L’individuo in ritardo di Derrida e il dispositivo di Foucault

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Per cercare di rendere conto dell’aspetto poliedrico e complesso del concetto di individuo, ho scelto di avviare una riflessione in chiave decostruttiva sull’individuo dal punto di vista particolare dei processi che sottendono alla sua definizione, portando così alla luce il suo aspetto strutturato che lo porta ad essere un “soggetto”, ovvero un prodotto di meccanismi pregressi al soggetto stesso che, svolgendosi a sua insaputa, lo plasmano in diversi modi. Per questo motivo, la mia riflessione ruota attorno a due assi cruciali: da un lato la riflessione di Jacques Derrida sulla dimensione del “ritardo” dell’individuo sui vari aspetti della sua esistenza, in particolare come vedremo su se stesso; dall’altro la riflessione di Michel Foucault sul reale accadere delle dinamiche di potere concernenti la formazione del Soggetto, mettendo in campo il concetto di “dispositivo”. Facendo reagire queste due modalità di pensiero, credo si possa gettare un fascio di luce interessante su di una possibile modalità di concepire l’individuo.

1.- Je suis en retard: il punto zero di ogni individuo. Derrida e la désistance
In merito alla temporalità differita che caratterizza necessariamente ogni individualità, Derrida mostra come tale ritardo costitutivo si esplichi in relazione a due elementi: il ritardo sul mondo, il quale precede l’uomo al momento della sua nascita, e di conseguenza il ritardo su se stessi, ovvero su quei processi che nell’arco della formazione dell’individuo lo rendono tale, ma di cui non ne detiene il controllo. Quindi il ritardo è il punto zero del Soggetto, così come la nascita è il punto zero dell’Individuo. Noi nasciamo individui e, in ritardo sulle modalità di formazione, diventiamo Soggetti. La tematica del ritardo si trova all’interno dell’analisi che Derrida fa dell’opera di Philippe Lacoue-Labarthe, Typographies (Harvard University Press, 1989), precisamente all’interno della prefazione all’opera di quest’ultimo.
Il primo problema che Derrida si pone è nell’ordine della traduzione del linguaggio dell’opera, in cui un termine svetta sugli altri come il più complicato e denso di significato: désister, tecnicamente “desistere”, che dà origine a una famiglia di parole tutte molto vicine, tra cui soprattutto desistement e désistance.
Il termine désistance non esiste in francese, ma lo crea Derrida dalla proposta inglese desistance, mentre in italiano abbiamo il corrispettivo “desistenza”: in entrambe le lingue il sostantivo denota l’atto di cessare qualcosa, smettere di compiere un’azione. Una volta introdotto nel francese il termine corrispettivo désistance, Derrida incomincia la sua opera di esplorazione ermeneutica decostruttiva del termine. Per cominciare, il filosofo sostiene che la désistance sia l’ineluttabile, ciò che non può essere evitato, ciò che necessariamente accade. In relazione a questa definizione, allora, esistono due tipologie di esperienze dell’ineluttabile:

  • c’è bisogno che l’ineluttabile avvenga senza eluderlo. Caratterizzato in questo modo, l’ineluttabile, nel momento in cui io lo dico, lo precedo e lo anticipo, in modo tale che l’evento ineluttabile avviene a me. Di conseguenza, se riconosco l’ineluttabile prima che mi accada, mi costituisco come soggetto libero, dal momento che l’ineluttabile non mi costituisce, ma sono costituito senza di esso;
  • ciò che è ineluttabile è in qualche modo già avvenuto prima che io possa riconoscerlo e quindi costituirmi liberamente senza l’ineluttabilità: in questo senso, l’ineluttabile avviene prima di essere eluso, sempre nel passato in anticipo sull’evento. Allora io faccio esperienza di qualcosa che è avvenuto prima di me e mi costituisce: sono in ritardo sulla mia costituzione ad opera dell’ineluttabile.

Qualcosa ha cominciato prima di me che ne faccio l’esperienza. Sono in ritardo. Se insisto per restarne il soggetto, sarebbe in quanto soggetto prescritto, pre-inscritto, marcato in anticipo dall’impronta dell’ineluttabile che lo costituisce senza appartenergli. Della quale non si può proprio appropriare mentre pare essergli propria1.

Sembra quindi in prima battuta che la désistance si caratterizzi come costitutiva del soggetto, anche se in realtà assume i tratti di una de-costituzione più che una destituzione; d’altronde, un pensiero della desistenza è difficile che faccia propri i principi di una costruzione o di una fondazione sotto le istanze dell’ineluttabile. Allora la désistance non implica nessuna costituzione né tantomeno un’essenza; inoltre, l’impronta che lascia l’ineluttabile è del tutto particolare, perché non implica una molteplicità di caratteri o di determinazioni, ma è una pre-iscrizione.
Importante notare come, nonostante la dichiarata costitutività della désistance del soggetto, essa non si configuri teoreticamente come un elemento innato o una contingenza storica, per cui a priori si possa dire quale direzione prenderà la formazione del Soggetto. È piuttosto il riconoscimento di un particolare rapporto che ognuno deve riconoscere nei confronti della propria costituzione di soggetto: il segno dell’ineluttabilità che implacabilmente marca chiunque. Questa particolare situazione determina il fatto che chi afferma “io” stia già compiendo un movimento di désistance costitutiva dell’essere Individuo e poi Soggetto.
In definitiva, è quindi in gioco la questione del fondamento del Soggetto, questione che viene caratterizzata come senza fondamento perché costitutivamente désistance. Importante sottolineare come, coerentemente con l’intento di sfuggire ad un pensiero del fondamento, il pensiero della désistance non sia esso stesso una metodologia della fondazione, quanto piuttosto identifichi una serie di movimenti da mettere in atto per contrastare il pensiero della fondazione del terreno del Soggetto.
In conclusione, il discorso di Derrida in relazione al pensiero di Lacoue-Labarthe mi sembra un modo innovativo e generativo per affrontare la questione del Soggetto, in particolare sotto un aspetto: la questione delle “origini”, definite come marchiate a fuoco dall’ineluttabilità, in relazione alla quale siamo sempre in ritardo, motivo per cui chiunque affermi “Io” è preso in un duplice gioco con l’ineluttabile, dove questo “Io” si può concepire come anteriore all’affermazione, motivo per cui si costituisce come soggetto libero ma privo dell’ineluttabilità, o come posteriore all’affermazione, dove però l’affermazione “io” avviene in seguito all’ineluttabilità, ponendomi inevitabilmente in ritardo. Derrida sviluppa il pensiero della désistance come movimento di destituzione intrinseco e primigenio del soggetto, disinnescando così qualsiasi fondazione preliminare: in questo modo si apre un momento del pensiero, un pausa in controtempo rispetto alla vita, da cui ri-partire per evidenziare i processi in gioco nella formazione del Soggetto.

