L’islam tra pregiudizi, donne e scherno

Slavoj Žižek, L’islam e la modernità

La recensione di due settimane fa al libro di Reza Aslan, Non c’è dio all’infuori di Dio, ha generato diversi commenti che hanno mostrato il desiderio di approfondire non solo le tesi sostenute dall’autore ma anche un tema, quello della religione, che rimane al centro del dibattito politico e culturale del nostro tempo e che sarà oggetto del nostro prossimo ritiro filosofico di settembre. Per questa ragione abbiamo ritenuto necessario ritornare su alcune delle questioni sollevate prendendo a pretesto il pamphlet di Slavoj Žižek, L’Islam e la modernità, edito dall’editrice Ponte alle grazie ed uscito nei primi mesi del 2015. Figura nota nei dibattiti televisivi e non, Žižek riveste numerose cariche accademiche: wikipedia lo indica come docente dello European Graduate School e Direttore del Birnbeck Institute di Londra, nonché insegnante in diverse università americane e asiatiche. Tra le sue pubblicazioni di maggior successo in Italia segnaliamo In difesa delle cause perse. Materiali per la rivoluzione globale (2009), Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (2013), Fare i conti con il negativo. Kant, Hegel e la critica dell’ideologia (2014). Dichiaratamente comunista-leninista, Žižek si inserisce in quel numero di pensatori che fanno della critica al capitalismo la loro fortuna confermando in tal modo la nota osservazione di Schumpeter secondo cui gli stessi intellettuali generati e prodotti dal capitalismo, unico sistema sociale ed economico che meglio riesce a produrli e a tollerarli, finiscono poi per essere i suoi maggiori avversari. Prima di vedere le sue tesi però iniziamo con l’analisi di alcune questioni sollevate dai nostri lettori.


Letture essoteriche, democrazia e parola di Dio
Quello di Aslan riteniamo sia un buon libro che attraverso l’analisi dei termini e della storia della religione, opera un  lodevole approfondimento su un tema rispetto al quale il nostro Paese, abituato all’invettiva e alla demonizzazione, è particolarmente alieno. A questo proposito basti soltanto guardare come le librerie siano piene di titoli che sembrano promuovere la contrapposizione e l’idea dello scontro di civiltà, quasi fossimo rimasti alla Fallaci del dopo 11 settembre. Il libro di Aslan (che ricordiamo è uscito per la prima volta quasi dieci anni fa) è un tentativo di comprendere e di frenare la deriva apocalittica che sembra aver contagiato molti: fortunatamente esso ha avuto una vasta risonanza in America (segnaliamo le recensioni del New York Times e del Washington Post) dove la discussione ha evidenziato, oltre ai pregi, gli altrettanti limiti del testo. La nostra recensione ha inteso mostrare soprattutto quest’ultimi, confermando ad esempio la percezione secondo cui la tesi di uno sviluppo democratico non sia sufficientemente fondata: senza dimenticare che la democrazia è frutto specifico dell’occidente, non basta rimandare ai principi dell’islam come prova del suo sviluppo futuro in quei paesi in quanto tali principi, al di là di una generica spinta all’egualitarismo sociale, non sono per nulla evidenti. Da questo punto di vista assicuriamo i nostri lettori di essere sufficientemente avvertiti del fatto che la democrazia sia un mito ma non per questo pensiamo che siano praticabili governi tirannici. Riguardo alla presunta natura ambigua della frase secondo cui affermiamo che un passo in avanti sulla strada verso la democrazia e la libertà si avrà nel momento in cui la Parola di Allah (cioè la parola di Dio) non sarà vincolata al Corano, la sicurezza che mostra un nostro critico è meno scontata. Partendo dal presupposto che fonte di ogni religione è la parola rivelata di Dio, non è forse lo stesso cristianesimo che legittima la sua esistenza sulla base di una lettura spirituale della Scrittura fino a considerare volontà di Dio (cioè la sua stessa Parola) la giustizia o la carità disinteressata fornita ai poveri e ai bisognosi? Proprio ebraismo e cristianesimo, le altre due “religioni del libro”, sono quelle che meno sopportano di essere definite come tali: non vediamo il motivo per cui non possa essere altrettanto per l’islam. Nessuno si deve “suicidare” perché questo significa andare contro la propria natura e, riguardo all’etica, il discorso si fa complesso: se essa richiede un fondamento, attribuirlo ad una confessione specifica (come quella che vorrebbe lo stesso lettore) significa negare ipso facto la sua stessa natura universale.

