La terribile lotta fra bene e male.

In un passo splendido di Genealogia della morale Nietzsche afferma che «I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni». Ed è innegabile come si sia ancora prolungata questa lotta, che ancora oggi – ahimé – genera morti. In ogni TG veniamo a conoscenza di lotte e rivendicazioni religiose nei confronti di un oltraggio ad un dogma.
Partendo da questo spunto di cronaca vorrei porre una riflessione più generale: qual è il limite oltre il quale non si può e non si deve oltrepassare l’imposizione, ferma ed immobile, di un dogma? O meglio, a mio avviso, vi è un limite alla libertà di parola e d’espressione? Il dogma può essere il limite alla libertà più preziosa che la società civile e politica ci ha riconosciuto? Possiamo permettere che un dogma (qualcosa di inspiegabile, oggetto di fede e non di ragione, qualcosa di non migliorabile, ma una verità che non possiamo interrogare, quindi una non-verità!) detti le regole della civiltà?

Tutto ciò, ovviamente, contiene una premessa che è bene ricordare: qualsiasi oltraggio ad una differenza culturale, etnica, religiosa, politica e antropologica è cosa da condannare e che anzi eccede la libertà di espressione.
Sì: perché libertà d’espressione non significa avere la possibilità di dire tutto, anche calpestando i sentimenti di intere culture, anche religiose. La libertà di pensiero e di parola sono la manifestazione più autentica della razionalità. E la razionalità non pone limiti inspiegabili. La razionalità vuole la ricerca, non il dogma, che intende dirci – a priori – cosa è bene e cosa è male.
Come ha detto Emanuele Severino alla conferenza del 15 settembre 2012, tenutasi a Modena al FestivalFilosofia: «ogni fede, in contrasto con altre, genera inevitabilmente una guerra». [A breve pubblicheremo un riassunto della sua lectio magistralis]

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La rivista filosofica Hohe Luft suggerisce, almeno come indicazione per tentare di superare il problema del male, di seguire non le proprie intenzioni morali ma il sentire altrui. È la tesi contenuta nel libro dell’inglese Simon Baron-Cohen, Zero degrees of Empathy, Allen Lane, 2011. In esso viene chiarito come il male si definisca come l’incapacità di assumere un atteggiamento di empatia e di compassione verso gli altri uomini. Questi agiscono in maniera cattiva quando percepiscono soltanto i propri sentimenti. Chi invece sente e patisce con il resto dell’umanità, a partire dal proprio vicino, e chi di conseguenza agisce con compassione, allora si comporta in un senso che è naturalmente rivolto al bene. Il bene risiede dove l’Io diventa un Noi.
Rimane, aggiungo io, che il bene e il male non si dicono se non in senso relativo e che dunque non esiste un bene assoluto o un male assoluto. Qui i teorici della “radicalità” del male andrebbero corretti: non esiste nessuna radice ma soltanto una superficie in continuo cambiamento che stabilisce, di volta in volta, cosa è bene e cosa è male.

Che le cose non siano buone o cattive in sé, è una posizione da me accettata e condivisa. Però è per suo stesso statuto che la filosofia morale indichi cosa è etico e cosa non lo è (per etico non intendo buono, come per non etico non intendo malvagio).
Di sicuro la caratteristica comunitaria per scegliere cosa è eticamente sostenibile e cosa non lo è, è un discrimine interessante. L’importante è che non si creino micro-gruppi all’interno della comunità che poi distolgano l’attenzione dal “Bene Comune”.

Ma cosa mettere a baluardo ultimo delle nostre scelte etiche?
Io risponderei: la ragione.
La ragione perché è inserita nelle leggi che governano il mondo, e non può forzare quelle stesse leggi che la determinano.

Il tema è talmente vasto e poderoso da rendere complicato già solo organizzare le idee. Certo, è interessante il tentativo di Simon Baron-Cohen di introdurre una prospettiva non puramente individualistica nella definizione del male. Ma, premessa la mia abissale ignoranza sul tema in generale e su quell’autore in particolare, non vi sembra di notare un’assonanza con molti temi religiosi, che predicano appunto di misurare il bene (e, specularmente, il male) sull’instaurazione di un rapporto di empatia con l’altro e presuppongono dunque che, per fare il bene, io debba conoscere ciò che l’altro desidera come suo bene? Nutrendo un robusto scetticismo circa la capacità umana di empatia, mi piacerebbe poter suggerire un criterio fondato sull’individuo e sulla ragione, ove quest’ultima sia posta a fondamento delle regole necessarie a garantire che la ricerca del bene individuale non si trasformi in male per altri individui. Insomma, libera ricerca del proprio bene individuale, e un solido diritto naturale fondato solo sulla ragione ad evitare che il bene di uno si trasformi nel male (ingiusto) dell’altro.

L’autore citato dalla rivista tedesca è uno psicologo. Io non lo conosco, ma mi pare di poter dire che la dottrina che pone alla base della morale la compassione non è certo la sua ma quella definita e strutturata da un un filosofo che risponde al nome di Arthur Schopenhauer. È Schopenhauer infatti a sostenere che la compassione è l’unico e più solido fondamento della morale. Cos’è la compassione? Un sentimento grazie al quale la barriera della soggettività viene superata dal comune riconoscimento della condizione di sofferenza e dolore nel quale versa l’uomo. Designata anche come misericordia o pietà, essa è per Schopenhauer l’unica fonte delle azioni disinteressate e perciò la vera base della moralità.

