L’Infinito primo, il primo Infinito

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La metafisica, come in una perfetta sceneggiatura, ciclicamente irrompe sulla scena. Molto spesso, tuttavia, non irrompe con la prepotenza di chi ha la voglia di imporsi, semmai segnala la sua presenza sullo sfondo e ricorda ai teatranti il campo entro il quale hanno facoltà di muoversi.  Anche nell’attuale discorso filosofico antropocentrico, la metafisica balbetta la sua parola, che appare sempre più – appunto – come un balbettare stanco difficilmente recepito. La maggior parte della filosofia novecentesca ha iniziato a considerare la metafisica un discorso erede di una tradizione ormai morta e sepolta, e quindi un discutere vano. Lo sguardo si è via via spostato sul piano etico, attivo, umano, del pensiero. Così facendo si è inteso tralasciare tutto quanto riguardasse la speculazione metafisica. Come se questa non fosse in realtà, già di per sé, un atto; è questo che sfugge a buona parte della filosofia contemporanea: il pensiero filosofico è sempre un fare filosofia, un intervenire sul mondo, un gesto che impone la sua presenza sul reale (o almeno su ciò che consideriamo tale). La metafisica, prima o poi, ciclicamente irrompe sulla scena.

 

Due sono le questioni che mettono realmente in discussione il discorso filosofico. Potremmo chiamarle delle meta-questioni, perché riguardano da una parte la possibilità stessa del discorso filosofico e, dall’altra, la fondatezza e l’essenza del principio di tutte le cose. Quest’ultima è ciò che agita chi ha intenzione di fare metafisica. La ricerca del principio, delle sue ragioni e dell’essenza del fondamento – quindi del fondamento stesso – è un’apertura alla totalità e gesto primariamente filosofico. Si tratta di una scienza ardua, ma la metafisica in quanto tale è la prima area di indagine filosofica. La prima non (solo) in termini cronologici.
La principale difficoltà della metafisica – su questo seguo alla lettera Henri Bergson – è che viene “pensata” dalla mente umana. Questa è solita concepire pensieri chiusi, determinati, che possano condurla ad un’azione che le garantisca la sopravvivenza. Un concetto, depurato da tutta la sovrastruttura che gli è stata costruita intorno nel corso della storia del pensiero occidentale, altro non è che un’area chiusa, circoscritta e differenziante (nel senso che tiene fuori ciò che è differente da sé; del resto affermare un concetto significa automaticamente dire ciò che in quel concetto è compreso e ciò che non lo è). Se riuscissimo a sganciarci dall’esigenza fabbricatrice, come la chiama sempre Bergson, il pensiero potrebbe cominciare ad allargare le maglie delle circoscrizioni che di default produce.

Se tale è il percorso che vogliamo intraprendere, credo sia necessario tornare alla formulazione metafisica più antica e allo stesso tempo più ardua della storia della filosofia occidentale, quella anassimandrea. Vorrei dire di più: ogni rivendicazione di un discorso metafisico, che intende sostenere la forza primordiale di tale discorso sia sul piano speculativo che su quello etico, deve fare riferimento ad Anassimandro. È lì, infatti, che si dà originariamente voce a un pensiero che non ha l’esigenza immediata di agire, ma si fa pensiero puro.

Ed è anche giustificato che tutti considerino l’infinito come principio […]. Ogni cosa, infatti, o è principio o deriva da un principio; ma dell’infinito non c’è principio, poiché in tal caso esso avrebbe un limite. E inoltre esso è ingenerato e incorruttibile, proprio come se fosse un principio: è necessario, difatti, che sia il generato trovi un termine, sia la fine appartenga a ogni distruzione. Perciò diciamo appunto che di esso non vi è principio, ma che esso sembra essere principio di tutte le cose e tutte le cose governare, come affermano quanti non stabiliscono altre cause, quali l’intuizione o l’amore, al di là dell’infinito. E tale sembra essere il divino: difatti è senza morte e senza distruzione come asseriscono appunto Anassimandro e la maggior parte degli indagatori sulla natura [Aristotele, Fisica 203, b 4-15 – trad. G. Colli]

