L’anamnesi di un crollo nella filosofia di Adorno

Theodor-Adorno

Theodor W. Adorno fu uno dei maggiori filosofi del secolo scorso, in una maniera che, a nostro avviso, aspetta ancora di essere riconosciuta dalla cultura filosofica europea. La sua speculazione magistrale, il suo talento stilistico, la profondità delle sue intuizioni filosofiche lo rendono un unicum, pur in un contesto di alto livello come quello della filosofia novecentesca tra prima e seconda metà del secolo. Egli fu, tra le altre cose, l’unico avversario in grado di contrastare Heidegger sul suo stesso terreno, quello di un pensiero filosofico epocale che sappia realmente rispondere alle drammatiche sfide poste dal nostro tempo.

 

La risposta di Adorno alla domanda sull’essenza dell’uomo ha una sua specificità che difficilmente lo rende assimilabile ad altri filosofi contemporanei, se non forse a quei pensatoriamici che con lui formarono la Scuola di Francoforte, Benjamin Horkheimer e Marcuse, in particolar modo. Essa può essere suddivisa in tre ambiti: l’interpretazione di Odisseo come primo caso di antropologia borghese, l’individuo contemporaneo stretto tra Auschwitz e l’industria culturale con particolare attenzione all’introduzione di Minima Moralia, lo spazio riservato all’utopia. Premessa di questa analisi in tre punti, è che la teoria critica, sulla scia di Hegel e Marx, «attribuisce alla verità un nocciolo temporale anziché contrapporla al movimento storico come qualcosa di immodificabile»1.

Odisseo come primo borghese della storia
Sebbene la mente di Adorno si muovesse a raggera in una molteplicità di campi  il confronto con l’idealismo, su cui è già illuminante il suo primo libro (la monografia su Kierkegaard del 1933), la sociologia, la musicologia, la psicoanalisi, l’estetica e la teoria della letteratura, la filosofia di Husserl, la lotta con il neo-positivismo e l’ideologia tedesca  quando si riflette sul suo pensiero, bisogna sempre partire da quella Dialettica dell’illuminismo scritta a quattro mani con Horkheimer e pubblicata nel 1947.
Anche per il problema che qui ci interessa, la risposta di Adorno alla domanda sull’essenza dell’uomo, la Dialettica dell’illuminismo si rivela preziosa. Il primo capitolo, dedicato al concetto di illuminismo, espone la tesi, ormai classica, dell’opera: «il mito è già illuminismo, e l’illuminismo torna a rovesciarsi in mitologia»2. A questo proposito, è necessario precisare che, per Adorno e Horkheimer, il termine illuminismo non indica il movimento dei lumi tra XVII e XVIII secolo, ma l’intero corso della civiltà europea ed ha la stessa valenza che, in Heidegger, ha il termine metafisica. Ossia la categoria di illuminismo designa, per i due maestri della Scuola di Francoforte, tanto il pensiero dei presocratici quanto la scienza contemporanea e, naturalmente, tutto ciò che sta tra l’uno e l’altra.
Nel primo excursus dedicato a Odisseo, o mito e illuminismo che segue immediatamente il primo capitolo, abbiamo un osservatorio privilegiato per osservare la concezione adorniana e francofortese dell’essenza dell’uomo3. Ciò che, in questo straordinario capitolo della loro opera principale, prende forma è una preistoria della soggettività4. Odisseo, al contrario di Achille, è scaltro. Il suo regno non è la forza o l’ardore guerriero, ma l’astuzia. Odisseo calcola, prevede le circostanze, mette in atto un piano ragionato di azioni, come ogni buon capitano d’industria odierno, determinato a raggiungere la sua quota di profitto. Ma Horkheimer e Adorno ci dicono qualcosa di più: «gli uomini si distanziano col pensiero dalla natura per averla di fronte nella posizione in cui dominarla»5. Odisseo è il modello di ciò, di quella «compatta affermazione-di-sé»6 senza cui non può darsi Io razionale. L’episodio delle Sirene, con la sua soluzione mirabolante (i compagni che remano con le orecchie turate e Odisseo che ascolta, legato, il loro canto), è il miglior esempio di questa dinamica. Ma non si pensi che qui sia in ballo una semplicistica e meccanica applicazione della dialettica marxiana, come spesso capita in molti testi anche significativi del pensiero del novecento; qui, mediando lo Hegel della Fenomenologia con il taglio genealogico di Nietzsche e con Freud, Horkheimer e Adorno arrivano a dirci qualcosa di realmente profondo sul processo storico che ha portato alla nascita dell’individuo come oggi lo conosciamo. Scrivono:

L’umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perché nascesse e si consolidasse il Sé, il carattere identico, pratico, virile dell’uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia. Lo sforzo di tenere insieme l’io appartiene all’io in tutti i suoi stadi, e la tentazione di perderlo è sempre stata con giunta alla cieca decisione di conservarlo7

Franz Kafka, che di crepe dell’io ne conosceva più di qualcuna, scrisse un meraviglioso apologo intitolato Il silenzio delle sirene8 che può essere letto come un’ulteriore variante della dialettica dell’illuminismo, questa volta con l’ulteriore complicazione esegetica dovuta all’introduzione del silenzio che le sirene scelgono, di fronte ad Odisseo, al posto del canto.

