L’uomo, abisso del Niente in cerca di Umanità

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Esistono decine, se non centinaia, di tesi e discussioni sulle prove dell’esistenza, o dell’inesistenza, di Dio. Ma quanto materiale analogo esiste che concerna l’esistenza, o la non esistenza, dunque, l’identità, la definizione dell’uomo?

Martin Heidegger scrisse nel 1929 Was ist Metaphysik? domandandosi cosa fosse realmente la metafisica, intesa come materia, come filosofia prima, e riuscì a rispondersi in ultima analisi con una semplice parola: Niente.

 

 

Quando mi si chiede cosa sia l’uomo, io non riesco a discostarmi dalla definizione che Heidegger diede della già citata materia, per due semplici ragioni: la prima è che, a livello logico, la metafisica riguarda non solo tutto ciò che sta “oltre” la physis, dunque, qualcosa che sembra essere, comunque, “distante” dall’uomo, ma discute anche dell’ousia di quest’ultimo, l’anima, la definizione prima – ed ultima – dell’uomo che, essendo oggetto e – anche – soggetto della metafisica, risulta esser composto dalla medesima materia: il Niente. Il secondo motivo per il quale preferisco dare all’uomo la definizione di “Niente” lo ricavo da Max Scheler, il quale ne La Posizione dell’uomo nel Cosmo disse che l’uomo è un vivente sostanzialmente indefinibile, “una X”1. Questo essere incognito da parte dell’uomo è quasi necessario, in quanto ridurlo ad una semplice definizione risulterebbe essere una limitazione, non solo a livello sostanziale, ma anche per quel che concerne il carattere principale che permette all’uomo di esistere in un sostrato tragico, e che gli permette di fare ed avere molteplici esperienze non-limitate solo al mondo sensibile (come, ad esempio, l’esperienza della fede), e che gli impedisce di arrendersi dinanzi al dramma esistenziale: la trascendenza.

È proprio quest’ultima caratteristica fondamentale dell’uomo che gli permette di essere ciò che è: un Nulla-esistente. Una creatura del crepuscolo, un vivente della mezzanotte che vede la luce del buio e che riesce a tangerla. L’uomo è quell’essere che, per merito della trascendenza, guarda all’Abisso di cui Nietzsche parla nel frammento de Al di là del bene e del male2, e si lascia scrutare quotidianamente da quest’ultimo, sentendo una vertigine nella coscienza nell’esser passivo dinanzi allo sguardo inamovibile di tale entità, di questo sostrato fondante e fondamentale dell’esistenza: l’Abisso.

La potenza dell’Abisso
La definizione che attribuisco a questa parola è meno negativa di quel che si può pensare. Non è un abisso di perdizione negativa, sia essa morale o etica, non è un abisso vorticoso di circoli viziosi anti-logici, in cui per stare meglio si va incontro ad una situazione che, a conti fatti, rende se stessi deboli, malati o, semplicemente, infelici in maniera cronica. Il mio concetto di Abisso rende il Niente dell’uomo pieno nella sua vuotezza, e comincia dalla suddetta citazione nietzschiana, per poi svilupparsi in un’ottica che riprende, per certi versi, il concetto di Paul Ricoeur del Punto di luce oscuro3 applicato, tuttavia, allo spunto letterario di Charles Baudelaire con l’omonima poesia Le gouffre (L’abisso)4. L’immagine che il poeta presenta dell’abisso, come un ospite inquietante seduto sulle nostre ginocchia, genera visioni d’incubo, e ciò ci porterebbe a maledire tale nostro essere, tanto da dargli una natura di tipo maligno gettataci da Dio, scagliataci in faccia all’improvviso, senza essere in grado di dargli una forma: un incubo che non si stacca dalla nostra gola, che ci soffoca tra le sue spire, quasi a rievocare il serpente nietzschiano del Così parlò Zarathustra5. Questa vera, ma ingiustificata, paura non fa altro che portarci a detestare ogni cosa oscura e silenziosa, che ci lascia da soli con noi stessi, ci «fa paura il sonno»6, ci spaventa l’indeterminato.