L’analisi del terrorismo islamico avvolta nel manto dell’anticapitalismo
Se il libro di Aslan è moderato e liberale di tutt’altro tenore è quello di Žižek. Il pamphlet nasce all’indomani della strage di Charlie Hebdo avvenuta il 7 gennaio 2015 a Parigi e vuole essere un ragionamento a caldo che, secondo l’autore, è preferibile rispetto ad uno fatto a maggiore distanza temporale in quanto quest’ultimo, normalizzando la situazione, conduce ad evitare le questioni più evidenti. E la questione più evidente, secondo Žižek, è che «il fondamentalismo è una reazione a un difetto reale del liberalismo, ed è per questo che il primo è sempre, di nuovo, generato dal secondo». La conseguenza è che «chi non è disposto a criticare la democrazia liberale dovrebbe anche tacere sul fondamentalismo religioso» con la conclusione in base alla quale il liberalismo, andando incontro alla propria distruzione, ha bisogno per salvarsi dell’aiuto della sinistra radicale. Tesi forti, come si vede, affermate però in modo dogmatico. Nel primo capitolo, L’islam come stile di vita, Žižek descrive quella che si potrebbe definire una fenomenologia del terrorista. A differenza di tutti i veri fondamentalisti, i quali non provano risentimento e invidia nei confronti dello stile di vita dei non credenti, i terroristi sono profondamente affascinati dalla vita dei borghesi che combattono tanto da voler essere come loro («Il problema dei fondamentalisti è che sono loro stessi per primi a considerarsi inferiori a noi»): il risultato di questo desiderio mimetico è la violenza collettiva. Il filosofo di Lubiana si chiede se il fondamentalismo islamico sia moderno o premoderno dando a questa domanda una risposta articolata. Da una parte gli pseudo fondamentalisti combattono per un’idea di stato nella quale prima viene la religione e poi il benessere ed in questo sono premoderni. Žižek tuttavia fa notare che è inutile che la resistenza al capitalismo moderno si nutra di motivi premoderni in quanto chi si oppone alla globalizzazione lo fa con il linguaggio della globalizzazione. Nel caso dell’Isis si dovrebbe parlare dunque di modernizzazione perversa. Il vero problema riguarda lo stile di vita nei confronti dei quali le parti in esame (fondamentalisti e occidente liberale) si sentono rispettivamente aggrediti. Non si tratta di mettere a confronto dei valori quanto piuttosto del modo con il quale ci relazioniamo con il proprio sistema di vita: la caratteristica dello stato liberale è quella per cui i suoi individui si relazionano a se stessi come universali e non come appartenenti a comunità etniche. In questo modo la contrapposizione non è tra religioni o culture ma tra chi vive la propria condizione di cittadino del mondo e quella di attento difensore della propria etnicità e tradizione, quasi una sorta di riproposta a livello globale (si potrebbe dire) del conflitto tra città e campagna.

 

Il filosofo Slavoj Žižek

 