Il termine apeiron, com’è noto, non traduce alla lettera la parola «infinito». Piuttosto ápeiron vuol dire «senza limiti», quindi «illimitato» – allo stesso modo in cui aletheia non significa propriamente «verità», bensì «senza ombra», ovvero «non oscurato». Per Anassimandro l’ápeiron non è frutto dell’immaginazione, ossia non è un’idea astratta che può essere pensata e non trova riscontro con la realtà. Tutt’altro: l’illimitato è la caratteristica principale del Principio, o forse meglio il Principio stesso è l’illimitato. La nostra mente fabbricatrice recepisce l’idea di illimitato come non concluso e quindi manchevole di qualcosa; l’ápeiron va in contrasto con la necessità concettualizzante umana, perché sembra dare ragione di un Principio i cui termini non esistono. L’infinito viene percepito – come scriveva il Cusano – solo in modo finito, e il passaggio fra i due termini di realtà è quanto di più complesso la mente umana possa provare.
In ogni caso, lo stesso ápeiron anassimandreo – soprattutto grazie a ciò che si dice nell’unico frammento autentico di Anassimandro – sembra non poter fare a meno della finitezza attraverso cui si esplica.

Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che dev’essere: le cose che sono, difatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo [Simplicio, Commento alla Fisica di Aristotele 24, 18 – trad. G. Colli]

Il divenire rappresenta dunque il campo d’azione all’interno del quale il Principio si mostra, diviene forma, assume un limite e quindi può essere inteso. Ma è nel superamento di questa prospettiva che si staglia l’illimitato, ciò di cui non possiamo rendere ragione se non a partire da se stesso. Qui risiede la purezza del pensiero metafisico, nel distacco dalle cose in quanto apparenze.

Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non-udibile, il sensibile al non-sensibile. Forse il pensabile all’impensabile [Novalis, Frammenti, 1710.]

Ma cosa realmente significa dire che la metafisica è, di per sé, un fare filosofia? In altre parole, cosa vuol dire che il discorso speculativo è anche – immediatamente – un discorso etico?
L’ápeiron è un principio neutrale in cui – ce lo dicono le parole di Anassimandro riportate in precedenza – coesistono ed operano, in un movimento perpetuo, dike e ananke. Giustizia e necessità. Esse, potremmo dire, racchiudono “il senso” del mostrarsi finito dell’ápeiron, ma testimoniano anche il tutto nella sua totalità, ovvero «quella dimensione di cose e vicende e mondi che non lascia nulla fuori di sé, e che quindi cela in sé ogni segreto, ogni risposta, ogni speranza, ogni delusione», come scrive Emanuele Severino (Il detto di Anassimandro, in Essenza del nichilismo, p. 393). Ma questa prospettiva, che appare a un primo sguardo meramente metafisica, ha dei risvolti etici spaventosi. L’horror infiniti che Boezio ha indagato fino in fondo, forse, racchiude anche questa angolatura paurosa: perché se tutto è compreso all’interno di un principio illimitato e senza fine, nel quale le cose hanno il proprio darsi nella “separazione” dall’infinito e in un movimento combinato di Giustizia e Necessità, anche il male fa parte del Principio? Anche la morte è parte integrante del Principio? Anche la sofferenza, ogni dolore e ogni perdita, sono nell’ápeiron e hanno un’esistenza pari a quella della bellezza e della santità? Come scrive Colli, l’ápeiron «annulla ogni ordine, ogni individuo» (Filosofi sovraumani, p. 35).

La riflessione metafisica si fa, evidentemente, etica. Ma come ci hanno insegnato i Greci, è questo solo il percorso da perseguire: dalla riflessione metafisica è possibile passare a una riflessione più largamente etica. La metafisica, dunque, irrompe continuamente sulla scena e ci mormora una sorta di sentenza: chi fa filosofia non può prescindere dal guardarla. Sebbene, incrociando il suo sguardo, sia legittimo provare un brivido e pensare di essa ciò che Socrate pensa di Parmenide: «degno di venerazione e insieme terribile» (Teeteto 83 e).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
G. Colli, La Sapienza greca, Adelphi
G. Colli, Filosofi sovraumani, Adelphi
M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia
R. Ronchi (a cura di), Filosofia teoretica. Un’introduzione, Utet
E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi
P. Zellini, Breve storia dell’infinito, Adelphi

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