La scienza e l’insopprimibile bisogno del Tutto

Qualche settimana fa, l’astrofisico italiano Amedeo Balbi ha scritto un lungo articolo, su il Post, per chiarire alcune sue perplessità intorno ad una certa tendenza, che egli vede in atto nella fisica teorica. Sovente essa infatti, afferma Balbi, sembra volta a sganciarsi dal metodo scientifico puro e duro, ovvero quello legato alla salvaguardia dell’esperimento, nelle proprie indagini. La paura di Balbi (che riprende una questione aperta dai cosmologi George Ellis e Joe Silk, su Nature) e quindi anche le loro osservazioni a riguardo, è quella che la scienza possa iniziare a parlare di filosofia. Scrive Balbi:

In alcuni casi, però, le speculazioni che prendono il via da questioni di fisica teorica vanno addirittura oltre la matematica, sfociando in un terreno che un tempo sarebbe stato di pertinenza della filosofia, se non addirittura della metafisica. Come dovremmo giudicarle? Non è, si chiedono Ellis e Silk — e noi con loro — che mostrando di prendere sul serio teorie che, pur nate in seno alla comunità scientifica, non rispondono al criterio di falsificabilità, stiamo anche concedendo — involontariamente — spazi di manovra e argomenti di legittimazione a idee decisamente pseudoscientifiche? Non staremo, noi scienziati, facendo passare all’esterno il messaggio sbagliato che ci siano idee che non hanno bisogno di essere dimostrate per essere credute, mettendo a rischio il nucleo più prezioso della scienza, ovvero il suo metodo?

La realtà di questa tendenza, ovvero quella di una fisica teorica che intende andare oltre la matematica, sfociando nella filosofia, è esperibile (questa sì!) in alcuni recenti testi di fisica, nei quali, dice l’astrofisico, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una costruzione dell’universo che vada oltre le possibilità di spiegazione della scienza. L’eleganza e la coerenza di una teoria matematica, infatti, non è il segno della sua veridicità. Piuttosto, si chiede giustamente Balbi:

Una teoria che aspiri a essere scientifica non dovrebbe cercare attivamente il confronto con la realtà, qui e ora, piuttosto che differirlo, potenzialmente all’infinito?

La scienza sembra così tradire la sua propria essenza, arrivando ad un punto dove si interroga meramente su se stessa; slacciandosi così dal suo nucleo più prezioso (cioè il metodo legato all’esperimento e alla prova esperibile) diventando, dice Balbi, filosofia scientifica, ovvero un «nuovo genere a cavallo fra realtà e fantasia» nel quale la certificata identità scientifica svanisce.
Le conclusioni di Balbi sono che, nella vita di un uomo, di un fisico, di un ricercatore, può essere normale dedicarsi a tentativi di spiegazione “fantasiosi”, non giustificabili direttamente con la realtà (e pertanto non scientifici nella sua ottica), ma che intendono matematizzarla al fine di conoscerla attraverso le sue connessioni interne. L’articolo si conclude con queste parole, infatti:

Ma la vita è breve, la voglia di capire è tanta, e non si può impedire ai più spericolati, come Tegmark, di mettere nero su bianco la propria visione del mondo a beneficio del prossimo: anche se non è scienza, ma filosofia scientifica. Se la vediamo da questa prospettiva — ricordando sempre a noi stessi e agli altri la differenza tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde1 — forse possiamo tenerci il piacere intellettuale della speculazione, senza mettere a rischio il metodo scientifico.

In modo non troppo velato, perciò, si sostiene una evidente supremazia del pensiero scientifico su quello filosofico, al punto da congetturare l’idea che la filosofia stessa sia una fantasia. Secondo tale schema, quale sarebbe il fondamentale discrimine che separa la scienza dalla fantasia-filosofia? Il discrimine si trova nel fatto che le teorie scientifiche si possono mettere alla prova, ovvero sono falsificabili e – come già sosteneva Popper2 – più rigettano gli attacchi delle falsificazioni, e più esse sono corroborate.

Bene. Quindi, il passaggio indenne di una teoria all’interno di un esperimento falsificante è la prova che ci troviamo di fronte ad una valida teoria scientifica? E se vi fosse una, dico una sola, prova empirica che falsifichi la teoria? Quella teoria sarebbe, appunto, falsificata.

