Le cose perse e salvate di Emanuele Severino.

emanuele-severino2Magistrale, di nome e di fatto, come sempre. La lezione di Emanuele Severino, nella Piazza Grande di Modena, non ha deluso le nostre attese. Una delegazione  corposa di RF ha attraversato l’Italia per assistervi, sabato scorso, all’interno del Festivalfilosofia , quest’anno dedicato al tema delle cose. Il filosofo bresciano, autentico punto di riferimento per gran parte di noi, ha confessato di aver lavorato intorno a questo concetto, a volte anche ossessivamente, per lunghissimi anni, di fatto regalandoci in poco più di un’ora il distillato di quel sedimentato sapere. Seguendo il suo ormai proverbiale metodo filo-genealogico Severino ha pazientemente ripercorso il legame primordiale che, in Occidente, associa il significato di cosa, nelle sue varianti greco-antiche di pragma come in quelle tardo e neolatine di res e di was, allo strappamento dal Sacro originario che questa idea-parola, da sempre, ha rappresentato.

La mela edenica, simbolo dell’essere-come-dio, e per questo bramata dall’uomo adamitico, è solo uno degli esempi paradigmatici scelti per sostenere la tesi di fondo della lectio: ovvero che le cose rappresentano, ultimativamente, la lacerazione, il differenziarsi dall’originaria matrice sacra del Tutto: e come tali, con quel significato esse si sono insediate nel linguaggio prima, ma soprattutto nel pensiero che pensa e nomina le cose poi, con tutta la proterva violenza della follia  nichilistica che abita la terra, e che fa dell’uomo “un carpentiere che, all’interno di una nave, ripara falle senza sapere dove la nave stessa stia naufragando”. È a questo punto, mentre gli ultimi raggi di sole lambivano ormai quella piazza maestosa, coi segni ancora visibili intorno della ferita sismica, che Severino ha affondato, da autentico e ineguagliato matador, la sua inconfondibile e instancabile banderilla nel cuore pensante di quella folla in silenzioso ascolto: credere le cose separate e quindi divenienti, in perenne transito dal nulla all’essere, resta il supremo errore ed orrore,sul quale l’umanità continua colpevolmente a “galleggiare con beata incoscienza”. Eppure, ha concluso il filosofo nel suo inesausto e sempre emozionante tentativo di sfidare quella follia stavolta addirittura sul suo stesso terreno, ad essere in-apparente,  empiricamente non sperimentabile è, paradossalmente, proprio il divenire, e non l’eternità, se è vero che nel ricordo, in ogni ricordo (il suono rammemorato non di “un campanello”, ma di “quel campanello” di proustiana memoria…) noi possiamo sempre pescare a piene mani, proprio perché esso non è un nulla, non è evaporato con il passato, ma è appunto un eterno sempre disponibile, sempre salvo, e quindi incancellabile. Alcune osservazioni critiche, pur modestissime come possono essere le nostre, di fronte a un tale gigante del pensiero contemporaneo, restano, e crediamo siano esibibili in questa sede: il ricorso talora eccessivo alle metafore, suggestivo ma sempre a rischio di slittamenti semantici, o quella ostinazione a piegare le categorie parmenidee ad una lettura di contesti socio-economici attuali, onestamente così distanti e stridenti (per non dire contraddittori) da quel linguaggio che parla di eterni e del loro necessitato farsi avanti nel cerchio del visibile. Ma, ripetiamo, vorremmo che anche queste suonassero solo come un indiretto omaggio, l’ennesimo, a un uomo e a un pensiero cui ognuno di noi si sente, in diversa misura, debitore, e di cui porteremo come sempre a lungo l’eco di parole a loro modo salvifiche, come quelle con cui ha voluto chiudere il suo intervento modenese: «la constatazione dell’eternità degli enti, e il nostro non diventar altro, coincidono con la gioia».

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Grazie per essere riuscito a trasmettere non solo il contenuto di una splendida lezione, ma anche quella condizione di sospensione dell’apparenza -e di disvelamento della vera essenza della realtà- che costituisce il senso profondo di ogni contatto con Severino.