La psicanalisi e il ruolo della donna
Il secondo capitolo, Uno sguardo negli archivi dell’islam, contiene un’analisi storica secondo il metodo psicanalitico caro al filosofo di Lubiana. Partendo dal presupposto secondo cui ogni tradizione simbolica custodisce il proprio evento fondatore, Žižek sostiene che l’evento che anima segretamente l’islam è, a differenza di ebraismo e cristianesimo, l’assenza del padre (retaggio del fatto che Maometto era orfano). Questo iscrive la politica nel cuore dell’islam a causa della mancanza della mediazione familiare e della genealogia parentale e costituisce uno dei motivi per cui essa dà il meglio di sé quando fonda la comunità dal nulla (ciò spiega altresì il successo dell’islam tra i giovani delle periferie insieme alla sua non istituzionalizzazione). La mancanza del padre è confermata nella discendenza degli arabi da Agar, la schiava egiziana di Sara (moglie di Abramo) da cui ebbe il figlio Ismaele, la quale se è continuamente presente nei rituali, viene altrettanto rimossa dall’immaginario collettivo islamico per via della sua unione puramente biologica e non simbolica con il padre della fede. Agar non viene mai citata nel Corano ma lo è Kadija, colei che crede al Profeta, tanto da essere il primo musulmano della storia. La sua funzione è quella di essere il garante della verità in quanto soltanto attraverso qualcuno che crede in lui Maometto può credere al suo stesso messaggio. «La fede non è mai un atto diretto: affinché noi possiamo credere, qualcuno deve credere in noi, e ciò in cui noi crediamo è questa fede dell’altro in noi». Secondo Žižek se le donne credono, gli uomini credono a chi crede in loro perché la donna che crede nell’uomo vede in questi qualcosa che è più di se stesso, qualcosa di cui l’uomo non ne è cosciente. Il risultato è che una donna è depositaria di una conoscenza della verità che anticipa quella dello stesso Profeta. Il libro di Aslan metteva in risalto la tendenza femminista della religione di Maometto proprio a motivo di questa centralità di Kadija. In realtà però, aggiunge Žižek, tale raggiungimento è ottenuto attraverso la spoliazione e la tentazione che Kadija effettua con il suo corpo nei confronti del Profeta. Avviene così il passaggio decisivo nell’immaginario islamico che Žižek opera attraverso il procedimento dialettico tipico del metodo hegeliano, quello del rovesciamento: dalla donna come colei che sola può accertare la verità, alla donna che inganna e provoca gli uomini e che, interponendosi come macchia inquietante tra gli uomini e Dio, deve essere cancellata e oppressa in quanto rischia di essere fattore che minaccia di travolgerli. Žižek porta l’esempio di altre donne, protagoniste in questo caso della storia del concepimento di Maometto, per confermare la tesi del femminile come fondamento represso dell’islam, fondamento che esso si sforza di rimuovere ma che, come ogni rimosso, persiste e lo ossessiona dal momento che è la fonte stessa della sua vitalità. «Qui sta lo scandalo dell’islam: solo una donna, incarnazione stessa dell’indiscernibilità tra verità e menzogna, può garantire la Verità. Per questa ragione la donna deve rimanere velata».

