Lo sforzo linguistico di Colli per nominare ciò che si nasconde

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C’è tutto lo spessore dei grandi testi filosofici fra le pagine di Filosofia dell’espressione di Giorgio Colli. Questioni fra le più cogenti della tradizione filosofica, come le condizioni di possibilità del conoscere, il ruolo del linguaggio, l’attingibilità della verità dell’essere, vengono affrontate con un approccio estremamente rigoroso per la logica che lo muove. Perché è forse in quest’ultimo passaggio che si comprende la partita sul pensiero di Colli. La sua passione, possiamo dire persino la sua affinità con l’articolarsi del pensiero greco lo portano a dare vita ad un linguaggio che è perfettamente in linea con i contenuti che propone. Così, al velamento che ci separa dall’essenza del mondo, fa da specchio una scrittura che pur nello svelare non cede mai alla tentazione della dimostrazione perché troppo più grande è la potenza rivelatrice dell’intuizione per lasciare che sia la ragione a farsi portatrice della verità. Ed è proprio in questo gioco fra svelamento e nascondimento che il filosofo italiano conferisce un taglio unico alla propria riflessione, di difficile lettura ma anche di grande forza nel momento in cui riesce a far breccia fra le trame del pensare tradizionale.

 

L’apparenza è il titolo con il quale si apre la prima delle tre parti in cui si articola Filosofia dell’espressione. Pensare al carattere apparente del mondo infatti, vuol dire riprendere una tradizione che parte da Anassimandro e prima ancora dalle Upanishad, e si protrae nel tempo fino alla contemporaneità. Di per sé, questa operazione avrebbe ben poco di originale, ma per Colli essa può condurci ad una sola conclusione: il mondo che vediamo è la manifestazione di un nascosto irrappresentabile. L’intento di questa speculazione sarà quello di provare a recuperare un contatto più profondo con la cosa apparente capace di avvicinarci a questa essenza nascosta. E non c’è da sorprendersi se lungo il percorso dovessero emergere diverse analogie con la teoria platonica delle idee, o con l’amor dei intellectualis spinoziano: solo gli sguardi più acuti possono gettare un lampo di luce in questa oscurità, e questa luce è più che mai preziosa, perché – come ricorda lo stesso Colli – «la natura ama nascondersi».

Rappresentazione
La riflessione di Colli prende le mosse da una critica all’ingenuità del pensiero moderno che vede il fulcro della conoscenza nell’analisi del soggetto e nella possibilità di entrare nell’intimo dei suoi meccanismi rappresentativi. Il suo intento invece, è quello di riscoprire l’approccio presocratico che trattava i problemi gnoseologici solo in termini di oggetti: perché ogni parlare è un parlare di oggetti ed è solo a partire da questi che si può trattare del soggetto.
Se è vero che conoscere è il rappresentare a se stesso un oggetto, per Colli è altrettanto vero che la stessa capacità di farlo rivela un legame indissolubile con il passato, è qui infatti che ha origine l’insieme di ricordi, oggetti, parole, che danno sostanza alla conoscenza. Il percorso a ritroso verso la genesi del conoscere dunque, ci porta verso un momento pre-rappresentativo in cui qualcosa è stato preso per poter essere rappresentato; ed è proprio nel senso di una repraesentatio, di un «far riapparire di fronte» – in questo passaggio tutto ruota intorno ai concetti di memoria e tempo – che si deve intendere la rappresentazione di cui parla Colli. Quello che viene a delinearsi a seguito di un simile ragionamento è un mondo in cui il rapporto tra soggetto e oggetto è a sua volta l’oggetto di una nuova rappresentazione; al punto che il concetto stesso di soggettività viene fagocitato dalla dimensione dell’oggetto. La conoscenza si scopre costituita da una rete di oggetti interconnessi, cosicché il carattere relazionale plasma l’essenza stessa della rappresentazione. Tuttavia, il fondamento di questo mondo che è rappresentazione e in cui la rappresentazione costituisce l’unico dato primitivo, rimane nell’ombra, sfuggente, invisibile agli occhi del logos. Velato, come velato è il fondo della vita dalla quale, chi è capace di coglierne il pathos, si distanzia per godersi lo spettacolo – perché per quanto necessario, questo mondo apparente in fondo non è che uno spettacolo, e l’unico reale, visto che al mondo nascosto non può inerire alcun attributo senza che ciò lo trascini all’interno del mondo della rappresentazione – e nella contemplazione accrescere la conoscenza del mondo come relazione fra oggetti e con essa la potenza.
Giunti a questo punto si vive il paradosso per cui, pur esistendo la conoscenza, l’inconsistenza del soggetto fa venir meno il portatore della conoscenza e con esso la possibilità stessa di ogni agire. Ma se il soggetto non è più il “creatore” della realtà rappresentativa, in quanto ne è a sua volta parte, allora ciò che chiamiamo cogito individuale è il frutto, non l’artefice della cogitatio nella sua purezza, ossia del logos.
Alla fine di questo primo capitolo molto della concezione classica del mondo e del modo stesso di approcciarsi ad esso si mostra sotto una prospettiva abbastanza diversa. Lo svuotamento della soggettività sembra allontanare sempre di più la possibilità di attingere al fondamento e l’intero sistema conoscitivo sembra fortemente ridimensionato.