Chapeau.
Splendido contributo.
Il ricordo dell’ultima frase di Severino è una cosa che mi dà ogni giorno i brividi, ogni volta che ripenso alla grandezza che vi è dietro.
Splendido,
complimenti ancora al redattore: Giovanni Marinangeli.

purtroppo non c’ero. però ho sentito la lezione qui: http://www.youtube.com/watch?v=jMItLeVJGVE&feature=player_embedded
e questo vostro articolo rende magnificamente il valore davvero superlativo della analisi di emanuele severino
grazie per l’attenzione e un saluto di gratitudine a severino

ps mi sono permesso anche di trasferire il video youtube in singoli files audio qui: http://antemp.wordpress.com/2012/09/15/emanuele-severino-cose-prime-festival-filosofia-2012-15-settembre-lezioni-magistrali/

Un gigante il Professore. Si dovrebbe approfondire il suo discorso anche nelle sedi piu’ popolari e favorirne la diffusione in modo da renderlo piu’ semplice per tutti..

Giovanni ha colto perfettamente, anche nei suoi rilievi critici che non debbono mai mancare in una prospettiva filosofica, il punto cruciale della lezione di Severino: il fatto che il divenire altro delle cose non appare. La legna non diventa cenere e dunque nell’affermazione contraria risiede tutta la follia nichilistica dell’Occidente.
Ora però bisogna chiedersi: basta questo a salvare, detto in termini hegeliani, il finito? Il fatto cioè che la realtà si costituisce come una serie di attimi eterni, ciascuno dei quali non ha connessione con lo stato successivo, così che l’attimo precedente semplicemente scompare alla vista dell’apparire senza per questo disperdersi nel nulla, basta a fondare la Gioia? È sufficiente cioè che la ragione logica prevalga sull’esistenza e che dunque la ratio prevalga sulla causa? Io dico soltanto questo: già una domanda di questo tipo ci pone nella necessità, questa sì salvifica, dello studio della sapienza. In altre parole: di una necessità antica.

    Caro Maurizio no, non basta questo. Ma ciò non è una sorpresa nè per il professore nè per il discorso con cui si accompagna. Puoi trovare la stessa domanda nei suoi testi come obiezione e la risposta data è che no, il sapersi eterni non basta per la scomparsa del dolore (che non potrebbe -come è- che essere un tramonto). Ma chi sa di essere eterno, o meglio, la consapevolezza dell’eternità di ogni ente non può più soffrire come soffre la convinzione di essere mortale. Perciò anch’io dico come te che la necessità è antica, ma non la più antica, bensì l’unica e originaria, che non è ‘di’ questo mondo; questo mondo, poi, in quanto è questo qui, non può che soffrire.

      Forse è vero, gentile PierLuigi, che la consapevolezza di essere eterni non determina la completa eliminazione del dolore, per esempio per la morte. È altresì vero, però, che questo mondo qui – come Lei lo chiama – è sofferente perché noi ci vediamo la sofferenza che in realtà non c’è. Come dice lo stesso Severino in una splendida intervista su “Che cosa vuol dire morire?”, noi siamo dei re che si credono mendicanti. E per questo soffriamo.
      Questo mondo non è da salvare, è già salvo, perché eterno.
      Questo mondo – compresi noi, eterni, che ci viviamo – non è cambiare; bisogna solo ripulirlo dal fango e dalla sporcizia. Ecco: questa è la necessità dell’uomo filosofo, ripulire il mondo dei re dalla sporcizia lasciata dai mendicanti.

        Saverio, io però non riesco a spingermi fino a dire, come tu dici, che questo mondo qui è sofferente perché noi ci vediamo la sofferenza che in realtà non c’è. La sofferenza c’è eccome! Anzi si potrebbe dire che l’uomo è, in quanto tale, l’essere che soffre. Bisognerebbe allora non essere uomini per non vedere la sofferenza! Ti faccio notare poi che quella del fango e della sporcizia altro non è che una metafora del male.
        Io volevo però chiedere a PierLuigi: che cosa intendi che la necessità non è la più antica, bensì l’unica e originaria che non è di questo mondo?

          In parte potrei essere d’accordo con te, ma allora dobbiamo affermare che noi dobbiamo salvarci. Cioè che abbiamo bisogno di una formula escatologica, per salvare il nostro “finito”, per non permetterci di soffrire costantemente.
          E sai che pululare di risposte irrazionali si trovano quando si richiede un’ancora di salvezza.
          Io, se sono eterno, lo sono anche quando soffro. Ma soffro perché non so di essere eterno.

