L’uomo, la più importante delle materie prime

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Per comprendere la tesi di Heidegger in merito all’essenza dell’uomo bisogna partire dall’assunto che la soggettità (come il filosofo tedesco indica il principium individuationis) è un modo della dimenticanza dell’essere. Tale principio metafisico è all’origine del dominio, ovvero la modalità fondamentale dell’esistenza umana, che si realizzerà compiutamente nell’odierna età della tecnica. Chi ha affrontato seriamente i testi sa bene che quelli di Heidegger sono estenuanti, snervanti, a volte enigmatici. Ma non per questo sono eludibili se si tiene presente il fatto che il filosofo tedesco è il pensatore che ha tracciato il campo da gioco della filosofia contemporanea. Noi, che non siamo certo heideggeriani, riconosciamo però come egli sia stato una sorta di Cartesio della filosofia contemporanea da cui i filosofi successivi hanno tratto linguaggio e materia speculativa. Nei venticinque anni che vanno dalla prolusione universitaria Che cos’è metafisica? del 1929 al saggio Oltrepassamento della metafisica del 1954, Heidegger chiarisce a se stesso e ai suoi interlocutori il significato dell’essenza dell’uomo e della sua individuazione. Noi ne abbiamo ricostruito il percorso.

 

L’uomo, il luogotenente del niente
Nel momento in cui, a motivo dell’angoscia e thauma originario, ha iniziato ad occuparsi dell’ente, l’uomo è stato rinviato al niente il quale «ci viene incontro insieme all’ente nella totalità che dilegua»1. Proprio perché gli uomini cercano di sfuggire l’angoscia, incontrano il niente. Proprio perché gli uomini intendono distogliersi dal niente, sono ad esso rinviati e nientificati senza che ne abbiano consapevolezza. Da qui la definizione di uomo come luogotenente del niente che si scopre appartenere all’essere dell’ente: la metafisica fa parte dell’essenza dell’uomo. Questa la grande tesi della prolusione del 1929. Poi, rispondendo alle obiezioni di chi l’accusava di aver innalzato l’angoscia a stato fondamentale dell’uomo nel contesto di una filosofia nichilistica, Heidegger rispondeva nel poscritto del 1943 che proprio il sapersi mantenere nell’angoscia, anziché fuggirne, riesce a fare dell’uomo qualcosa di diverso da quello che invece è riuscito miseramente a fare: solo nel momento in cui fa l’esperienza del niente l’uomo può trovare la sua vera essenza.

L’uomo, l’essere più inquietante
Tra quelle due date c’è uno degli scritti più importanti di Heidegger, Introduzione alla metafisica del 1935, nel quale il filosofo tedesco ripropone la domanda sul senso dell’essere e del nulla fino a chiamare in causa l’intero destino dell’Occidente ed in particolare dell’Europa, stretta nella morsa di Russia ed America, le manifestazioni più esplicite dello spirito della mediocrità e della decadenza. In quest’opera Heidegger tenta di rinvenire l’essenza dell’uomo ritornando a Parmenide e al frammento 8, 34 del Poema sulla Natura il quale dice (in una traduzione non priva di ambiguità) che «lo stesso è il pensare e ciò in vista di cui è il pensare» (cioè l’essere). Il grande tema dell’uguaglianza di pensiero ed essere come via per una risposta all’essenza dell’uomo basata sul fondamento dell’essere. Ma la tradizione filosofica ha dimenticato il detto parmenideo: ecco allora il rivolgersi alla poesia, in particolare all’Antigone di Sofocle in cui emerge, nel modo più esplicito e drammatico possibile, l’indicazione secondo cui l’uomo è l’essere più inquietante. Definizione che apre le porte alla tesi secondo cui l’uomo è anche l’essere più violento e la téchne il sapere a sua disposizione che realizza questa sua natura.