2.- Michel Foucault e i processi di soggettivazione: il concetto di “dispositivo”
Dopo aver presentato il punto dell’origine della soggettività secondo l’ottica del “ritardo” di Jacques Derrida, penso che per continuare un progetto critico-filosofico sull’individuo sia generativo accostare il concetto di “dispositivo” messo a punto da Michel Foucault per descrivere il reale accadere delle dinamiche di potere che costituiscono il Soggetto. La riflessione sull’individuo tramite l’utilizzo del concetto di dispositivo permette di porre in questione un aspetto centrale della nozione di individuo, comune a quanto evidenziato già dalla riflessione di Derrida ma sotto un altro punto di vista: le dinamiche di potere, lungi dall’essere in mano all’individuo, lo modellano a sua insaputa, rendendolo quindi Soggetto nel senso participiale del termine, ovvero “soggetto assoggettato”.
Pur utilizzandolo in maniera cruciale, Michel Foucault non dedica quasi mai momenti di definizione o esplicitazione del concetto di dispositivo, nonostante incominci ad utilizzarlo nei suoi scritti con una grande frequenza a partire dagli anni ’70. Quindi, vorrei riportare una delle poche testimonianze in cui il filosofo parla esplicitamente di tale nozione, durante un’intervista del 19722:

Ciò che io cerco di individuare con questo nome, è, innanzitutto, un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve: tanto del detto che del non-detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo è la rete che si stabilisce fra questi elementi […] col termine dispositivo, intendo una specie – per così dire – di formazione che in un certo momento storico ha avuto come funzione essenziale di rispondere a un’urgenza. Il dispositivo ha dunque una funzione eminentemente strategica […] Ho detto che il dispositivo è di natura essenzialmente strategica, il che implica che si tratti di una certa manipolazione di rapporti di forza in un intervento razionale e concertato nei rapporti di forza, sia per orientarli in una certa direzione, sia per bloccarli o per fissarli e utilizzarli. Il dispositivo è sempre iscritto in un gioco di potere e, insieme, sempre legato a dei limiti del sapere, che derivano da esso e, nella stessa misura, lo condizionano. Il dispositivo è appunto questo: un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati.

Da questo estratto possiamo evidenziare tutte le caratteristiche fondamentali per una definizione generale.
Innanzitutto, il dispositivo è di natura eterogenea, il che implica che al suo interno possono essere trovati elementi di ogni sorta, del tutto differenti gli uni dagli altri, elementi “tanto del detto quanto del non-detto”, il che significa che all’interno del dispositivo agiscono anche elementi nominati ed elementi taciuti quali i significati simbolici, le dinamiche erotiche, compresi gli elementi del “non-visibile”.
Il secondo elemento è la sua organizzazione strutturale reticolare che assume una determinata conformazione in funzione di una determinata esigenza strategica che emerge all’interno di specifiche coordinate storiche: la struttura del dispositivo muta in relazione alle esigenze strategiche e alla contingenza storica.
Terzo elemento, il dispositivo obbedisce a istanze di potere che producono effetti di forza che costringono chi subisce l’effetto del dispositivo ad assumere determinati comportamenti, ossia a subire l’irregimentazione dell’azione del dispositivo.
Il quarto elemento evidenzia una corrispondenza intrinseca all’azione del dispositivo tra istanze di sapere e istanze di potere, in un circolo vizioso all’interno del quale è difficile stabilire un punto di inizio di tale legame.
Quinto e ultimo elemento, non presente nell’intervista ma sua diretta implicazione, l’azione congiunta del binomio sapere-potere determina effetti di soggettivazione: gli individui che finiscono nel reticolo del dispositivo vengono determinati da una forma di soggettività specifica del dispositivo in atto. In ultima analisi, il funzionamento ad ingranaggio degli elementi eterogenei di uno specifico dispositivo mostra a quali strategie di potere risponda e quali costruzioni di sapere produca, determinando così una specifica forma di Soggettività.
In questo modo, così come Derrida ma sotto un’ottica differente, Foucault mostra come la nozione di Soggetto debba essere intesa come frutto di processi afferenti alla doppia dimensione del sapere-potere, processi che danno forma al Soggetto ma che questi non controlla.


  1. Derrida J., “Désistance” (1989), saggio sul filosofo Philippe Lacoue-Labarthe in Derrida J., Psychè. Inventions de l’autre II, Galilée, 2003, pg. 238. 

  2. Foucault M., Dits et écrits, Gallimard, Parigi, 1994, vol. III, pgg. 299-300, in Agamben G., Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma, 2006, pgg. 6-7. 

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