Espressione
Rappresentazione è un termine ormai insufficiente ad esprimere quella consapevolezza del riferimento al passato propria della prospettiva gnoseologica di Colli, perciò egli attinge alla forza semantica di un nuovo termine: espressione. Prescindendo dal ruolo dell’osservatore infatti, la parola espressione riesce a rendere in maniera decisamente più efficace tanto il primato dell’oggetto nel produrre da sé la propria rappresentazione senza bisogno di osservatori esterni (quasi fosse l’emanazione di una stessa pulsar), quanto il rimando a un fondamento altro che, pur presente, sfugge a una piena comprensione. Forte di questo sostrato concettuale, le fitte trame con cui la rappresentazione obliava in maniera definitiva il mondo nascosto paiono allentarsi quanto basta per permettere al momento espressivo di portare in alto la sua sostanza (ciò che sta sotto appunto). Quindi, se la rappresentazione è il dato – il solo modo in cui il mondo può apparire – l’espressione è la sua interpretazione; giustificata attraverso la memoria – il meccanismo in cui si incontrano e coesistono l’immediatezza extrarappresentativa di qualcosa che era prima del contatto, ed è ancora dopo, seppur in altra forma.
Facciamo un passo indietro, abbiamo detto che l’espressione è una rappresentazione svuotata della sua natura prospettica, perciò, va considerata come l’accenno a un qualcosa d’ignoto il cui svelamento però, può rivelare anche l’espressione di un ignoto ulteriore (cioè di un’altra rappresentazione). Si può seguire così un cammino, una catena espressiva che scava nel profondo fino all’ignoto definitivo; e se il mondo – che è espressione – in quanto tale è l’intreccio di queste catene, allora per ognuna di queste catene, la serie completa delle espressioni rende manifesto il fondamento extrarappresentativo di ognuna (l’oggetto nascosto che la fonda). L’attimo in cui l’intuizione di un determinato ignoto si fa espressione ed entra nell’apparenza come rappresentazione. Un tale ragionamento tuttavia, porta alla luce due caratteri fondamentali dell’espressione: la sua insufficienza nel tradurre la radice ultima (il suo esprimere è uno svelare manchevole, incompiuto), e il conseguente innescarsi di una spinta ad esprimersi ulteriormente (l’impulso fondante delle serie espressive) nel tentativo di colmare sul piano quantitativo (accumulando un gran numero di espressioni) un tale scadimento congenito. Come vedremo in seguito, è proprio in queste caratteristiche che si cela il seme del passaggio dalla sfera dell’intuizione a quella dell’astrazione.
Quello che ne risulta è un mondo dell’apparenza fatto da una rete di serie espressive (cioè di catene di espressioni che si innescano quando l’ignoto che esprime un’espressione si rivela essere, a sua volta come l’espressione di un ignoto ulteriore, però più vicino alla sfera dell’immediatezza), che sono convergenti quando da una molteplicità definita di punti d’immediatezza extrarappresentativa tendono verso una sola rappresentazione (l’oggetto visibile nel mondo dell’apparenza), mentre sono divergenti quando da un unico punto d’immediatezza si articolano rappresentazioni diverse. Tuttavia, come già detto, l’insufficienza dell’espressione nel rendere i punti d’immediatezza, fa sì che questi non esauriscano mai la propria carica espressiva e pur rimanendo determinati, non cessano d’innescare nuove catene espressive (come una stella pulsar appunto). Questa eterna attività nel tempo del mondo dell’immediatezza, porta Colli ad elaborare una sua teoria dell’eterno ritorno in base alla quale completare il percorso conoscitivo innescato da una serie espressiva, ci riporta eternamente di fronte alla sua radice inattingibile, cioè a quella comprensione incompleta che era a fondamento della catena espressiva stessa. Si delinea così un mondo ignoto dai tratti dell’eterno di Plotino, ossia di un qualcosa al di fuori del tempo – giacché è solo il susseguirsi dei momenti espressivi che innesca la temporalità – che non si muove, né sta fermo, né vuole.
In tale ottica, l’unità organica si pone come il risultato della convergenza di diverse serie in un’unica espressione finale, ed è quindi figlia anch’essa del mondo della rappresentazione; al quale va dunque ascritto anche il principium individuationis (a sua volta espressione di una regola di convergenza). Con l’apparire di grandi serie convergenti (uomo) però, si assiste ad un’inversione del flusso che aveva spinto l’espressione dell’immediato ad articolarsi e si genera un riflusso. Questo riflusso consiste nel tentativo di recuperare l’immediatezza originaria ampliando il piano espressivo non più nel senso di un accrescimento in estensione, quanto in quello di una sua moltiplicazione all’interno dell’oggetto rappresentativo. Tale moltiplicazione, resa possibile dal linguaggio, conduce all’emersione dell’universale, dell’espressione astratta. Perciò nell’uomo – che è una rappresentazione concreta – la rappresentazione astratta emerge come accumulo di ricordi legati proprio dalla dimensione del linguaggio che, attraverso la ripetizione delle parole (cioè dei fonemi che simboleggiano oggetti rappresentativi concreti) favorisce la percezione di quella moltiplicazione che sta alla base dell’astrazione. La parola dunque, e con essa il linguaggio, ferma, esprime in maniera più stabile l’universale (che così descritto evoca forti analogie con l’idea platonica), tutto questo però non scalfisce minimamente la manchevolezza nei confronti del fondamento, anzi, poiché il significato non è che “l’espressione che viene espressa dall’espressione”, a ben vedere, dall’immediatezza ci si sta allontanando ancora di più.