Avevo già mosso, precedentemente, questa difficoltà nel pensiero (geniale) di Severino. Anche se lo avevo espresso in altri termini, e cioè: l’uomo esperisce una cosa completamente differente da ciò che la ratio afferma (cioè l’eternità di ogni ente, in quanto ente), e questo dover vivere in una condizione dove la finitezza delle cose appare dilagante, non facilita il mettere in atto ciò che la ragione afferma.
Ossia: non è così semplice pervenire alla Gioia, non tanto perché è concettualmente inarrivabile, ma perché nell’esperienza, nella vita, nel quotidiano, bisogna continuamente praticarla.
Ecco allora la necessità salvifica dello studio della sapienza, e dell’applicazione (anche morale, permettetemelo) della sapienza stessa. In un continuo crescendo, verso la Gioia.

COME INVIARE UNA MAIL DIRETTAMENTE AL FILOSOFO EMANUELE SEVERINO?….GRAZIE.CLAUDIO SILVESTRO

In attesa di proporre un contributo (forse) più articolato, ma comunque sempre consapevole della propria insufficienza… mi permetto di riprendere questa “vecchia” e bella discussione (ma “vecchio/nuovo” è categoria filosofica? direi proprio di no…).
Quindi, mi sento autorizzato a proporre qualche piccola riflessione e provocazione.
Cerco di posizionare il mio commento in modo da rispondere a tutti insieme, ma non so se ci riuscirò…

@ Saverio
La “sporcizia lasciata dai mendicanti” è un fatto (essente) anch’essa, e questo – juxta Severino – è esso stesso eterno… quindi come la “toglieresti”?
Intendo: senza contraddire la “verità dell’essere”?
La domanda è, in realtà, colossale – e non perché la pongo io, ovviamente -: investe il senso stesso del farsi portavoce della “verità dell’essere”, del “destino della necessità” da parte di Severino al cospetto del Nichilismo occidentale… ossia: può “fare” qualcosa la verità (che Severino, coerentemente, dichiara non “sua”) di Severino rispetto al mondo, in cui egli la rende manifesta, anzitutto a se stesso?
Evidentemente no, non può né deve “fare” nulla, ché altrimenti renderebbe nullo il Nichilismo, partecipandovi (quindi riaffermandolo radicalmente)!
Ma, allora, può lasciar essere la Follia nichilistica?
A mio avviso, parimenti no! perché lasciar sussistere la negazione della Verità, pur come negata, eterna essa stessa e, soprattutto, impenetrabile da parte della Verità (la quale sarebbe la radice “inconscia” dell’Errore, ma l’Errore non potrà MAI saperlo: che “radice” è, se esso non lo sa né mai lo saprà!?) è modo retorico per rendere la Follia vera essa stessa: ossia, pur come momento, Verità essa stessa.
Questo non spacca, forse, internamente la Verità in una contraddiznoe suprema ed insostenibile che la dilania nel modo più nichilistico che si possa immaginare?
Secondo me, ciò rende palese che Severino incarna il nonplusultra (in senso stretto) del Nichilismo, contra mentem…
Egli afferma la (auto)contraddizione assolutamente radicale, insuperabile, quindi la negazione più terribile del Vero.
Allora – se è così – o è nullo TUTTO il discorso di Severino, oppure è nulla TUTTA la verità qua talis… e lo dico senza “partito” (laico o religioso) preso, sia chiaro.

@ Maurizio @ tutti
Fondamentale il richiamo alla “contraddittorietà del finito” hegeliana, che a mio avviso Severino non supera ma, al massimo, “congela” in una – problematicissima, a mio avviso – immediatezza logico-fenomenologica.
Egli “fissa” la negatività (A come negativo di non-A e viceversa), bloccando la di lei necessaria “dinamicità”, che è poi la contraddittoria natura del finito/determinato (= è la stessa contraddizione o contraddirsi come “essere” del finito) impedendo, come direbbe Hegel, al finito di realizzarsi togliendosi.
La contraddizione “positiva”, per così dire, severiniana (la cd. contraddizione C) è tutta costruita su tale “fissazione” del finito, assunto come essente, nonostante la contraddizione (nel senso di autocontraddizione) ad esso immanente, che lo renderebbe inessente, o meglio puro dileguare.

