L’illusione e l’economia

In un articolo apparso il 12 gennaio su Repubblica, il filosofo Maurizio Ferraris sostiene la tesi secondo la quale l’economia è l’ambito privilegiato in cui vige il principio secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni. “Se c’è un campo in cui i fatti sembrano di gran lunga superati dalle interpretazioni, questo non è, come futilmente sostenevano molti epistemologi del secolo scorso la fisica, ma l’economia”.

La tesi sembra paradossale. Non sono forse stati gli ultimi due secoli quelli nei quali buona parte della filosofia e delle scienze sociali (e basti citare soltanto l’esempio di Marx a questo proposito) ha sostenuto l’idea che l’economia sia la struttura e il fatto fondamentale sopra il quale si edificano tutti gli ambiti del sapere umano? Non è stata l’economia il terreno sul quale la filosofia ha potuto effettivamente esercitare l’eredità del suo glorioso passato tanto da poter dire che “i filosofi hanno diversamente interpretato il mondo mentre ora si tratta di cambiarlo?”

Ferraris precisa certamente “che nessuno si sognerebbe di negare che esista una realtà economica, proprio come esiste una realtà giuridica. Ma è anche necessario sapere che questa realtà, così come tutti gli ambiti in cui si assiste alla produzione di oggetti sociali, deve essere sistematicamente interpretata e relativizzata” in base al principio per cui ogni oggetto dipende dal soggetto. Per questo l’economia avrebbe, conclude il filosofo, al contrario di quello che avviene per gli oggetti naturali, un grande bisogno di ermeneutica al fine di contrastare la tirannia dei fatti economici.

L’articolo di Ferraris, che con tale affermazione sembra ritirare con una mano quello che aveva concesso con l’altra, conclude per una sorta di necessità ermeneutica che tenda a sospendere o a temperare quel movimento, chiamato neo-realismo (da lui stesso rilanciato) volto a ristabilire il primato della realtà esterna o dei fatti rispetto alla coscienza umana. Ferraris dovrebbe allora chiarire meglio in che modo il suo realismo debba essere compatibile con le esigenze di una giusta, migliore e favorevole interpretazione dell’economia (al di là della problematica affermazione della differenza tra oggetti naturali e oggetti sociali).

Il problema generale tuttavia, nel quale risiede il nido di contraddizioni nel quale il neo-realismo tende a cacciarsi, è che il tentativo di affermare l’autonomia della realtà esterna viene fatto in modo ingenuo, come cioè se dimenticasse la svolta copernicana di Kant, annunciata già da Cartesio e radicalizzata poi da Hegel, in base alla quale ogni fatto è prima di tutto il fatto ineludibile della propria coscienza e della propria soggettività. Se non saprà risolvere questo problema, che consiste nella verità dell’idealismo, e renderla compatibile con la tesi di chi sostiene l’esistenza di una realtà indipendente dalla coscienza, la filosofia non uscirà dal vicolo cieco nel quale è stata relegata all’inizio dell’età moderna.

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