Ipotesi sulla natura ideologica del linguaggio

Il linguaggio dispiega un’essenziale dimensione politica; ciò non è dovuto a un suo «successivo» impiego in specifiche prassi storiche o determinati «giochi linguistici», bensì alla sua stessa natura di linguaggio, ovvero al suo potere di «obbligare a dire» (R. Barthes), al fatto che esso impone immediatamente un determinato e storico accesso al mondo. Il contributo si propone così di affrontare la dimensione «ideologica» inerente al linguaggio a partire da Marx e Marcuse; attraverso il riferimento all’Ideologia tedesca, si ricostruirà la problematica classica del linguaggio ideologico (ovvero la sua natura marxianamente «teologica», la sua affermazione dell’idea come separata dal mondo della produzione), mentre grazie a L’uomo a una dimensione sarà possibile individuare la sua insidiosa metamorfosi nell’esatto linguaggio di «amministrazione del mondo».

 

Roland Barthes: la lingua fascista
È un’accusa «frontale» quella che Barthes rivolge alla lingua, e alla lingua in quanto tale1; la sua natura fascista, a detta del grande semiologo francese, risiede nel fatto che essa «obbliga a dire». Attraverso il fenomeno linguistico è una determinata e storica visibilità del mondo (una certa «accessibilità» del mondo) che viene imposta per il solo fatto di impiegare determinate parole (per cui «parlare è sottomettere»). In quanto fenomeno storico, il linguaggio è strutturalmente solidale con specifiche pratiche, con determinati rapporti di forze, con particolari asimmetrie di potere, che esso legittima implicitamente attraverso il suo solo esercizio (attraverso il suo «gioco linguistico», per dirla con Wittgenstein). «Il verbo essere serve un po’ a tutto», spiega lo studioso, «è dotato dei significati più contraddittori; sbrigativo, discreto e innocente, trasforma, con un colpo di bacchetta magica, un’opinione in verità, una speranza per il futuro in antichissima realtà, una semplice affermazione in Natura universale»2. La lingua dunque è indissociabile dal fenomeno dell’ideologia; scopo di questo scritto è ripercorrere alcuni snodi di questa problematica, recuperando in particolare le sollecitazioni relative alla nozione di ideologia in Marx e in Marcuse.