Tra Auschwitz e l’industria culturale: l’individuo contemporaneo
Da filosofo tedesco di origine ebraica, Adorno visse l’epoca del nazismo con singolare drammaticità: il primo libro, Kierkegaard. La costruzione dell’estetico, uscì nelle librerie in concomitanza con l’ascesa di Hitler al potere; Adorno, come Horkheimer e Marcuse, fu costretto ad emigrare; nelle tempeste della storia, l’amico e maestro Walter Benjamin fu impigliato e travolto, morendo suicida a Port Bou, sul confine franco-spagnolo, nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1940. Inevitabile che molto della sostanza di quegli anni folli e inconcepibili abbia trovato spazio nella sua opera. Non solo, ci sentiamo di affermare che soltanto nelle sue parole, un evento come Auschwitz ha trovato un’espressione adeguata.
Uno dei luoghi importanti della sua opera, in cui Adorno mette a punto la sua risposta alla domanda sull’essenza dell’uomo, è certamente l’introduzione a Minima Moralia, la suprema raccolta di aforismi pubblicata nel 1951 e dedicata a Max Horkheimer. Il libro, infatti, nelle parole del suo autore, è «il tentativo … di rappresentare momenti della filosofia comune dal punto di vista dell’esperienza soggettiva»9 ed è innegabile che in quella “vita offesa” del sottotitolo si voglia sottolineare che è proprio l’individuo ad essere rimasto sfregiato dall’epoca dei totalitarismi e della bomba atomica.
La vita divenuta apparenza rende false le considerazioni che partono dal soggetto: «la nullità dimostrata ai soggetti nei campi di concentramento investe ormai la forma stessa della soggettività»10. Ma è proprio qui che Adorno, in polemica con Hegel («alla cui scuola», comunque, «si è formato il metodo dei Minima moralia»11) rivendica il valore dell’esperienza soggettiva. Nel momento del suo crollo12, il filosofo corre in soccorso del soggetto. Mentre «le grandi categorie storiche»13 hanno sostanzialmente fallito, la forza della protesta è passata di nuovo all’individuo. Scrive Adorno:

Rispetto all’avarizia di antico stampo che contrassegna la trattazione dell’individuo in Hegel, esso ha guadagnato in forza, ricchezza e differenziazione quanto – per altro verso – ha perduto nella misura in cui è stato indebolito e svuotato di senso dalla socializzazione della società. Nell’epoca del suo disfacimento, l’esperienza che l’individuo ha di sé e di ciò che gli accade contribuisce di nuovo ad una conoscenza a cui esso, viceversa, era di ostacolo finché si presentava – intatto e positivo – come la categoria dominante14.

D’altronde l’industria culturale non rende agli uomini un servizio migliore. Con questa categoria, Horkheimer e Adorno intendevano il trasformarsi dell’illuminismo in «mistificazione di massa», come suona il sottotitolo del capitolo della Dialettica dell’illuminismo dedicato a questo tema. «Il film, la radio e i settimanali costituiscono, nel loro insieme, un sistema»15  e si aggiungano la televisione a colori e i social network per completare il quadro al presente  che ha cambiato il nostro modo di fare esperienza, riducendolo ad un fascio di reazioni prestabilito e predefinito. Ciò che i francofortesi lasciano intendere, è che un’epoca di conformismo paragonabile alla nostra non è mai esistita nella storia dell’umanità. Ciò ricade principalmente sull’individuo, che ne è la vittima designata:

Nell’industria culturale l’individuo è illusorio non solo a causa della standardizzazione delle sue tecniche produttive. Esso viene tollerato solo in quanto la sua identità senza riserve con l’universale è fuori questi. Dall’improvvisazione regolata in anticipo nel jazz fino alla personalità cinematografica originale, che deve avere un ciuffo sull’occhio perché si possa riconoscerla come tale, domina ovunque la pseudoindividualità16.

