Machiavelli e la necessità del civile legame

In un’epoca di anacronistici e velleitari egoismi nazionali e di progressivo imbarbarimento della società civile, che sembrano ineluttabilmente condurre alla dissoluzione della fragile Unione Europea, sottraiamoci all’agone politico, svestiamo i panni borghesi e, indossate più nobili vesti, varchiamo con il Fiorentino la soglia delle «corti delli antiqui huomini» per attingere alla loro antica sapienza. Chi più di Machiavelli potrebbe infatti ricordarci che la litigiosità degli staterelli e la corruzione morale dei popoli sono le principali cagioni della disunione e della debolezza delle comunità politiche che fatalmente diventano facile preda «non solamente de’ barbari potenti ma di qualunque l’assalta»?

 

Della necessità di una religione civile
Che esista uno stretto nesso tra società civile e religione è una consapevolezza che attraversa l’intera tradizione del pensiero politico repubblicano, da Niccolò Machiavelli a Spinoza, fino a Leo Strauss. La speculazione filosofica di un autore repubblicano prende le mosse dal chiaro riconoscimento che qualsiasi genere di associazione umana necessita sempre di una qualche forma di religione condivisa: si tratti di un mito fondativo, di un sistema di leggi rivelate o di una ideologia puramente materiale. Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci. Per “religione” non si intende qui né una particolare fede interiore, né una dottrina teologica storicamente data; né tantomeno un insieme di superstizioni. Seguendo la lezione anticiceroniana di Lattanzio (che fa derivare la religio latina dal verbo religo, religāre: legare, unire) il termine “religione” verrà qui assunto nel suo senso etimologico di «legame che unisce gli uomini nella comunità civile sotto le stesse leggi e nello stesso culto».

Senza dubbio è questo il senso più appropriato per definire l’idea di religione anche in Machiavelli: in linea con la concezione antica e romana del timor dei, la religione machiavelliana ha infatti una funzione eminentemente politica, è instrumentum regni (strumento di governo). In breve: si tratta di una religione civile. Quanto detto emerge chiaramente da alcuni celebri capitoli del primo libro dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Composti nell’arco di alcuni anni, tra il 1513 e il 1519, i Discorsi sono ritenuti da gran parte degli studiosi l’opera politica più importante del Fiorentino, ancor più del notissimo De principatibus (il Principe), che nasce sostanzialmente da una costola di questi attorno all’anno 1513. Nel suo imponente commentario storico-critico dei primi dieci libri liviani Machiavelli ha infatti esposto in modo sistematico e con estrema lucidità le sue considerazioni più mature sul governo repubblicano, discutendo di eventi accaduti dall’epoca romana fino ai suoi giorni.

Nel capitolo XI del primo libro dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio si tratta Della religione de’ Romani. L’inevitabile riferimento è alla figura di Numa Pompilio, il secondo re di Roma, il quale, ricorda Machiavelli, «trovando uno popolo ferocissimo, e volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione, come cosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà». Come già Licurgo e Solone, anche Numa fa ricorso alla autorità divina per poter «mettere ordini nuovi et inusitati in quella città». Il ricorso a Dio accomuna tutti i fondatori di società nuove, i quali sono consapevoli che qualsiasi legge introdotta debba esibire una origine divina perché venga accettata. E il motivo risiede nella difficoltà dei più a riconoscerne altrimenti l’effettiva bontà. I romani si servirono della religione non solo per riordinare le città, ma anche per governare il popolo: cioè per «comandare gli eserciti, animire la plebe, mantenere gli uomini buoni, fare vergognare i rei».

Della mancanza d’una religione
Di quanta importanza sia tenere conto della religione Machiavelli discute ampiamente e con acume nel capitolo XII dei suoi Discorsi. Dopo aver mostrato come i gentili solevano mantenere incorrotte le cerimonie della loro religione, per tenere la repubblica devota, «buona et unita», si dimostra come al contrario le repubbliche cristiane abbiano lasciato corrompere i fondamenti della propria religione. In particolare, il Fiorentino desidera qui addurre «due potentissime ragioni» che individuano nella chiesa romana la principale cagione della corruzione e del declino dell’Italia del Cinquecento. Il passo è notissimo, ma vale la pena riportarlo in tutta la sua cristallina chiarezza polemica. Così sentenzia quindi il buon Niccolò: «abbiamo, adunque, con la chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi. Ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è la seconda cagione della rovina nostra: questo è che la chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa».
Che la chiesa romana sia stata e continua a essere il fattore di disordine che tiene i litigiosi staterelli italiani disuniti è argomentato con estremo rigore dal segretario fiorentino, che spiega: «non essendo, adunque, stata la chiesa potente da potere occupare la Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto uno capo; ma è stata sotto più principi e signori, da’ quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de’ barbari potenti, ma di qualunque l’assalta». Che alla curia papale fosse poi da attribuire anche che «questa provincia ha perduto ogni divozione e ogni religione» viene ben illustrato con un esperimento mentale ante litteram: se si mandasse ad abitare la corte romana nella incorrotta Svizzera, sfida Machiavelli, si «vedrebbe che in poco tempo farebbero più disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte, che qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse surgere».

