L’ultima confessione

ultima-confessione1Morris West (Melbourne, 1916 – Sydney, 1999), noto scrittore australiano, famoso soprattutto nel mondo anglosassone, una vita travagliata, al confine fra il Cristianesimo e la critica sferzante alla Chiesa, è morto nel 1999 sulla sua scrivania, appena dopo aver trascritto un passo del personaggio Gallo nel De monade di Giordano Bruno.

Il passo recita:

Ho lottato, e molto: credetti poter vincere, e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. Ma qualche cosa è già l’essere stato in campo, giacché vincere vedo che è nelle mani del fato. Ma fu in me quel che poteva, e che nessuna delle generazioni future mi negherà, qual che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile, aver preposta una morte animosa a una vita imbelle.


West scriveva questo passo ne L’ultima confessione (Castelvecchi, trad. it. F. P. Crincoli, pp. 184, € 17,50), il romanzo che racconta, in forma di diario, di confessione appunto, gli ultimi giorni di fra’ Giordano Bruno. Dal 21 dicembre 1559, al 4 gennaio 1600, dove si interrompe il manoscritto incompiuto.
In questo romanzo West cerca di ripercorrere la vita e le vicende di Filippo Giordano Bruno, detto Il Nolano, come se lo stesso scrivesse pagine notturne, alla luce di fioche candele, volte a scandagliare quell’esistenza così turbolenta e vagabonda che aveva vissuto fino a sette anni prima.
West si attiene ai fatti, afferma, nella “nota dell’autore” iniziale che lo scritto è conforme ai fatti storici, e si rifà agli atti pubblicati dei processi di Venezia e di Roma, così come si rifà ai suoi biografi: Spampanato, Firpo, Mercati, Yates, Ciliberto ed altri.

L’ultimo mese di vita di Bruno, che West cerca di riportare alla memoria collettiva, è un periodo di tempo incastonato dentro due certezze: quella della condanna a morte (il personaggio del romanzo sembra sempre convinto che sarà arso vivo, a causa delle sue idee) e quella di non aver fatto nulla di male nell’esternare, attraverso le parole e le opere, le sue dottrine. Esse, secondo Bruno, non contrastano con la fede, non possono essere ritenute blasfeme o dannose. Esse sono vere.

Lo sguardo dell’oramai affranto Bruno, schiacciato dal peso di sette lunghi anni in isolamento, cerca sempre di trovare uno spiraglio di bellezza nell’idea infinita dell’universo e di Dio che compenetra ogni cosa. Su questo fattore West gioca molte delle sue carte, per far avvicinare Bruno alla sensibilità del lettore, per mezzo della consapevole messa in luce di una difficoltosa dottrina metafisica che può risultare, anche dagli scritti dello stesso Bruno, fra il magico ed il mistico. Ma che, in realtà, ha l’unico intento di mostrare, attraverso la ragione, la fallacia delle Scritture e l’immensa capacità dell’uomo.

La stanchezza di Bruno, nel ricordare il suo passato, però, si fa da parte, per lasciare spazio alla sua maestria dialogica, al suo acume e alla brillantezza. Il tradimento di Mocenigo, a Venezia, che portò Bruno al primo processo della Santa Inquisizione, è una lama profonda che nel personaggio descritto da West fa ancora male. La vita risoluta e tutt’altro che monastica è vista come una normalità, come la voglia di allargare lo sguardo e cercare il vero Dio, senza rinchiudersi in stanze fredde e silenziose avvolte dal dogmatismo e dalla superstizione.

Dogmatismo e superstizione, affiancati dalla disonestà e dalla falsità, che rimangono i costanti obbiettivi polemici di Bruno, in quest’ultima confessione che ci permette di ricordare ancora una volta come, per le idee, si siano scatenati giuristi e Inquisitori, papi ed eserciti. Ci permette di ricordare, insomma, che le idee possono essere pericolose e difficili da “amministrare”.
Se Morris West, nel suo ultimo scritto, aveva in mente di farci riflettere ancora una volta sull’immenso potere delle idee, con L’ultima confessione e attraverso la straordinaria figura di Giordano Bruno, ci è riuscito.

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