Lo spazio dell’utopia
Le dichiarazioni di Adorno sull’utopia sono, al pari di quelle di Marx sulla rivoluzione, relativamente scarne. Ma è l’utopia a vibrare come la corrente sotterranea di tutta la sua opera. Diversamente dalla rivoluzione in Marx, essa non è il rovesciamento rivoluzionario dell’esistente ad opera di una classe divenuta consapevole di sé, ma un’idea, un concetto limite della mente. In ciò il messianismo ebraico, condiviso con Walter Benjamin come con Karl Kraus, riveste un ruolo decisivo.
Nell’ultimo aforisma di Minima Moralia, il 153, si afferma che «la conoscenza non ha altra luce che non sia quella che emana dalla redenzione sul mondo»17 e che, rispetto a questa istanza, anche la realizzazione pratica di detta redenzione risulta indifferente. Anche nell’ultimo Adorno, l’enigmatico dispositivo concettuale del non identico nient’altro sarà che l’esigenza di stabilire «un diverso modo di essere dell’uomo nel mondo»18, analogamente al verso di Kraus che dice «origine è la meta», citato da Benjamin nelle tesi Sul concetto di storia19.
Dalle istanze dell’utopia e della conciliazione, l’individuo non potrebbe che risultare trasformato. Poiché, come dice l’ultima frase di Kierkegaard. La costruzione dell’estetico, «il passo dal dolore al conforto non è il più lungo, ma il più breve»20.


  1. M. Horkheimer-T.W. Adorno, Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente (1947); trad. it. Dialettica dell’illuminismo, traduzione di R. Solmi, introduzione di C. Galli, Einaudi, Torino 1997, p. XLV. Questa affermazione appartiene alla Premessa all’ultima edizione tedesca (1969) della Dialettica dell’illuminismo, che può essere considerata come l’ultima dichiarazione congiunta di Horkheimer e Adorno, che morirà pochi mesi dopo. Sempre per ciò che concerne ulteriori messe a punto sul concetto di individuo, cfr. T.W. Adorno, Lettera aperta a Rolf Hochhuth, in: Noten zur Literatur IV (1974); trad. it. Note per la letteratura 1961-1968, Einaudi, Torino 1979, p. 267. 

  2. M. Horkheimer-T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p. 8 

  3. Di questo excursus fu autore il solo Adorno: cfr. R. Wiggershaus, Die Frankfurter Schule. Geschichte. Theoretische Entwicklung. Politische Bedeutung (1986); trad. it. La Scuola di Francoforte. Storia. Sviluppo teorico. Significato politico, traduzione di P. Amari ed E. Grillo, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 334 

  4. Cfr. M. Horkheimer-T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p. 84 

  5. Ivi, p. 47 

  6. Ivi, p. 51 

  7. Ivi, p. 51 

  8. Cfr. F. Kafka, Il silenzio delle sirene (1917), in: Tutti i racconti, a cura di E. Pocar, Mondadori, Milano 2006, pp. 388-389 

  9. W. Adorno, Minima Moralia. Reflexionen aus dem beschädigten Leben (1951); trad.it. Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, traduzione di R. Solmi, introduzione di L. Ceppa, Einaudi, Torino 2015, p. 8 

  10. Ivi, p. 4 

  11. Ibid. Sul rapporto di Adorno con Hegel resta decisivo Drei Studien zu Hegel (1963); trad. it. Tre studi su Hegel, presentazione di R. Bodei, il Mulino, Bologna 2014 

  12. Sulla crisi del soggetto nel mondo contemporaneo, mi sono soffermato, a più riprese (anche attraverso Adorno), nel mio L’apprendista stregone. Note sul rovesciamento di mezzi e fini nel mondo contemporaneo, Moretti&Vitali, Bergamo 2014, cui mi permetto di rimandare 

  13. T. W. Adorno, Minima moralia, cit., p. 6 

  14. Ibid. 

  15. M. Horkheimer-T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, cit., p. 126 

  16. Ivi, p. 166 

  17. T. W. Adorno, Minima moralia, cit., p. 304 

  18. S. Petrucciani, Un pensiero sul margine del paradosso in: T. W. Adorno, Dialettica negativa (1966), introduzione e cura di S. Petrucciani, Einaudi, Torino 2004, pp. XXVI-XXVII 

  19. Cfr. W. Benjamin, Über den Begriff der Geschichte (1940); trad. it. Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ranchetti, Einaudi, Torino 1997, p. 45 (XIV). Per il commento a questo grande pensiero di Kraus, cfr. T. W. Adorno, Dialettica negativa, cit., p. 141; R. Calasso, I quarantanove gradini, Adelphi, Milano 1991, p. 110 

  20. T. W. Adorno, Kierkegaard. Konstruktion des Ästhetischen (1933); trad. it. Kierkegaard. La costruzione dell’estetico, traduzione di A. Burger Cori, Guanda, Parma 1993, p. 346 

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