E spingerei più a fondo su questo punto, chiedendo:
prima di porci la domanda sul PERCHE’ degli attimi, i momenti eterni apparenti/scomparenti d cui nella trascendentalità dell’apparire (l’apparire dell’apparire) non si può attestare l’annullamento,
ebbene prima ancora mi chiederei SU QUALE BASE sia possibile “pensare” questi stessi momenti, ossia SE gli essenti finiti “siano”, siano capaci di esibire sussistenza ontologica autonoma ovvero in grado di sanare essi stessi la loro contraddizione immanente…
Per Severino, a me sembra, la connessione tra gli istanti eterni vi è eccome! non appaiono causalmente – in questo dissento dal primo commento di Maurizio (precisamente come non apparirà causalmente, se apparisse, la replica di Maurizio senza connessione a questa mia replica, a sua volta connessa al suo precedente… e così via, pur senza che nessuno dei nostri commenti vada a “produrre” l’altro o dall’altro “venga prodotto”, ma piuttosto si limitino ad esplicitare, in un senso o nell’altro, ciò che nei precedenti era già presente, pur implicitamente) -.
Tuttavia, a mio avviso, Severino non fonda la consistenza ontologica dei momenti, se non artificiosamente.

Ma a Maurizio direi anche questo:
la ragione, come tu dici, non è solo “logica” prevaricante vs “esistenza”, ché – ti chiederei – questa distinzione è solo essenziale (logica) oppure solo esistente (esistenza), o indistintamnete logica-ed-esistente?
E chi/cosa pone questa domanda? (di certo non uno dei termini oggetto della domanda).

E chiederei anche se – ma qui si aprirebbe un altro fronte (per quanto essenziale ed essenzialmente connesso) – la determinazione dialettica (in gergo severiniano: la coimplicazione di esser-sé e esser-altro dall’altro) renda effettivamnente ragione, in senso logico ed ontologico, della semplicissima ed irripetibile (e come tale fuori ogni relazione) unicità ossia singolarità di questa-cosa-qui, come di ciascuna cosa.
La quale unicità/singolarità compete ad OGNI contenuto dell’apparire, ad OGNI singolo “sopraggiungente”… che, quindi, per la semplicità della sua singolarità sarebbe insieme in-relazione e fuori-relazione (non è questa una contraddizione, almeno se “analiticamente”, anziché dialetticamente ma in senso ben più radicale, disposta?).

P.S.
Se è vero che non appare che le cose, scomparendo, divengano nulla… è altrettanto vero, a mio avviso, che non appare affatto che ad apparire sia NECESSARIAMENTE l’essere delle cose (dell’ente, ossia l’ente nella sua interezza, il tutto di esso).
Ciò che appare esiste bensì (è qualcosa), ma non è restando nell’apparire che trovo attestazione irrefragabile che ciò che esiste anche “sia” (= sia necessario, innegabile, sia “esse in se”, ché apparire è per sua essenza apparire “ad altro”, quindi l’essere che appare è “esse in alio”).
Con la complicazione che ciò-che-appare e ciò-a-cui-appare sono evidentemente un “idem”, un medesimo (essere).

P.P.S.
Perciò, così risponderei – in uno – alla tenzone tra Maurizio e Saverio “de malo”:
“Bisognerebbe allora non essere uomini per non vedere la sofferenza!” (Maurizio)
“In parte potrei essere d’accordo con te, ma allora dobbiamo affermare che noi dobbiamo salvarci. Cioè che abbiamo bisogno di una formula escatologica, per salvare il nostro “finito” (Saverio)
>

Sei sicuro, Maurizio, che “sofferenza” coincida con “male”?

Sei sicuro, Saverio, che sussista incontraddittoriamente quel “qualcosa” (noi, enti finiti) rispetto a cui ci si chiede se “salvezza” sia o no necessaria?

Non condividono, forse, una medesima visione di fondo sia chi sostiene la necessità della salvezza sia chi sostiene la non-necessità della salvezza: convengono, infatti, entrambi nel riconoscere che il finito (salvabile, da salvare o già salvo) intanto “sia”…
Ma se il finito fosse il suo stesso “trascendersi” (nota: trascendersi importa sofferenza!) ossia puro “annullarsi” (nota: annullarsi non è nulla, anzi è assolutamente “non-annullabile”!) annullarsi nell’infinito che esso “già è” – perché solo l’infinito “è” senza contraddizione -, allora la domanda circa la “salvezza” non ci apparirebbe astratta essa stessa?
E quindi il – tanto libero quanto necessario – “dileguare” del finito coinciderebbe con la sua “eternità” ovvero con la “salvezza”…

Non significa, con ciò, “giustificare” ogni sofferenza, ma solo la sofferenza come compiersi di ciò che non può non attuarsi: questo importa, si badi, anche il togliersi della sofferenza (intesa come mediazione) nel compimento di ciò che deve attuarsi, nel compiersi necessario del Necessario.
La necessità della mediazione non è, quindi, la stessa necessità del compimento – il quale dominagli stessi porsi e svolgersi e togliersi della mediazione intima ad esso (leggi anche: sofferenza)?