Ma al di là di questo sarebbe bene anche domandarsi: in fondo, la scienza e le teorie scientifiche che si basano sull’esperienza della messa alla prova, si configurano o no come un sapere incontrovertibile? Cioè la scienza è capace di affermare qualcosa di innegabile intorno al Tutto? No, anche se la sua smania di addentrarsi in questioni prettamente filosofiche è negli ultimi tempi sempre maggiore3. Non è capace, semplicemente perché il suo metodo è legato all’esperienza, ed ogni esperienza è induttiva, e l’induttivismo è un progressum ad infinitum quindi non incontrovertibile.4 Essa inoltre, con la nascita delle geometrie non euclidee si è sganciata oramai dall’idea deterministica (euclidea, quindi) che il punto matematico e il punto fisico siano coincedenti5

Ebbene, la scienza – compresa la fisica teorica che per Balbi sembra sfociare in un fantasia filosofica, a volte – non è un sapere incontrovertibile. Essa si ricorda di essere ipotetica, quando asseconda questa tendenza, e nonostante ciò si spinge a formulare “teorie del Tutto” che non passano attraverso il filtro del metodo. D’altronde, in questo senso, essa intende maneggiare gli strumenti che, silenziosamente, il pensiero filosofico ha disposto sul campo del sapere. Del resto (come in un certo senso lo stesso Balbi ammette, nella conclusione), fino a tutta la tarda modernità lo scienziato era, quasi sempre, anche un filosofo. Si vedano gli esempi di Descartes, di Spinoza, Galilei. Ma nonostante ciò, quest’ultimi si ribellavano all’idea di una filosofia considerata alla stregua di una fantasia che si contrappone alla durezza della realtà – come se, inoltre, affidarsi alla “realtà” non generasse altre intricatissime questioni epistemologiche, come ad esempio la problematica legata alla validità della percezione di una misurazione.

Questo per dire che, a mio avviso, è inutile ancor’oggi praticare una netta divisione, quasi dogmatica, fra filosofia e scienza. Sul fatto che esse non siano in conflitto, piuttosto in continuità, sia l’ambiente filosofico che quello scientifico ne hanno prova nella storia del pensiero occidentale. Il tentativo pertanto di alcuni scienziati di elaborare teorie del tutto, che in un certo modo proseguano la via di ciò che hanno dimostrato per mezzo del metodo scientifico, non è folle6. Piuttosto è naturale e congeniale ad una ricerca che risponda a domande che la scienza dura lascia inevase, a causa della sua connaturata limitatezza legata all’esperienza. Enormi problemi filosofici, però, sorgono all’interno di quei tentativi di teorie del tutto elaborate da scienziati che vedono nell’esperimento e nella scienza dura l’unica via per giungere ad una “verità”. Tali problemi sono legati ad un’assunzione “ingenua” di alcuni concetti filosofici, come ad esempio essere e nulla, e da una traslazione sul piano generale di ciò che è stato dimostrato sul piano particolare.

Le teorie del tutto che vengono sviluppate dagli scienziati, sono figlie di una scissione praticata dalla stessa filosofia a partire dal positivismo in poi. In questo, quindi, il responsabile – in senso lato – è lo stesso pensiero filosofico, il quale ha abbandonato ogni ricerca di un sapere incontrovertibile, decretando la fine della verità e, nel caso più eclatante, abbracciando unicamente il finito, la tragedia umana e il dramma dell’esistenza. Ciò che, dopo il positivismo (che ha dato una forte spinta propulsiva al sapere scientifico), la filosofia ha detto, è solo qualcosa che ridimensiona la sua portata conoscitiva – fatta salva per qualche esclusione. Il pensiero debole, il nichilismo e l’esistenzialismo (tanto per citare filoni concreti) sono gli artefici di un indebolimento della ricerca stessa della verità. Essi, in un certo senso tradiscono quell’autentica disposizione antica, nel fare filosofia. In questo senso i tentativi (o meglio, le velleità) degli scienziati di generare teorie del tutto, rispondono ad un’esigenza filosofica forte che la filosofia stessa ha, indebitamente, abbandonato.
Tuttavia, troppo spesso, in conclusione, gli scienziati rigettano la filosofia, come fosse un sapere superstizioso (come lo stesso Balbi dice). Ma sempre più spesso essi si avvicinano alle domande e ai ragionamenti che il pensiero filosofico, da sempre, ben prima della scienza moderna, ha donato all’umanità, così inconsapevolmente cercando di colmare il vuoto lasciato dalla filosofia del secolo scorso, dimentica del suo essere antica.
Nonostante questo oblio, il thaûma colpisce ancora l’indomito cor di qualche uomo.


  1. La differenza tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde è quelle che intercorre fra il fisico che compie esperimenti di falsificazione sulla realtà, e la sua tendenza a formulare una “propria visione del mondo”. 

  2. Cfr. Karl Popper, La logica della scoperta scientifica, trad. it. M. Trinchero, Torino, Einaudi, 2010. 

  3. Sempre nel testo di Popper si legge: «La scienza non è un sistema di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte, e non è neppure un sistema che avanzi costantemente verso uno stato definitivo. La nostra scienza non è conoscenza (episteme): non può mai pretendere di aver raggiunto la verità, e neppure un sostituto della verità, come la probabilità» (p. 308).  

  4. La sapete tutti la storia del tacchino induttivista di Russell, si? 

  5. A tal proposito rinvio al mio articolo su Hans Reichenbach intitolato “Hans Reichenbach: l’Anti-Spinoza”

  6. Come sostiene anche Balbi nel suo articolo che appare sempre di più come, in prima istanza, una delegittimazione del lavoro filosofico, esprimendo poi, invece, una quasi umana comprensione nei confronti di chi non si accontenta del duro dato dell’esperienza. 

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