Questa paura dell’infinita vertigine ci viene presentata dal poeta con un sublime paragone – o richiamo – al Leibniz, scrivendo che «da ogni finestra non vedo che infinito»7; io non posso che leggere questa frase se non come un riferimento al concetto della finestra aperta su Dio, del suddetto filosofo, tipico di quel sofisticato elemento rappresentato dalle Monadi, che «sono limitate nel modo di conoscere l’oggetto: mirano confusamente all’infinito»8. Tuttavia, interpreto questa “finestra” citata da Baudelaire, non come quella leibniziana, che è aperta sul Dio cristiano, bensì aperta sull’unico Dio di cui l’uomo ha – sinora – esperienza: il sé. Avendo questo spiraglio aperto su di sé, l’uomo capisce che può fare esperienza sulla sua natura, sulla sua esistenza, sulla sua identità, solamente accettando l’idea di essere-nulla. In che senso? Nell’unico possibile: non puramente nihilista e spietato, che non lascia spazio e possibilità alla ricostruzione, ma – come potrebbe dire Nietzsche – che dal Nulla che l’uomo è, che lui crea, che ha creato in passato e che creerà in futuro, possa ridipingere i propri orizzonti, ed essere pittore del quadro della sua vita, abbandonando l’idea di poter dare dei nomi stabili, inamovibili, di sé. Ma, ad oggi, si sa, si vede come questo dovere morale venga meno, in favore di una saturazione dei nomi, dei luoghi e delle definizioni dell’uomo e non solo. Il Nulla che compone l’uomo, dunque, è un terreno fertile di costruzione, di coltivazione non fissa, costante, bensì in dinamica. L’Abisso dell’uomo è possibilità. Possibilità di cosa, però? L’uomo ha in sé questa volontà di potenza, nel senso che vuole poter essere. Tuttavia, egli non può essere senza fare i conti con il suo non-essere. L’uomo deve stravolgere la tradizione aristotelica dove è inserito, comprendendo che l’esistenza sua, ed altrui, deriva dall’armonica antinomia dell’essere e del non-essere, e questo implica che non-si-è mai in pieno atto.

 

Le radicalità dell’uomo
Questo porta, oltre ad una confusione ossimorica, ad evitare la scissione netta tra gli opposti che, in ultima analisi, ci pone nel dire, sotto un punto di vista etico e morale, che nella natura, nell’essere dell’uomo non esistono bene o male, azioni benigne o azioni maligne, ma che esse esistono in compresenza, coesistono. Ciò è un grande sisma esistenziale, una faglia nel concepire l’uomo nella sua natura effettiva, ovvero, ch’egli non può scindere dalla sua maligna radicalità una melodia benevola. L’uomo tende sempre al male, proprio o altrui. Cade così il mito dell’uomo che ha come telos la felicità e la beatitudine, che risulta essere una scintilla nel precipitare dell’uomo, un attimo di respiro tra un’azione maligna e l’altra. Questa tendenza malevola, nei singoli funziona in maniera opposta al processo altruista-egoista, dove l’altruista mira al bene altrui e l’egoista al suo; in questo caso, l’altruista mira al male proprio in modo da “salvare” gli altri dal male, mentre l’egoista mira al male altrui per “salvare” se stesso dal male. Ma, in fondo, nessuno si salva dal male. Non perché sia una condanna, quasi in senso biblico, bensì perché non vi è necessità di porre un concetto di salvezza dal male. Salvare l’uomo dal suo male radicale, ha come scopo primario il distruggere tale malignità, tale demone, ma compiendo un simile gesto, essendo il male radicato nell’uomo, si finirebbe col distruggere l’uomo stesso a livello sostanziale. Il male è un buio esistenziale, e la tendenza ad esso risulta quasi essere necessaria per realizzare la natura crepuscolare dell’uomo, un vivente che vive nel buio. Ma non tutto ciò che è buio è tenebra. Infatti, la tendenza oscura ed abissale dell’esistenza accoglie necessariamente il tragico, l’antinomia tra bene e male, compresenti. Accettando questo, si accetta l’autenticità di un’esistenza-non-esistenza: un continuo altalenare, costantemente dinamico, tra essere e non-essere. Certamente, non tutti possono essere così entusiasti nel sapere che la loro “semplice” esistenza sia così “complicata”, in realtà. Sia ch’essa si accetti così, sia che non la si accetti in questi termini, l’uomo reagirà, compirà un gesto, e tale azione sarà governata da un’altra caratteristica che rende l’uomo tale in senso esistenziale: l’ira. Infatti, l’irascibilità, in senso platonico9, è la fiamma d’accensione per l’agire dell’uomo, qualunque tipo di azione e, proprio per questo motivo, essa è sia salvezza, sia rovina. L’irascibilità è azione razionale e avventatezza, è agire e patire, è gesto di Sorge (cura) e di Malattia, sempre in compresenza. Adesso l’aristotelico uomo delle virtù non è solo quello che rifugge gli estremi, trovando alloggio nella mesotes, ma è anche colui che sfrutta la sua anima irascibile come fulcro per la propria esistenza, come fosse quell’orizzonte che si cancella e si crea tramite l’agire. L’uomo è anche il Nulla irascibile.

