L’applicabilità della filosofia (I)

fango16.9

L’applicabilità di una materia, di un regolamento giuridico, o più semplicemente di un teorema, è la sua capacità di essere, appunto, applicabile. Ovvero di passare da un piano teorico a uno pratico; in filosofia si direbbe “dall’universale al particolare”. Alla filosofia, per sua costituzione, è connaturata questa esigenza di applicabilità; essa si è sempre occupata non solo dell’universale, ma anche del particolare. Dell’Essere, ma anche della polis, cioè della struttura politica e dei rapporti tra le persone che al suo interno possono così mantenere un equilibrio più o meno stabile. Credere, però, che la filosofia si debba interessare solo ed esclusivamente di ciò che abbiamo appena chiamato la struttura politica, e che i filosofi siano chiamati a dare indicazioni concrete riguardo alla scelte politiche, sembra una forzatura. La richiesta è infatti manchevole di alcuni passaggi essenziali che la storia della filosofia stessa ci ha insegnato con grande chiarezza.

Qui si vorrebbe tentare di ricordare, più che mostrare, come la filosofia, ben prima di potersi applicare politicamente alla realtà, e quindi rispondere a “questioni concrete”, sia esercizio della domanda. Dalla filosofia, in primo luogo, non ci si possono attendere le risposte adatte ad ogni tipo di questione, ma qualcosa di più importante delle risposte: il metodo per provare a rispondere. Un metodo per analizzare i problemi, allargare il cerchio e riposizionare i problemi. Henri Bergson, nella prima metà del Novecento, sosteneva che molti dei problemi filosofici (e non solo filosofici) potevano essere risolti riposizionando la questione. Cioè, alcune cose appaiono come problemi perché sono state mal poste; ad esse non servono risposte, diceva Bergson (filosofo che ha donato lunghi anni della sua carriera – quelli fra le due guerre – alla vita politica e diplomatica), piuttosto occorre sciogliere il nodo che le rende apparentemente problematiche. Già premettendo questo, e ricordando come la filosofia possa, intanto, consegnare nelle mani di chi ne ha necessità un metodo, la questione della sua “applicabilità” si smorza. Ma non decade.

Ancor prima di esporsi tentando di dare soluzioni pratiche, la filosofia, e coloro i quali si ritengono filosofi, hanno sempre il dovere di domandarsi, a loro volta, la possibilità della filosofia. Cosa significa? È necessario che il sapere filosofico non si dia per scontato, ma metta costantemente in dubbio il suo essere un pensiero “puro”, realmente capace di interrogarsi intorno all’universale. Solo questa sua possibilità, allora, potrà permettere di applicare il metodo e una certa concezione di ciò che è generale, al particolare. In altre parole: è possibile, ancora oggi, o lo è stato mai, un residuo essenziale di pensiero che non sia vincolato al dato empirico? Si dà la possibilità di un pensiero assoluto, cioè sciolto da ogni legame con la doxa? Porre queste domande appare inutile e ai più sembra una via d’uscita che la filosofia si crea per scappare dalle questioni che assillano le vite degli uomini. Coloro i quali pensano ciò, hanno ragione: la filosofia deve porsi queste domande in sé, dentro il suo stesso farsi filosofia e non quando le viene chiesto di passare al piano del particolare. L’esigenza di questo passaggio è naturale e ineluttabile ma non può prescindere da un ragionamento interno alla filosofia stessa che può sembrare in controtendenza con l’urgenza e la velocità con la quale emergono i problemi nel mondo contemporaneo, e che però è fondamentale per tentare di dare delle risposte che non siano un frutto malato di quell’urgenza della quale sentiamo la pressione.

In questo senso vorremmo ricordare, attraverso tre veloci passaggi all’interno di alcuni autori capitali della storia della filosofia occidentale, come la filosofia, nella misura in cui si domanda – all’interno del piano generale – qual è il suo statuto, si delinei come il forsennato tentativo di dare realtà all’affermazione di tutto, sgretolando così alla radice ogni duplicità con il negativo e la negazione.  Solo il passaggio successivo di questa mai paga interrogazione intorno all’affermazione dell’essere, intesa come pratica inclusiva dell’essere stesso, nella quale nulla viene escluso e tagliato fuori, sarà un “giudizio”, una “valutazione etica e politica” sulle cose del mondo. Quello che viene dopo, però, non può andare a toccare – secondo gli autori che brevemente tratteremo, iniziando da Platone – ciò che, di per sé, si dà senza sosta: la realtà. Non si tratta, si badi bene, del tentativo di tornare ad un realismo ingenuo di cui in questi anni abbiamo sentito spesso l’eco. Si tratta piuttosto di ricordare la radice ultima del filosofare, la sua vena antica: un dialogo continuo fra ciò che è teoresi e ciò che è pratica.