Karl Marx: la «teologia tedesca»
L’ideologia stessa si comporta essenzialmente come un linguaggio: in quanto «gioco linguistico» essa si presenta come un modo di rapportarsi al mondo e agli uomini tramite segni, come una modalità del «commercio semiotico» tra gli uomini e il mondo. Nella sua fisionomia «classica», per come lo espongono Marx ed Engels ne L’ideologia tedesca, il linguaggio ideologico assume la forma di una «teologia»; l’ideologia, classicamente, si realizza quale teologia (tedesca)3. Da questo punto di vista, la dinamica del linguaggio ideologico prevede:
1) la credenza in idee separate dal mondo reale, materiale (ovvero il mondo della produzione);
2) la credenza che tali idee separate siano vere cause e condizioni appropriate del mondo reale e dell’agire storico.
È questa la ragione per cui a Feuerbach spetta la qualifica di «teologo»: nell’ottica marxiana, egli nega sì Dio come sostantivo (come sostanza indipendente), ma lo conserva quale predicato, lasciando così sussistere gli attributi divini. L’idea poi è divina in quanto autonoma dal mondo della produzione, il genere teologico è mistificatore (è «falso») nella misura in cui afferma l’indipendente dal mondo reale, ed è ideologico nella misura in cui lo stabilisce come vera causa (il teologico inaugura una pratica reale, praticamente efficace ma teoricamente «falsa»). La teologia, come forma dell’ideologia, afferma il separato (dal mondo della produzione: lo spirituale, l’ideale, l’astratto) e lo pone come causa: da ciò si origina il concilio dei padri della Chiesa capeggiati da Hegel, il salterio di san Max e san Bruno, e fa capolino perfino la gnosi di Feuerbach, che ammette un principio materiale accanto all’idea divina. Essa mistifica, afferma il falso.
La teologia manifesta una funzione ideologica nella misura in cui:
1) si discute del teologico (del «futile teologico», per così dire) e si abbandona lo studio dei processi materiali e pratici, per cui, nella migliore delle ipotesi, si cambiano le idee invece del mondo;
2) si legittima la classe al potere, con il semplice fatto che non la si contesta (il problema è infatti il sesso degli angeli, non l’adulterio del re, per proseguire l’analogia teologica).
Capovolgendo la lezione protestante, qui la sola fide esonera dalle opere, dall’azione: parlando di Dio essa evita di parlare del mondo, che è lasciato al suo principe (cacodicea: «[…] essa non è che una serie di chimere che perpetuano quell’ordine distraendo i cittadini da ineguaglianze e ingiustizie altrimenti lampanti. Qui, l’ideologia è essenzialmente un aldilà: una soluzione immaginaria di contraddizioni reali che nasconde a uomini e donne la difficile verità delle loro condizioni sociali»4 ). In questo modo il linguaggio ideologico ingenera un atteggiamento mentale in contrasto con i dati della realtà che esso semplicemente giustifica nella misura in cui li delegittima dal ruolo di vere cause. Infine, l’ideologia-teologia asservisce in quanto devozione, dal momento che integra nella struttura di dominio vigente, proponendo risoluzioni apparenti e sentimentali in luogo delle scientifiche ed efficaci.
Nel contesto classico dunque, è la teoria stessa, l’idea in quanto indipendente dalla produzione, a determinare l’ideologia (in ciò occorre includere anche la dinamica del feticismo della merce)5; per Marx ed Engels la filosofia, ovvero l’interpretazione della storia e del mondo fin qui condotta, è eo ipso teologia, cioè dominio dello spirituale, e per ciò stesso ideologia: in quanto idealogia6.
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Paul Ricoeur: l’ideologia tra prassi e scienza
Interessante a questo proposito recuperare la riflessione di Ricoeur sul concetto di ideologia e di utopia7; lo studioso distingue infatti due sensi di ideologia, a seconda che la si consideri in antagonismo rispetto alla prassi reale e agli individui storici piuttosto che in alternativa alla scienza (il concetto di utopia descrive invece il «non-luogo» interno alla società ove è possibile effettuare una critica, la presa di distanza «interna» a un orizzonte storico per giudicare ed esaminare le condizioni del mondo, la situazione data). Nel primo caso, il linguaggio ideologico è a tutti gli effetti idealogia, ovvero una combinazione di idee che giungono, sotto determinate condizioni, a separarsi dal mondo materiale della produzione, mascherando un conflitto di classe; vi è dunque separazione tra idea e realtà, e questa dipende dalle determinate circostanze in cui operano gli individui concreti, gli attori storici reali (occorre poi domandarsi se tale dinamica non sia piuttosto un fattore strutturale, in base al quale ogni prassi produce un’articolazione simbolica che diviene successivamente autonoma; in tal caso, non solo ogni ideologia funzionerebbe attraverso idee separate, ma ogni idea separata sarebbe per ciò stesso ideologia, l’ideologia sarebbe un fenomeno «consustanziale» al linguaggio). Nel secondo caso, la scienza è una descrizione attendibile della realtà, a prescindere dagli interessi che in essa si investono, e in ciò si distingue dal processo ideologico come dalla «finzione».
Simile distinzione ci aiuta così a cogliere la metamorfosi del concetto di ideologia nella società contemporanea; è stato Marcuse che ne L’uomo a una dimensione ha saputo individuare questo delicato passaggio dall’ideologia in senso classico al suo volto contemporaneo.