Ora, dalle «istorie romane» il commentatore liviano ha tratto la profonda convinzione che «come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle republiche, così il dispregio di quello è cagione della rovina d’esse». L’inevitabile rovina a cui va incontro quella repubblica dove è venuto a mancare il timor di Dio può allora, continua il Fiorentino, essere scongiurata soltanto ricorrendo a un timore affatto terreno, vale a dire a quello «d’uno principe che sopperisca a’ difetti della religione». Laddove insomma le «arti della pace» non trovano più terreno fertile, per la salvezza della comunità di rivela necessario il trapasso della repubblica in principato. Ma ammonisce ancora Machiavelli: «e perché li principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso». Che la mancanza di religione comporti la corruzione del corpo sociale e con ciò la perdita delle libertà repubblicane è tema che verrà discusso nel capitolo XVII, cui si rinvia il lettore.

Dell’uso prudente della religione
Coloro che governano regni e repubbliche devono, per le motivazioni già esposte, «i fondamenti della religione che loro tengono, mantenergli». Ma non basta, perché Machiavelli aggiunge: «e debbono, tutte le cose che nascano in favore di quella (come che le giudicassono false), favorirle et accrescierle; e tanto più lo debbono fare, quanto più prudenti sono e quanto più conoscitori delle cose naturali». Si badi bene all’inciso tra parentesi: «come che le giudicassono false». Il commentatore liviano sta qui en passant ammettendo che non solo gli uomini pii o quelli prudenti, ma anche (anzi soprattutto) gli «uomini savi» sono tenuti a sostenere le credenze condivise dai più, anche qualora non accordino loro alcun valore o non riconoscano in esse alcuna verità. Come ci si debba quindi servire prudentemente di una religione ritenuta non vera e nondimeno indispensabile instrumentum regni è argomento discusso con estrema lucidità nel capitolo XIV del primo libro dei Discorsi, di cui ora si intende dire.

L’eloquente titolo del capitolo XIV recita: I Romani interpetravano gli auspizii secondo la necessità, e con la prudenza mostravano di osservare la religione, quando forzati non la osservavano; e se alcuno temerariamente la dispregiava, punivano. I romani erano soliti consultare gli auguri per avere presagi e persuadere il popolo «in ogni azione loro importante, o civile o militare». Allorché, tuttavia, il responso degli auspicii fosse risultato non concorde con le effettive esigenze del bene comune, gli antichi anteponevano saggiamente il comando della ragione al presagio della religione. Tale primato accordato alla ragione viene così spiegato: «nondimeno, quando la ragione mostrava loro una cosa doversi fare, non ostante che gli auspicii fossero avversi, la facevano in ogni modo; ma rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non paresse che la facessino con dispregio della religione». Come dire: una volta deciso il da farsi, si sarebbero accomodati sapientemente i presagi all’impresa.

Due sono gli esempi storici che il commentatore liviano adduce a proposito. L’uno dell’uso prudente degli auspicii da parte di Lucio Papirio nella terza guerra sannitica. L’altro di Appio Pulcro e del suo temerario disprezzo dei presagi nella prima guerra punica. Vista la buona disposizione dell’esercito alla battaglia contro i Sanniti, fu riferito al console Papirio dal «principe de’ pollarii» che gli auspicii erano favorevoli, sebbene i polli non avessero affatto beccato in favore. Denunciata la falsità al console, fece questi marciare i pollarii davanti all’esercito e quando un dardo uccise il «principe de’ pollarii», disse che «lo esercito con la morte di quel bugiardo s’era purgato» e che poteva dunque procedere alla battaglia col rinnovato «favore degl’Iddei». E così commenta Machiavelli questa storia: «col sapere bene accomodare i disegni suoi agli auspicii, prese partito di azzuffarsi, sanza che quello esercito si avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gli ordini della loro religione».

Non altrettanto prudente era stato invece Appio Pulcro nel respingere il responso sfavorevole dei pollarii sullo scontro con la flotta dei Cartaginesi che desiderava intraprendere. Racconta infatti il Fiorentino: «riferendogli quelli, come i polli non beccavano, disse: – Veggiamo se volessero bere! – e gli fece gittare in mare». Vinta la zuffa nonostante auspicii sfavorevoli il primo console, mentre combattuta e persa la battaglia quest’ultimo, conclude così Machiavelli: «egli fu a Roma condannato, e Papirio onorato, non tanto per avere l’uno vinto, e l’altro perduto, quanto per avere l’uno fatto contro agli auspicii prudentemente, e l’altro temerariamente». Da questa serie di acutissime considerazioni machiavelliane si possono trarre molte lezioni di ordine teologico politico. Tra queste, almeno un triplice monito: più si è saggi, più si deve accrescere la religione civile; più si è prudenti, più si deve a essa aderire; più si conoscono gli uomini, più si devono accomodare le credenze alla ragion di Stato.

 

Riferimenti bibliografici

Niccolò Machiavelli, Opere, Tomo primo: De principatibus, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (Libri I-II), a cura di Rinaldo Rinaldi, UTET, Torino 2006.

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