Diversamente, il mantenimento nella “Gioia” severiniana di ogni sofferenza come di ogni gioia, di ogni dolore come di ogni felicità… mantenute pur come destinate all’oltrepassamento infinito, in realtà giustifica tutto senza giustificare nulla: si mantiene e si oltrepassa la sofferenza senza che essa possa (come deve) negarsi, cioè annullarsi perché in realtà essa è privazione, non-essere, è negatività (pur esistendo) non positivizzabile.
In Severino – a quanto intendo – essa è positivizzata sicut est: dove starebbe (anche in senso meramente psicologico, quindi ateoretico) l’aspetto “entusiasmante” di tale prospettiva?
Questa “eternità” a me pare somigliare terribilmente alla eternità dell’ “inferno” più che del “paradiso in terra”, detto in termini impropriamente teologici ed in senso provocatorio, chiaramente…
In tal senso, rovescerei l’annotazione di PierLuigi, secondo cui chi sa l’eternità degli enti esperirebbe la sofferenza in modo diverso: questo modo – ammesso che “quella” sia l’effettiva eternità – appare a me tremendamente terribile.

Nota anche:
se l’essente finito è il suo stesso trascendersi, come si potrà presumere di oggettivarlo (= trascendere il trascendimento, contraddittoriamente) per determinare l’essere dell’essente?
Sapere che il finito è trascendimento in atto è già la presenza dell’infinito (Logos), o non sarebbe mai possibile saperlo.
Tuttavia, con ciò stesso si riconosce che “del” Logos, che è lo stesso Essere (pur senza chiamare in causa il prologo giovanneo…), non si può dire nulla (se non appunto che esso necessariamente “è”)!
Con ciò, però, non verrebbe meno solo qualche aspetto del pensiero di Severino, ma crollerebbero le sue stesse fondamenta… non si porrebbero nemmeno.

POSTILLA:

con riferimento a quanto inizialmente (nel precedente mio intervento) dicevo rivolgendomi @Saverio … ma, poi, anche ovviamente a chiunque volesse raccogliere la pro-vocazione, faccio questa ulteriore riflessione che dà, almeno a me, qualche notevole difficoltà.

La Follia, il nichilismo sono “radicati”, come si sa, per Severino nella Verità dell’essere: essa sa la Follia come tale.
La Verità in tal senso è anche la verità dell’Errore.
E fin qui non si può non essere pienamente concordi.

Tuttavia, tale “radice” non è consaputa dalla Follia (è “inconscia”), ovvero essa si sa come Verità e non come Follia.
Anche qui pieno accordo.

Ma – ecco il punto delicato e, a mio avviso, catastrofico (la sua portata apparirà più avanti, ma è già tutta presente qui) – per Severino la Follia NON PUO’ MAI sapersi tale, non può mai “sapersi radicata” – come tuttavia è – nella Verità (appunto perché ciò presupporrebbe sapere anche la differenza tra Follia e Verità, ma la Follia a sé appare Verità simpliciter), in altre parole direi che la Follia non può mai essere effettivamente, veramente se stessa – se è vero, come è vero, che essere implica sapere di essere, e ciò alla Follia è precluso “con verità”, iuxta Severino -.
Tutto ciò appare estremamente coerente con l’intera “struttura originaria”: infatti, sapendosi Follia la Follia cesserebbe di essere tale, ergo si annullerebbe in quanto Follia.
Questo contraddirebbe l’impossibilità originaria – che né uomini né Dei possono smentire – di farsi altro dell’identico, cioè del venire meno dell’esser sé di ogni essente (Follia nichilistica inclusa).

Ma se guardiamo oltre, forse la ineccepibile coerenza si potrebbe rivelare contraddizione insanabile.
Provo, brevemente a esporre quella che è una mia riflessione, come dire, ad alta voce e pubblicamente.

Il sapersi Follia della follia – che mai potrà presentarsi (per le ragioni sopra esposte) – appare o no?
Lo sto enunciando: «Il sapersi Follia della follia non può apparire, pena….etc »
A questa determinazione, non potrà corrispondere mai una concretezza fenomenologica, eppure esso è, in gergo severiniano, un “non nulla”, è qualcosa, insomma è.
E tutto ciò che è deve apparire.
La Follia-consapevole-di-sé, a rigore, non appare neppure “come negata”, perché ad apparire come negata è già la Follia-(sempre e solo)-inconsapevole-di-sé.