Il Parmenide di Platone
Un giovanissimo Socrate si trova in casa di Pitodoro, insieme a Zenone e Parmenide. Lo Straniero di Elea è molto anziano, ha all’incirca sessantacinque anni, ed è il padre filosofico di un movimento straordinario che si muove tra le vie di Atene. Socrate si era recato presso l’abitazione di Pitodoro perché Zenone avrebbe discusso e dimostrato l’inesistenza del molteplice, immaginiamo anche per mezzo dei suoi celebri paradossi. Dopo la prima esposizione di Zenone ha inizio il dibattito fra lo Straniero di Elea e Socrate. Quest’ultimo difende ed espone la sua celebre dottrina delle idee, e cerca di rispondere in maniera convincente, nonostante la giovanissima età, alle incalzanti questioni che gli pone davanti il maestro Parmenide. La tesi socratica vacilla però quando Parmenide chiede se anche le cose di poco valore («quelle realtà che sembrano ridicole, come capelli, fango, lordura o qualsiasi altra cosa tu voglia, vile e spregevole»1 ) partecipino delle idee. «No, per nulla!» risponde immediatamente Socrate, colpito nel segno. Piuttosto, argomenta, gli sembra assurdo che anche questi scarti del mondo, ciò che non ha valore a differenza delle realtà della logica, della matematica o le leggi della città, abbiano un’idea dalla quale provengono. E quasi confessandosi, ammettendo il colpo ricevuto, aggiunge: «in verità, a volte mi ha turbato il pensiero se questo discorso [la dottrina delle idee] non fosse applicabile a tutte le realtà. Quando però mi soffermo su questa opinione, subito me ne allontano per il timore di perdermi cadendo in un abisso senza fondo di chiacchiere. Allora rifugiatomi tra le realtà di cui prima dicevamo esistere le idee, lavoro impegnandomi su queste»2.
La grande dottrina delle idee è quindi messa in questione da ciò che non ha valore, dalle cose – aveva detto Parmenide – che trattiamo con mano, con ciò che definiamo vile e il più delle volte dannoso per i nostri alti scopi. Socrate è giovane ma Parmenide gli riconosce una certa valenza filosofica. E aggiunge il vecchio maestro: «la filosofia non ti ha ancora preso come, a mio parere, ti prenderà il giorno in cui non disprezzerai più nessuna di queste realtà [quelle apparentemente senza valore]. Ora, invece, a causa della tua età, tieni in considerazione le opinioni degli uomini»3. In altre parole, solo nel momento in cui Socrate riuscirà ad apprezzare anche ciò che sembra vile e spregevole, egli sarà veramente abbracciato dalla filosofia. Ciò che sembra scarto, sozzura, elemento dannoso e contrario al pensiero, eppure è, va visto e apprezzato in un senso extramorale e quasi pre-giudiziale, ovvero “prima di ogni qualsiasi giudizio”. Questa è la lezione che, tra le righe, Platone ci consegna attraverso le parole di quel padre filosofico che però, in fondo, occorrerà uccidere per continuare a filosofare.

Questo breve passaggio non ci ricorda solo che la filosofia debba fino in fondo mettere alla prova i suoi tentativi di risposta (che è quello che Parmenide chiede di fare a Socrate). Qui piuttosto si sta dicendo che la filosofia potrà realmente abbracciare la nostra esistenza, solo nel momento in cui non ci sentiremo colpiti negativamente da ciò che ci appariva prima vile e dannoso, ma quando anche questo sarà all’interno dell’unico orizzonte di verità entro il quale ci muoviamo. L’autentica filosofia si darà completamente, in tutta la sua grandezza, dice il Parmenide platonico, solo «quando, potremmo dire, i resti, in quanto resti, cominciano a splendere dello splendore della verità»4 testimoniandoci l’origine comune di tutte le cose, la loro sostanziale uguaglianza.


  1. Si veda tutto il passo: Parmenide, 130 a 3 – e 4, trad. mia. 

  2. Parmenide, 130 d 5-9; ho qui seguito la traduzione di Rocco Ronchi, Filosofia della comunicazione, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 31. 

  3. Parmenide, 130 e 3-4; Ivi, p. 27. 

  4. Ivi, p. 32. 

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