L’ontologia che parte dall’infinito

È probabile che la prima vera formulazione dell’idea di infinito – o meglio di un concetto che molto si avvicina a quello di infinito – sia opera di Anassimandro. L’apeiron non è propriamente l’infinito ma, per costruzione linguistica, la parola ci testimonia ciò che è aperto, l’indefinito, l’identità della differenza. Emanuele Severino, ad esempio, ha scritto in un saggio dedicato a questo tema, La parola di Anassimandro, che essa «è il più antico lasciar parlare le cose, di cui ci sia giunta notizia, e perciò è la prima parola della filosofia».  A partire da questo tema, l’articolo della seconda domenica del mese sarà dedicato ad una questione di carattere ontologico, nel suo aspetto sia teoretico che storico. 

La storia della filosofia, ma potremmo dire la storia della cultura mondiale sia occidentale che orientale, contiene in sé un atteggiamento inclusivo nei confronti dell’infinito. E, in qualunque angolo di mondo si è sviluppata una qualche teologia o un qualche atteggiamento anche vagamente filosofico, che considera l’infinito come un oggetto da indagare. La potenza dell’infinito – una potenza che può generare sentimenti contrapposti, come il terrore o la meraviglia – emerge chiaramente perché posta in rapporto alla condizione umana e a quella caduca delle cose intorno agli uomini, a quel finito che sembra essere l’orizzonte entro il quale si è destinati a rimanere confinati.

Infinito-Finito; Eternità-Tempo; Essere-Ente; Cosa in sé-Fenomeno, e altre coppie di concetti che mantengono una tale logica, sono una declinazione del problema dell’infinito. Proveremo ad affrontare temi classici che però risultano il cuore di ogni speculazione e di ogni sistema filosofico, con uno sguardo rivolto alla forza ontologica di tali problematizzazioni. Esse sono infatti – molto spesso – il tentativo di dare ragione di un sistema filosofico, esprimono la volontà di dare ragione del rapporto Finito-Infinito, e quindi – spesso – di contestualizzare la presenza del finito e dell’infinito all’interno della vita di ognuno.

Abbiamo deciso di affrontare questo tema attraverso questa nervatura perché, come insegna Spinoza, la filosofia si interessa della vita. E ragionare intorno a questioni ontologiche come queste significa mettere i piedi a bagno in un’acqua che ci vede tutti allo stesso livello, vuol dire interrogarsi su ciò che c’è al fondo di ognuno di noi. In altre parole, interessarsi alla vita.

Gli autori che andremo a scomodare in questa serie di contributi fanno parte dell’intero spettro della storia della filosofia occidentale. Cercheremo però – al netto di alcune lacune – di interrogare anche autori che hanno studiato filosofie e sistemi di pensiero orientali nel tentativo di creare un ponte fra culture che appaiono ai più distanti fra loro.

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