La dottrina del logos
In questo quadro assume particolare rilevanza la teoria del logos. Già discusso all’inizio della sezione su Essere e pensare del capitolo IV, soprattutto tramite il rinvio ad alcuni detti di Eraclito («il filosofo maggiormente frainteso»), Heidegger ritorna sul concetto di logos affermando che esso ha finito per assumere i tratti della violenza costitutiva dell’uomo. L’evento decisivo è la separazione tra physis (natura) e logos (termine che riunisce un significato semantico piuttosto ampio a cui si ricollega il dire e il parlare) che conduce al risultato di concepire il pensiero come ratio, come esattezza e calcolo a scapito del logos inteso come ciò che porta a manifestazione il senso dell’essere. Quella separazione produce il concetto di idea con la quale si accompagna il senso dell’evidenza e di «ciò che ci si prospetta visibilmente, la visione offerta da qualcosa»2. Dall’evidenza alla presa di possesso di ciò che si mostra il passo è breve: ecco l’ousia, la sostanza, termine che Heidegger aveva già stabilito derivare dal linguaggio comune con il significato di podere, patrimonio3. La corruzione viene rapidamente portata a termine: l’essere come idea viene promosso da Platone al rango di essente per eccellenza e con esso una copia del vero ente assume il primato ontologico. La verità diventa una proprietà del logos che si caratterizza ora come giustezza, congruenza, adequatio rei et intellectus. Nasce la dittatura della logica nelle cui prigioni viene rinchiusa la verità. Da notare l’abitudine di Heidegger nel premettere spesso l’analisi del logos nei suoi scritti: non solo come aveva fatto in Essere e tempo e poi all’inizio del saggio del 1935 ma anche qualche anno dopo quando ribadiva che il logos (anziché il significato di giudizio) è ciò che porta a mostrare il non nascosto della physis 4.

L’uomo, l’animale razionale
Il testo classico di riferimento in cui Heidegger espone la sua dottrina sull’essenza dell’uomo è la Lettera sull’umanismo del 1946 nella quale, rispondendo ad uno studioso francese, presenta i risultati della speculazione precedente. Nella lettera si esprime in forma retorica la necessità di sbarazzarsi dell’umanesimo, ovvero della forma più compiuta della dimenticanza dell’essere. L’umanesimo infatti presuppone come ovvia l’esistenza dell’uomo come animale razionale, cioè il modo in cui la tradizione filosofica ha impoverito l’essenza dell’uomo. Notare come il termine esistenza che sta a fondamento dell’essenza dell’uomo va inteso in modo diverso da quello tradizionale di existentia: mentre quest’ultima indica la realtà, l’esistenza di Heidegger indica la possibilità; se l’existentia è l’actualitas, l’autentico significato del termine esistenza indica lo stare fuori nella verità dell’essere, ovvero la sua dimensione estatica. Nemmeno l’esistenzialismo di Sartre si avvicina a quello di Heidegger: se il francese aveva rovesciato la tradizione filosofica ponendo l’esistenza prima dell’essenza, il tedesco insiste che anche l’esistenzialismo non realizza il vero senso dell’essere in quanto ne elude la domanda. Ma qual è questo senso? L’essere, risponde Heidegger, è ciò che è più lontano e più vicino all’uomo, il che significa che se è diverso dall’ente, l’essere è vicino alla vera essenza dell’uomo nel momento in cui questa non è pensata nella direzione dell’animalitas. Due temi agiscono in costante sottofondo: quello della differenza ontologica, asse portante della sua speculazione, e quello della Lichtung, cioè della radura nella quale l’uomo viene gettato dall’essere nella sua autentica dimensione. Il linguaggio comincia a farsi criptico, arduo. Quando Heidegger dice che l’essere è il destino della radura, egli intende dire che è proprio il niente a manifestare l’essere (allo stesso modo in cui, attraversando il bosco, si apre improvvisamente il prato in cui si manifesta la luce prima ostacolata dalla fitta presenza degli alberi). Ecco allora giungere la sentenza più famosa del filosofo tedesco: l’uomo non è il padrone dell’ente, ma il pastore dell’essere. Soltanto il pensiero che pensa la verità dell’essere coglie l’essenza del logos che in Platone ed Aristotele era andata perduta. Ora il pensiero deve lavorare a costruire la casa dell’essere cioè del linguaggio: per questo Heidegger conclude che «nell’attuale situazione di necessità del mondo è necessaria meno filosofia ma più attenzione al pensiero, meno letteratura ma più cura della lettera delle parole»5.