Inoltre, il “sapersi Follia della follia” è appunto l’opposto (il negativo) del “non sapersi Follia della follia”, il quale è l’effettivo apparire – eterno esso stesso – della Follia come di fatto apparsa nella storia, come positivo significare dell’Errore assoluto cioè della contraddizione (indentificante essere e non-essere), appunto il celebre Nichilismo dell’Occidente, di cui appare la positiva negazione, il significare della sua impossibilità.
Ebbene, potrà un essente mancare del concreto apparire del suo altro?
Eppure il suo negativo (= “sapersi Follia della follia”) è escluso dall’orizzonte del concreto manifestarsi: se apparisse, infatti, la Follia diverrebbe nulla, e con ciò mancherebbe (= verrebbe meno) il suo di opposto (cioè il “non sapersi Follia della follia”, ossia la Follia come ci è attualmente attestata, e attestata necessariamente, come necessaria secondo Severino)!
Se, in un senso o nell’altro, NON potranno mai apparire entrambi questi significati, potremmo dire che essi “sono”, se non possono MAI apparire concretamente entrambi?
Si noti:
il significato ovvero l’essente “Follia consapevole di essere follia” non è nemmeno negato, perché non è (coincidendo con il nulla, in esso cioè il contenuto contraddittorio – come è per la Follia inconsapevole di sé – non è altro rispetto al positivo significare: il sapersi Follia della follia sarebbe nulla-nullificatosi o nulla come negarsi anche come significanza positiva (questa infatti è propria del Nulla che non si sa tale, della Follia inconscia), e non significherebbe nulla, coincidendo con il nulla-della-follia, cioè nulla-di-nulla).

E, infine, ultima provocazione:
se Severino deve mantenere la Follia in questa sorta di “dannazione (inconsapevole) eterna”, non mancherà alla Gloria uno degli infiniti possibili (e necessari) sopraggiungenti?
E se questo significato non può sopraggiungere (perché esso sopraggiungerebbe solo come pura negatività, come nulla, privo del momento positivamente significante, ovvero nullificando anche il suo sopraggiungere!), di esso non si potrà nemmeno dire che non può non essere oltrepassabile.
Questo porrebbe un limite al dispiegamento infinito della manifestazione “gloriosa”: vi sarebbe – lo stiamo testé attestando – un sopraggiungente impossibilitato a sopraggiungere, un sopraggiungente che si oppone per sua natura al proprio sopraggiungere, più radicalmente un sopraggiungente impossibilitato ad essere se stesso.
E basta questo per invalidare tutta la Gloria: come si sa, il contraddittorio logico di “tutto si manifesta” non è “nulla si manifesta” ma “una cosa non si manifesta”.

Ad abundantiam:
se, come chiaramente è detto, la Follia è l’Errore e l’Errore è lo stesso Nulla, essa è solo se permane (eternamente) inconsapevole di esserlo, altrimenti:
AUT
il suo divenire consapevole di sé è un divenire (pur inteso in senso non nichilistico, come apparire di un eterno) precluso, impossibile: essa è Follia solo per-altro, cioè per la Verità: la Follia è nulla, ma non può esserlo per-sé sapendosi, ed essere è sempre sapere-di-essere.
La Follia, in altri termini, sapendosi tale sarebbe o l’apparire del Nulla come tale (non come negato) essendo la Follia il Nulla stesso, oppure – che è lo stesso – sarebbe nulla-di-Follia cioè Verità essa stessa, e con ciò la Verità sarebbe assoluta bensì ma non più come “opposizione originaria”, essendosi nullificato (venuto meno) il nulla per così dire.
AUT
se la Follia deve non poter divenire consapevole di sé, allora la Follia-consapevole-di-sé è un apparire che non potrà mai apparire.
Appare come il non-mai-apparente?
A se stessa non appare nemmeno come questo… eppure essa è un essente di pari dignità di ogni altro essente, perché dovrebbe venirle preclusa una “scena” dello spettacolo dell’essere? perché dovrebbe venire mantenuta “”isolata” da almeno un’altra determinazione?
E con ciò, dal momento che almeno un essente non appare, non sarebbe più vero che tutto l’essere anche appare di necessità.

Per mio altro “contributo” sarà meglio che attenda un po’ di tempo ancora, per non abusare e dello spazio qui concessomi e della vostra pazienza…
Comunque, dico: a risentirci.
Soprattutto confidando in un vostro riscontro, che è quanto mi interessa di gran lunga di più.

Ciao a tutti e Buon Natale!
A risentirci.
Marco

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