La politica di Abramo

The politics of the binding of Isaac, letteralmente “la politica della legatura di Isacco”, è un articolo apparso lo scorso 14 gennaio sull’Opinionator del New York Times (pessimo nome per un’ottima rubrica filosofica) a firma di Omri Boehm, giovane assistente di filosofia presso la New School for Social Research di New York. Aggiungiamo per inciso che non abbiamo trovato altri termini in italiano, come quello appunto di legatura, per indicare l’atto del legare qualcuno (forse però si potrebbe anche tradurre “legamento”).

L’articolo discute un tema oggetto di acceso dibattito al nostro ultimo Ritiro Filosofico, ovvero il cosiddetto “sacrificio di Isacco” così come è conosciuto l’episodio contenuto nel capitolo 22 del libro della Genesi. Il fatto è noto: una volta ricevuto l’ordine di sacrificare il proprio figlio, Abramo, attraverso continue quanto false rassicurazioni, conduce Isacco sul monte Moriah secondo il comando ricevuto. Dopo aver legato il bambino all’altare sacrificale, Abramo viene fermato all’ultimo momento dall’angelo di Dio che interviene per impedire la consumazione del rito.

Le ragioni per cui il racconto è conosciuto come il sacrificio di Isacco sono numerose. Esse tuttavia sono ingiuste in quanto nessun sacrificio viene perpetrato: sono quindi da respingere interpretazioni legate al proposito iniziale (seppure fatto sotto il comando di Dio) o alla presunta “psicopatologia” di un padre che pur si dirige sul monte per compiere l’uccisione del proprio figlio. Semmai si deve al contrario interpretare il fatto come una prima reazione contro il rito dei sacrifici umani delle religioni pagane, rito inizialmente praticato anche in ambito giudaico. In questo senso la mancata consumazione del sacrificio del bambino segnala il passaggio da una religione arcaica ad una religione più matura e decisamente più umana.

Il punto decisivo tuttavia è quello di porre al centro dell’attenzione non il sacrificio quanto piuttosto l’obbedienza a Dio. Prendendo spunto da Maimonide, in particolare dalla classificazione degli undici gradi della profezia contenuta nella Guida dei perplessi, Omri Boehm fa giustamente notare che il vedere un angelo che comunica una visione corrisponde al grado più elevato della profezia. L’ascolto di Dio invece, secondo la tassonomia di Maimonide, corrisponde ad un livello di profezia inferiore. La questione dunque è la seguente: Dio dà l’ordine iniziale; il suo angelo fornisce il comando contrario; Abramo, seguendo quest’ultima disposizione, finisce per  disobbedire a Dio e in questo è massimamente profeta. «Si potrebbe allora legittimamente chiedere, come ha fatto continuamente la tradizione, in base a quale autorità Abramo decida di seguire il comando dell’angelo piuttosto che quello di Dio. La questione è appropriata perché quest’angelo è l’angelo di Yahwe, perché era Dio che aveva dato il comando iniziale. E ci si deve chiedere perché, secondo Maimonide, obbedire all’angelo di Yahwe piuttosto che a Dio, è virtù nella quale Abramo mostra di avere la più alta capacità profetica». La risposta, continua Boehm, appare nella complessa questione dei nomi di Yahwe. Se quest’ultimo è infatti il nome proprio della divinità ebraica, Dio (Elohim in ebraico) è nome comune ed equivoco che può essere interpretato in molti modi: in realtà Dio (o Elohim) è soltanto un nome derivato che per la Bibbia indica il sovrano o il giudice a differenza di Yahwe che è il vero nome del dio degli ebrei.

Una volta stabiliti questi presupposti, discutibili ma al tempo stesso sicuramente fondati, la conclusione di Boehm è quella di avere una teologia politica molto diversa da quella comunemente assunta dai critici della religione. Se, secondo quanto affermato da Spinoza, la profezia è l’istituzione politica principale, allora, seguendo Maimonide, la profezia suprema consiste nella disobbedienza alle norme contingenti e alla degenerazione dei comandi dello Stato. «Dio comanda il sacrificio del figlio. Maimonide legge il comando in modo metaforico, come una tentazione umana, troppo umana di seguire la legge stabilita e la norma etico-politica come se fossero decreti assoluti. Infatti, e ciò è il punto critico, il rituale pagano del sacrificio dei bambini era la norma etico-politica dominante nel mondo di Abramo. Questo rituale pagano continua a produrre i suoi effetti nella politica e nell’immaginazione del volgo. In Israele, si trovano seguaci che insegnano assoluta obbedienza allo Stato, all’esercito e ai miti che li legittimano. Maimonide avrebbe disobbedito. Per lui, la più alta capacità profetica consisteva nell’obbedienza alla cancellazione dei decreti di Dio da parte di Yahweh. Questo è preteso non dalla moralità ma dalla fede stessa. Questa è dunque la vera teologia politica della legatura di Isacco. (…) Seguire i profeti ebrei piuttosto che il rituale pagano del sacrificio dei bambini consiste nella disobbedienza morale alle leggi dello Stato».

Si tratta, come si vede, di una conclusione estremamente interessante, sorprendente per certi versi, e suscettibile di numerosi spunti di discussione. Noi ne segnaliamo uno: quello che consiste nell’alternativa relativa al giusto comando la quale viene risolta all’interno della fede senza il ricorso alla morale. In questo senso l’argomento deve essere confrontato con quello kantiano (anch’esso ampiamente discusso nell’ultimo ritiro) relativo alla supremazia della morale rispetto alla fede: soltanto la prima sarebbe infatti in grado di fondare una religione pura, lontana cioè da qualsiasi fanatismo e dalla ricerca di favori. Si tratta di una tesi che Kant, vale la pena di ricordare, trae non da un semplice episodio ma da un intero libro biblico, quello di Giobbe (dimenticando però che anche Giobbe aveva fede tanto da rendere plausibile un’ulteriore domanda: che cosa farebbe un Giobbe senza fede?). Dal punto di vista relativo  alla questione circa il senso morale della religione, la soluzione di Maimonide sembra essere una risposta più aderente alla sensibilità religiosa rispetto a quella kantiana della religione compresa nei limiti della pura ragione: la scelta di Abramo di non sacrificare il proprio figlio è dettata infatti dall’obbedienza, ovvero dal fondamento stesso della religione, e la sua altro non è che una religione compresa nei limiti della religione stessa. Anche dal punto di vista dell’esegesi poi la lettura di Maimonide, così come fatta dall’articolo di Boehm, sembra più conforme all’autentico spirito biblico in quanto rimanda al principio spinoziano secondo cui la Scrittura si interpreta solo con la Scrittura. Ma questo aprirebbe un tema più vasto relativo allo stesso rapporto tra fede e ragione di cui il dialogo di Spinoza con lo stesso Maimonide vede un punto di polemica decisivo.

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