L’uomo, l’animale che lavora
Giungiamo così al saggio del 1954 Oltrepassamento della metafisica che inizia con l’avvertimento per cui la metafisica oltrepassata non scompare ed anzi ritorna in maniera camuffata con lo scopo di mantenere il suo dominio. Adesso l’uomo della metafisica, l’animale razionale, è posto e fissato come l’uomo che lavora e che «sanziona l’estremo accecamento circa l’oblìo dell’essere»6. La formula chiave per comprendere il saggio è la volontà di volontà nietzscheana che ha preso ormai il predominio nell’epoca contemporanea tramite la tecnica e l’incondizionata assenza di meditazione. Una delle conseguenze di ciò è quella per cui la potenza s’impadronisce delle umanità storiche in modo da impedire che l’uomo sfugga all’oblio dell’essere. In questo processo che, ripetiamo, avviene senza che l’uomo ne abbia consapevolezza, egli viene ridotto alla «più importante delle materie prime». In quest’opera di deterioramento continuo la guerra è una modalità di consumazione che viene continuata nel tempo di pace: le guerre mondiali sono state per Heidegger solo la forma preliminare dell’abolizione della distinzione tra guerra e pace. Questo movimento di usura esclude anche la rilevanza delle differenze nazionali sicché, come la distinzione tra guerra e pace, cadono di fatto anche le distinzioni tra Stati dove ogni sovranismo diventa un’operazione di banale retroguardia. Inizia quella che Heidegger definisce la devastazione della terra in cui per l’uomo, posto sotto il dominio della volontà, sembra che «sia impenetrabile l’essenza del dolore e ugualmente quella della gioia»7. In tale contesto la tecnica è ciò che rende insensato ogni agire umano: l’essere della metafisica, inteso come efficacia e razionalità dell’apparato tecnico, rende ogni essente impenetrabile all’Evento, termine con cui Heidegger tenta di riprendere i fili della ricerca sull’autentica verità dell’essere.

L’essere che divora l’uomo
Qual è il bilancio di questa enorme distruzione ontologica nei confronti dell’uomo? In un brano dei Beiträge, l’opera scritta tra il 1936 e il 1938 che segna la cosiddetta svolta della sua filosofia (Kehre), Heidegger afferma che non si concepisce nulla dell’uomo se si rimane nell’ambito della rappresentazione, cioè della tradizionale contrapposizione tra soggetto e oggetto. L’uomo è distinto dall’essere il quale a sua volta se ne appropria: «Chi è l’uomo? Colui di cui l’essere ha bisogno affinché si sopporti l’essenziale permanenza della verità dell’essere»8. Ma così dicendo il problema più grave non sta tanto nella dissoluzione del principium individuationis, quanto piuttosto nel fatto che l’essere, rimanendo distinto dall’uomo, si ritrova ad essere scisso in se stesso: prima l’essere in quanto tale, poi lo stesso essere che si appropria dell’uomo. Il risultato è quello di concepire tale essere come un puro e semplice fatto, cioè qualcosa di non spiegato, quindi una contraddizione (perché l’essenza del fatto è ciò che non esibisce i caratteri della necessità): non a caso Heidegger attribuisce a questo Essere il termine di “Evento-appropriazione” (Ereignis). Ma così facendo l’uomo, anziché esserne il pastore, finisce per essere preda di tutti gli eventi e il progetto gettato nel quale si risolve la sua essenza naufraga come un enorme Titanic che ormai soltanto un Dio potrà salvare.


  1. Che cos’è metafisica?, Adelphi, 2001, p.53 

  2. Introduzione alla metafisica, Mursia, 1990, p.186 

  3. cfr. Concetti fondamentali della filosofia aristotelica, Adelphi, 2017 

  4. Cfr. Essere e tempo, Longanesi, 2006, pp.47-49; Moira in Saggi e discorsi, op. cit., pp. 158-175 in cui Heidegger riprende l’analisi del frammento parmenideo di 8, 34. Per un ulteriore analisi del concetto, vedi Logos in Saggi e discorsi, op. cit., pp.141-157 e, per un quadro più vasto, I concetti fondamentali della filosofia antica, Adelphi, 2000 

  5. Lettera sull’umanismo, Adelphi, 2000, p.103 

  6. Oltrepassamento della metafisica in Saggi e Discorsi, Mursia, 1991, p.46 

  7. Ibid., p. 65 

  8. Contributi alla filosofia, Adelphi, 2007, p.316 

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