Lo specchio di Dioniso
«La conoscenza è soltanto memoria, mai vera immediatezza», ciò che l’uomo chiama conoscere è un collegare ricordi tra loro per costruire il mondo della rappresentazione; tuttavia è la memoria stessa a testimoniare il nostro legame indissolubile con l’immediatezza. Anche se la sua irrappresentabilità la tiene al di fuori della nostra coscienza, non c’è alternativa al contatto per giustificare il darsi dei ricordi. È paradossale, ma l’immediatezza può darsi solo attraverso quelle stesse modalità della rappresentazione che la nascondono, essa pertanto si può solo vivere, e senza saperlo, perché il “sapere” ci riporta dentro la sfera della memoria e da questa alla rappresentazione. La forma più elevata del ricordo è il ricordo primitivo, ossia “un caso di memoria dell’irrappresentabile” (ispirazione artistica), ma poiché possiamo definire solo quel che sappiamo, sorge il problema della possibilità stessa di vivere l’attimo che genera il ricordo, questa infatti, non esiste finché non entra nel ricordo che lo segue. Quello che fa la memoria nel caso del ricordo primitivo è perciò, conservare la “certificazione”, la consapevolezza, dell’esserci stato di un qualcosa che non era né ricordo né rappresentazione, ma anzi ne è alla base e che però, allo stesso tempo “non era reale” perché esterno alla rappresentazione. Qualsiasi ricordo abbia una durata infatti, può essere solo un’espressione dell’immediatezza, mai l’immediatezza in sé, quindi neppure l’attimo può generare un ricordo di primo grado (per quanto breve anch’esso ha una durata); l’istantaneità è già nel dominio della memoria. Il termine individuato da Colli per alludere all’immediatezza è contatto metafisico che indica l’entrare in relazione prima che i termini si costituiscano come soggetto e oggetto per mezzo della struttura rappresentativa. Pur essendo espresso, il contatto non appartiene al mondo della rappresentazione, quindi si pone come postulato necessario per rispondere all’esigenza di dare un nome a qualcosa che, pur non potendo non essere, non è parimenti conoscibile. Questo però, non si può definire come un punto da individuare sulla superficie del continuum spazio temporale perché ciò farebbe riemergere le categorie di soggetto e oggetto ed esso apparterrebbe all’uno o all’altro. Il modo più corretto di pensarlo per Colli è via negationis, ossia come «la divisione tra i due segmenti in cui si spezza una linea». Il contatto viene a definirsi così come un vuoto rappresentativo, quel certo nulla rappresentativo che è un qualcosa di determinato espressivamente dal suo intorno. Tuttavia, la necessità di interpretare questo irrappresentabile da parte dell’espressione, testimonia il nostro partecipare dell’immediatezza e con ciò giustifica la genesi autentica dei nostri ricordi. Il presente stesso viene a delinearsi come dimensione inestesa, dominio della fuggevolezza, per cui ogni attimo non è che il ricordo di un cominciamento che è insieme anche un contatto perché rimandando ad un inizio precedente, va ad esprimere l’atemporalità che a sua volta precede il ricordo. Neppure l’impressione sensoriale può aiutarci in questo processo di identificazione perché, sebbene sembri ovvio che l’organo di senso e l’oggetto sensibile precedano nel tempo e causino l’impressione sensoriale, in realtà non è così. Un simile errore s’incontra invertendo l’ordine naturale della causalità e pensando che il rapporto ragione – conseguenza equivalga a quello causa – effetto, mentre invece, se A causa B, è questa B la ragione di A. Nel suo porsi come rappresentazione elaborata dunque, la sensazione è un’ “espressione primaria terminale”, cioè si pone come punto terminale di serie convergenti di espressioni e in ciò è ben lontana dal contatto metafisico. Colli chiama “carattere della comprensione” tutto ciò che del contatto viene effettivamente