In questo senso è evidente l’assonanza con i temi religiosi dove però il robusto scetticismo circa la capacità umana di empatia, come dice Mauro, si ingigantisce se ci mettiamo alla ricerca, tra gli uomini, di un criterio fondato sull’individuo e sulla ragione. Ricordo cioè che qui la discussione verte non sulla ricerca della verità o sui criteri ontologici della conoscenza ma su problemi di filosofia morale (per questo me ne sto spesso distante…) che riguardano e devono riguardare tutti gli uomini.

A Saverio faccio notare che dire che la ragione deve essere baluardo delle scelte etiche da una parte non basta, in quanto si tratta di esigenza ancora troppo formale, e dall’altra è addirittura problematico visto che già Platone, Socrate ed Aristotele si erano resi conto che la virtù non è insegnabile e che velle non discitur come diceva Seneca.

Per quanto riguarda infine le religioni bisogna dire che in generale esse sono poco o nulla etiche. Ciò che conta per loro non è il giudizio di bene o male ma la volontà di Dio per cui si può ben dire fiat voluntas Dei et pereat mundus. La divisione fondamentale che operano le religioni, e sulla quale esse stesse riposano, non è la distinzione tra bene e male ma quella tra sacro e profano. Se questo è vero, allora la separazione tra bene e male è secondaria e la sua linea di confine può solo intersecare quella tra sacro e profano con la conseguenza che alcune volte il sacro coincide con il bene ma altre volte coincide con il male. Espressione di ciò è ad esempio il fatto che i sacerdoti, cioè i separati, sono i primi a sollevare eccezioni alla morale in nome di quel sacro nel quale Dio si agita. Su questo tema, religione e sacro, le pagine di Girard sono fondamentali. E qui bisogna notare che il cristianesimo è etico (e di un’etica fondata sulla misericordia: «misericordia voglio non sacrifici» Mt 12,7) soltanto quando desacralizza il sacro. Non si tratta di un rapporto pacifico: Giobbe e Gesù, le uniche figure autenticamente etiche dell’Antico e del Nuovo Testamento, devono lottare in modo terribile per non essere spazzati via dal vento impetuoso del sacro.

Pienamente d’accordo con Maurizio Morini, su tutto. E principalmente sul fatto che sacro e profano non concordino con buono e malvagio.

Ma, e ti pongo, ma mi pongo, una domanda?
Possiamo lasciare alla soggettività e al gusto caratteristico del singolo, la decisione di ciò che è moralmente ed eticamente sostenibile o no?

Carissimi, mi sottraggo alle riflessioni sull’etica, vorrei invece esprimere il mio pensiero su quello che è, a mio avviso, il fulcro delle riflessioni proposte da Saverio e cioè, non il problema : buono/malvagio, ma : “…vi è un limite alla libertà di parola e d’espressione? Il dogma può essere il limite alla libertà più preziosa che la società civile e politica ci ha riconosciuto? Possiamo permettere che un dogma (qualcosa di inspiegabile, oggetto di fede e non di ragione, qualcosa di non migliorabile, ma una verità che non possiamo interrogare, quindi una non-verità!) detti le regole della civiltà?…” Queste considerazioni sono estremamente stimolanti, anticipo subito che la mia risposta ai quesiti è NO. Se la libertà si definisce partendo dal suo contrario che è “limite”, “vincolo”, bene allora non vi è un limite a quella che definiamo “libertà di espressione”. Ciò a prescindere dal fatto che questa espressione possa offendere qualcuno, come, evidentemente, capita tutti i giorni. Non credo che “i sentimenti” o i capisaldi culturali di chicchessia possano giustificare la limitazione, il vincolo. Che poi un essere razionale introduca concetti come quello di ‘opportunità’ per esprimere la condizione in cui io rinuncio ad esprimere il mio pensiero perchè sono consapevole che ciò può causare una ferita, beh, questo è tutto un altro discorso, razionale anch’esso, direi profondamente….etico, se l’etica ha a che fare, come credo, con la convivenza tra gli uomini. Certo, mi viene da pensare : ma come posso non esprimere il mio pensiero che grida per non offendere radici, totem, idee che la mia stessa razionalità ritiene grossolane bugie? E se questa grossolanità diviene divinità comune io devo restare in silenzio perchè esprimendo me offendo molti? No. No. No.

    Mi associo al no. L’etica non può consistere nella valutazione dell’opportunità di esprimere il pensiero. La libertà di espressione del pensiero costituisce un diritto assoluto (naturale, mi verrebbe da dire). Ai tanti che sostengono l’eticità della riduzione della libertà d’espressione a diritto relativo, dipendente dunque dalla valutazione di circostanze, culture, totem e tabù, mi piacerebbe ricordare il passo che tanto mi ha colpito del Trattato Teologico Politico di Spinoza: «Si regna infatti in modo violentissimo dove le opinioni -che sono il diritto irrinunciabile di ciascuno- sono ritenute un crimine; anzi, quando questo accade, domina soprattutto l’ira della plebe» (TTP, XVIII, 6).

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