘così stanno le cose’. Il sospetto è perciò straordinario e rivelatore: rivela il disgregarsi di una realtà fallace (dalla quale bisogna separarsi) e lo svelarsi di un altro evo (al quale bisogna pensare). Crisi, seguendo la sua accezione originaria, vuole anche significare ‘scelta’, ‘decisione’. La crisi impone una selezione e, provocando turbamento, chiede al soggetto di riflettere e scegliere.
È stato questo, per concludere, l’obiettivo dei tre intellettuali. Essi hanno mostrato tutta l’inadeguatezza di un sistema ideologico e trasportato criticamente verso una svolta e un cambio prospettico. V’è in loro un’energia caotica che questiona fino in fondo, mette in discussione, esalta l’irruenza di una natura cangiante e mai in quiete che evolve incessantemente e innesca innovazione, originando pertanto altre e nuove forme, aprendo a distinte e molteplici prospettive.


  1. Cfr. P. Ricoeur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, ed. it. a cura di E. Renzi, Il Saggiatore, Milano, 1967, p. 46. 

  2. Id., Il conflitto delle interpretazioni, Jaca Book, Milano 2007, p. 115. 

  3. Ivi, p. 164. 

  4. Il concetto di nichilismo ha una sua storia peculiare. È a partire da Nietzsche che esso viene posto al centro di una profonda riflessione filosofica, in particolare nei frammenti degli anni Ottanta pubblicati postumi ne La volontà di potenza dapprima nel 1901, poi in una nuova edizione più che raddoppiata nel 1906 e infine con gli apparati di Weiß nel 1911. Per una prima comprensione del vocabolo «nichilismo» cfr. F. Volpi, Il nichilismo, Laterza, Bari 2009. 

  5. Nietzsche, VIII, I, 201. 

  6. Cfr. K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, ed. it. a cura di B. Bongiovanni, Einaudi, Torino 2014. 

  7. La libido rappresenta l’aspetto psichico della pulsione sessuale. 

  8. Nel dialogo intitolato Fedro Platone, come di consueto, fa ricorso al mito per spiegare una sua teoria, quella della reminiscenza dell’anima. Nel mito (Fedro, 246a-249d) l’anima è pensata come una biga trainata dai cavalli alati. Essa si compone di tre elementi: l’auriga e due cavalli. A guidare la biga è l’auriga, il condottiero che dirige il carro da guerra nell’antica Grecia e che nel mito personifica la parte razionale o intellettiva dell’anima (logistikòn). L’auriga è l’immagine della ragione che guida e tiene per le briglie due cavalli: uno, di colore bianco, è ubbidiente e disciplinato; l’altro, di colore nero, è indisciplinato e riluttante. Il primo raffigura la parte sentimentale dell’anima (thymeidès) e le passioni spirituali più elevate; il secondo rappresenta la parte dell’anima concupiscente (epithymetikòn) e le passioni più ignobili legate al corpo. L’auriga ha l’obiettivo di trainare (controllare) i due cavalli nella medesima direzione. La sua abilità consiste nel riuscire a regolare le passioni al fine di sopraggiungere nell’Iperuranio  la realtà perfetta e vera. L’auriga, in quanto dotata di sapienza, ha in mano il governo della biga e sottomette a sé i cavalli (le passioni). 

  9. Cfr. M. Heidegger, Il principio di ragione, ed. it. a cura di F. Volpi, Fabbri Editori, Milano 2004. 

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