espresso, al quale si contrappone il “carattere dell’estensione” che cerca di colmare l’inadeguatezza estendendosi fino a dare forma alla categoria della totalità. La totalità è dunque un’invenzione necessaria a integrare ciò che manca al contatto per superarne l’insufficienza, il prezzo che tutto questo c’impone però è l’abbandono dell’immediatezza. Nel ricordo del contatto infatti (ammesso e non concesso che vi sia qualcosa del soggetto nell’immediatezza), solo una parte del soggetto presente viene conservata, il soggetto ricordante, tutto il resto confluisce nell’oggetto del ricordo e più ci si avvicina all’astrazione, più la presenza del soggetto si contrae fino a venir meno. Il distinguersi dell’oggetto avviene quindi a discapito del soggetto, nonostante questo sia l’elemento che rende possibile il ricordo stesso in quanto comune sia al contatto sia al ricordo.
Tutto questo però porta ad una sola conclusione: il tentativo stesso di conoscere il passaggio dall’immediato al mediato è una chimera, perché se l’oggetto si ottiene astraendo, cioè rinunciando alla parte extrarappresentativa del contatto, allora perfino ciò che noi conosciamo come vita è un’astrazione, lontana dall’immediatezza. Dimostrare il contrario è comunque impossibile perché la dimostrazione inerisce al mondo della rappresentazione. È a questo punto che Colli sembra riuscire ad aprire uno spiraglio sottolineando che “per chi è nell’immediato – e tutte le cose lo sono – non occorre dimostrare”. Ecco che il riflusso dell’espressione termina esattamente da dove era partito, nel contatto metafisico. La circolarità dell’esperienza conoscitiva di cui parlava anche Parmenide è chiusa, tutto è fermo. Solo le metafore della tradizione orfica possono aiutarci ad uscire da un simile impasse: il mondo non è che il guardarsi allo specchio di un fanciullo che nel gioco della sua innocenza apre alla massima ambiguità: «ciò che è godimento di un impulso è anche sofferenza di un’oppressione». Gioco e violenza qui si mescolano in una dualità che richiama quella fra caso e necessità, dove l’archè è proprio il lasciare indecisa questa coincidentia oppositorum che non può mai essere superata. Di contro a questo Dioniso (è lui il dio fanciullo che guardandosi allo specchio scopre il mondo) che attraverso il suo mito rivela il carattere illusorio di spazio, tempo e principium individuationis (e contemporaneamente chiude la porta ad ogni possibilità di creazione del mondo o di dominio di una volontà) a favore di una vita atemporale, ecco sopraggiungere un’altra divinità orfica, Phanes, il manifestante; e la sua forza di mostrare il mondo come splendore di ciò che è nascosto. È l’aiόn di cui parla Plotino: «è il dio che manifesta e rivela se stesso quale è, è l’essere in quanto privo di tremore».
Ci apre un nuovo mondo Colli, spaventoso e suggestivo allo stesso tempo: solo chi avrà la forza di quel dio che non trema, potrà arrivare fino in fondo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
G. Colli, Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano, 1996.
G. Colli, La natura ama nascondersi, Adelphi, Milano, 1988.
G. Colli, La ragione errabonda, Adelphi, Milano, 2012.

In copertina: photo by Camille Orgel on Unsplash

1 Comment

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“Phanes” nell’espressione come “adynatos”, nell’esprimere attraverso un logos, bensì esprimerlo tratteggiando, distinguendo, nel senso di un’interpunzione continua, dove gli stimoli spazio temporali, poi, intramano una tessitura del pensiero quasi palinsestica, merlata da fenditure, rammendata da screziature ed imbastita da feritoie abrase, quasi corrose ed in parte cancellate, che, tuttavia, alimentano carsicamente, nutrono geologicamente ed intridono, goccia dopo goccia, il nostro compito di esprimere pensando.

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