 

Umanità
Tuttavia, ho citato la Sorge, la Cura heideggeriana, un gesto di autenticità e che risulta tendere al bene. Allora, mi chiederete, esiste del bene nell’uomo? Certo che esiste, ma non scisso dal male. Questo bene emerge in quella che io chiamo Umanità, ed è qualcosa che abita l’uomo nel suo essere, nel suo esistere, sebbene in maniera più sopita, magari, più scontata. Dunque, risulta esserci diversità tra l’uomo, e quindi, il suo essere-umano e l’Umanità; infatti, il primo è la capacità esistenziale di vivere la propria storia, la propria vita nella dynamis, accettando il tragico e la tragedia dell’esistenza come una gloriosa angoscia, dunque, l’essere-umano è qualcosa che ha a che fare con l’etica e riguarda più da vicino il sé. L’Umanità, invece, è quel respiro tra un atto, tra un avvenire tragico e l’altro, è Sorge e pensiero, è silenzio e parole, è ermeneutica, è gentile pioggia sull’aridità di un’altra esistenza, su un altro ente e vivente, dunque, anch’essa è etica, ma guarda all’altro. L’essere-umano è accettarsi come Nulla, come male radicale, come potenza; l’Umanità emerge quando riesce a sbirciare tra sé e l’altro, e vedendo l’altrui, il suo volto, ricorda La legge etica: non uccidere, come potrebbe dire Lévinas. Aiuta l’uomo ad essere-umano, e aiuta l’essere-umano ad essere Umanità; solo così potrà essere Uomo10.

Dunque, in definitiva, cosa è – a conti fatti – l’uomo? L’uomo, innanzitutto, è Niente, Abisso, ma di base l’uomo è e non-è. Tuttavia, poniamo anche un’altra domanda libera: che cosa deve, o dovrebbe, essere l’uomo? Io rispondo: Umanità; solo così potrà spostarsi dalla sua condizione originaria a quella dell’Uomo.


  1. Max Scheler, La posizione dell’uomo nel Cosmo, a cura di G. Cusinato, Franco Angeli, Milano 2017 

  2. Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male,§ 146, Adelphi, Milano 2017 

  3. Hans Küng – Paul Ricoeur, Il lato oscuro della fede. Religione, violenza e pace, Medusa, Milano 2015 

  4. Chales Baudelaire, I fiori del male e altre poesie, a cura di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 1999; p. 297 

  5. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Della visione dell’enigma, Fabbri Editori, Milano 2001 

  6. Chales Baudelaire, I fiori del male e altre poesie, a cura di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 1999; p. 298 

  7. Ibidem. 

  8. Gottfried Wilhelm von Leibniz, Monadologia, § 60, a cura di Sofia Vanni Rovighi, La scuola, Brescia 1975 

  9. Platone, La Repubblica, a cura di Mario Vegetti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2006 

  10. Inteso come Allemensch di Max Scheler, ovvero, partendo dal concetto nietzschiano dell’Übermensch, l’Uomo (o Allemensch) è apertura al mondo, ovvero, all’ambiente proprio, al sé e all’altro. 

2 Comments

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Bella riflessione. Onesta, che strizza l’occhio a Nietzsche e Foucault, passando per Heidegger. Bravo l’autore e la redazione per il buon gusto filosofico.

Sopraffini spunti di riflessione, per un periodo così poco intuizionista come quello di questi ultimi vent’anni.

Deduciamo da questi!

Grazie, Luca Giacobbe. Spero e auguro il meglio.

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