Prima di Žižek: ortodossia contro illuminismo e l’analisi di Leo Strauss
La critica alla democrazia liberale e al liberismo economico è uno dei miti dei nostri tempi che, come tanta letteratura di segno opposto, è pura ideologia, ovvero discorso retorico inteso a cogliere l’assenso senza esibire alcun argomento. Žižek afferma che il liberalismo genera il fondamentalismo e ciò, si presume, avverrebbe tramite il risentimento sociale generato a motivo della competizione economica. Ma se questo è vero, non si vede come ciò non debba accadere per qualsiasi altro sistema sociale che, restringendo la libertà o l’uguaglianza individuale, finisce per produrre scontento come quello denunciato da Žižek. A noi sembra piuttosto che non esista sistema politico che non generi potenzialmente del risentimento e allora, valendo per tutti i sistemi, quella dell’autore non vale come spiegazione specifica nemmeno per il liberalismo. Per quanto riguarda l’adozione del metodo psicanalitico lo scetticismo nasce dal fatto che, anche e soprattutto nell’ambito delle neuroscienze, si comincia a mettere in questione la validità dei suoi stessi assunti. Di moda fino agli ottanta, la psicanalisi (almeno come strumento di indagine filosofica) sembra avere un rapido declino e concetti come quelli di padre, incesto, castrazione, istinto di morte sembrano ormai aver fatto il loro tempo. Noi crediamo invece che i fatti di Parigi e il terrorismo islamico si inseriscano nel più ampio scontro tra ortodossia religiosa ed illuminismo, tra fede e ragione. Si tratta di un conflitto che dura da diversi secoli e che, come dimostra il ritorno del religioso, deve essere valutato con nuova attenzione. Intanto si deve dire che del tutto fuori luogo sono gli argomenti di chi invoca la responsabilità della critica nel non offendere la religione. In primo luogo perché non è possibile tracciare i limiti della presunta offesa senza inficiare in modo decisivo la libertà di parola; in secondo luogo perché lo scherno, in quanto non minacci la sicurezza di uno stato, non mette in pericolo né la libertà né la religione stessa. Ma a ben guardare la vittoria dell’illuminismo degli ultimi due secoli appare come una semplice ferita inferta al potente nemico religioso e gli argomenti che sono a disposizione di quest’ultimo sono in fondo rimasti inattaccati. Per usare una metafora, si potrebbe dire che la religione è rimasta a difesa della sua torre e l’illuminismo ha preteso che essa si limitasse a fare da semplice spettatrice. Se questo è vero è allora giusta l’analisi di Leo Strauss che, nell’introduzione della raccolta di saggi Filosofia e Legge del 1971, scrisse che l’arma che decise la vittoria (temporanea) dell’illuminismo sull’ortodossia fu esattamente lo scherno: «Per mezzo dello scherno gli illuministi cercarono di deridere palesemente l’ortodossia a partire da una posizione che non poteva essere attaccata né da alcuna prova scritturale, né da alcuna prova razionale. Lo scherno non è dunque la conseguenza di questi insegnamenti o della superiorità dell’illuminismo bensì è esso stesso la confutazione». Lo scherno, che a seconda dei suoi gradi può essere chiamato anche ironia o sarcasmo, se da una parte si configura come prova della liberazione dai pregiudizi della religione, dall’altra è prova indiretta della sua inconfutabilità grazie alla quale essa potè sopravvivere a tutti gli attacchi successivi. Insomma è una classica vittoria di Pirro a favore dell’illuminismo che i terroristi, con i loro attacchi criminali, non hanno assolutamente compreso. Nell’analisi di Strauss, «se si voleva confutare l’ortodossia, allora non rimaneva altra strada che quella di cercare di dimostrare come il mondo e la vita fossero completamente comprensibili senza la congettura di un Dio imperscrutabile. Ciò significa: la confutazione dell’ortodossia dipende dalla riuscita del sistema». In altre parole, l’illuminismo vince perché il suo sistema funziona meglio generando maggiore felicità. Lo scontro allora viene portato sul terreno dello stile di vita ed in questo l’analisi di Žižek si rivela giusta e sbagliata allo stesso tempo: giusta perché i terroristi, sebbene in una forma del tutto inconsapevole, vogliono davvero essere come noi; sbagliata perché la democrazia liberale, figlia dell’illuminismo, funziona meglio delle società dove vige l’ortodossia.

 

 

1 Comment

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Condivido le critiche mentre sulle analisi farei qualche precisazione.
Il fondamentalismo è connaturale alle religioni del libro: per non cadere in esso il fedele deve sforzarsi, nota con sincerità A.Melloni. Dato infatti, nei (falsi) monoteismi, l’insegnamento primo dell’-IO creato-, l’uomo finisce in una tale identificazione con insegnamenti e regole che ogni messa in discussione o minaccia a questi diviene una personale e fisica minaccia. È contro questo, è per difendere quell’ IO, che l’uomo portatosi a tanto, il fondamentalista, lotta.
Ciò che vincerà, non so quando, più che l’illuminismo che ancora mantiene un eccessivo retaggio monoteistico, sarà la libertà di pensiero dell’uomo: quella libertà che gli permetterà infine quell’intimo ascolto della Parola di un Assoluto-Padre-JHWH che è filosofico vedere ed essere.
Quell’ascolto intimo e trasformante che è stato il vero insegnamento di Gesù, il suo urlo-klesia-invito, la sua ekklesia. Insegnamento che Egli ha tratto da una Torah e Profeti che sono testi filosofici e non religiosi.

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