Herbert Marcuse: l’ideologia in quanto «scienza»
Nel contesto attuale l’ideologia assume forma scientifica: essa cioè è ideologica in quanto linguaggio scientifico («Il successo tecnico della società industriale avanzata, e l’efficace manipolazione della produttività mentale e materiale ha prodotto uno spostamento del luogo in cui si attua la mistificazione. […] è il razionale, piuttosto dell’irrazionale, che diventa il più efficace veicolo di mistificazione»8 ). Con ciò non si intende che l’ideologia trapassi semplicemente dal mito alla logica, quasi che gli ideologi razionalizzassero il processo della mistificazione al fine di renderla sistematica e pianificata; piuttosto, il fenomeno ideologico funziona ora in quanto scienza, e scienza vera. Le leggi della dinamica ideologica prevedono:
1) la certezza nell’adeguatezza ed esaustività di categorie e procedure empiriche (funzionali);
2) la certezza che queste siano le uniche vere cause e condizioni.
In quanto scienza, galileianamente, l’ideologia ritiene «il tentar le essenze» impresa impossibile e fatica vana; così facendo essa cessa di essere «ideodula» per divenire piuttosto «ideoclasta»; abolisce il ricorso alle forme separate quali cause trascendenti il mondo empirico, e si rivolge integralmente alla materia per come essa appare, alla materia in quanto fenomeno (in tal modo, si elimina quell’analisi che «[…] non si conchiude nell’universo del discorso comune, [ma] va oltre ed apre un universo qualitativamente differente, i termini del quale possono anche contraddire quello comune»9 ). L’ideologia nella veste di scienza equipara le qualità secondarie alle idee, e così se ne sbarazza eliminando il mondo sovrasensibile; si dirige quindi alle qualità primarie, ovvero alle quantità reali, ne estrae i concetti, guadagna descrizioni corrette e attraverso procedure di calcolo ottiene conferma alle proprie predizioni. Il mondo vero (dell’idea) l’abbiamo eliminato. Quale mondo è rimasto? Il mondo certo – che è anche il mondo vero (terribilmente vero).
Il linguaggio scientifico e funzionale ha una dinamica ideologica nella misura in cui funge da pianificazione della mobilitazione-manipolazione; esso ha abolito l’astratto, stabilendo il positivo e il funzionale quali uniche proprietà autentiche dei termini linguistici; pertanto, in virtù di esso:
1) si parla del mondo in modo esatto;
2) si amministra integralmente il mondo in una gestione totale e impersonale (la gestione senza residui, a differenza del dominio, non è dialettica né storica).
In quanto scienza, l’ideologia non solo è certa, ma anche vera; essa è ideologica in quanto linguaggio del funzionamento del mondo e procedura (spaventosamente) efficace; essa è descrizione vera e confermata: non mistifica, non inganna, è ideologica in quanto si impadronisce della legge dei fenomeni. Si noti: non si sta affermando che l’ideologia asservisca una scienza ai propri scopi (eventualmente) ideologici, né che investa questa scienza in vista dell’utile della classe dei dominatori; sosteniamo che essa è contemporaneamente ideologia e descrizione vera del mondo.
In quanto scienza, l’ideologia smarrisce il proprio statuto ideo-logico a favore del concetto-logico o empirico. Di qui il suo nominalismo: essa è vera non per rispecchiamento di idee dotate di esistenza reale, ma per l’impiego di puri nomi che consentono descrizioni adeguate e previsioni confermate, cioè operazioni efficienti. L’ideologia è scientifica in quanto «a una dimensione»10.
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Linguaggio dell’amministrazione totale
In quanto teologica, l’ideologia si serve della mediazione dei chierici che trasmettono l’idea al popolo (mentre nella versione secolarizzata opera grazie alla burocrazia e alle lobby che stabilizzano la classe al potere); in quanto scientifica e sperimentale, funziona di per sé in quanto oggettiva; la sua forma scientifica rende superflua una classe storica di mediatori, e implica anzi l’emancipazione dagli esistenti rapporti di dominio. L’ideologia non si sottomette più alla classe dominante e agli intellettuali che la attuano storicamente (non è un sapere ermetico o rivelato, non diffonde informazioni né tantomeno produce opinione pubblica), non si piega ai fini del potere, ma è il potere a cedere all’ideologia divenuta meccanismo di descrizione-predizione confermato dall’empiria. Essa è il sistema scientifico delle proposizioni osservative che consentono predizioni confermate, è il codice del mondo empirico, l’insieme delle istruzioni del funzionamento dell’osservabile; tali caratteri la rendono apparato di un potere che si gestisce da sé, un potere autoreplicante al di là delle volontà dei singoli dominatori; questi non impiegano la scienza per i propri scopi, non cercano uno strumento per i propri fini: è il potere della scienza in quanto scienza che produce i propri amministratori.
L’ideologia in quanto scienza diviene inconfutabile: essa è la descrizione vera del mondo, l’insieme delle proposizioni osservative confermate dalla sperimentazione e dai processi di produzione; non la si può definire «falsa» in relazione all’essenza della realtà, dato che, in quanto descrizione, risulta confermata, né può venir contestata in nome di una qualitas occulta trascurata dal suo empirismo pragmatico: di fronte alla scienza la teologia risulta automaticamente confutata, e le critiche mosse al mondo visibile da parte di quello invisibile perdono rapidamente di visibilità; d’altra parte gli smaliziati sanno bene che l’accusa storica all’ideologia le contesta proprio la mistificazione del mondo terrestre per mezzo dell’ultramondano, senza che si fornisca descrizione adeguata dell’uno o dell’altro. L’ideologia permane dunque quale descrizione adeguata di questo (unico) mondo – ovvero dello status quo.

 

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  1. Si fa riferimento a R. Barthes, Leçon. Leçon inaugurale de la chaire de Sémiologie littéraire du Collège de France prononcée le 7 janvier 1977, du Seuil, Paris 1978, trad. it. di R. Guideri, Lezione, in R. Barthes, Sade, Fuorier, Loyola seguito da Lezione, Einaudi, Torino 2001. 

  2. R. Barthes, Mythologies, du Seuil, Paris 1993, trad. it. di L. Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1994, p. 263. 

  3. È nota l’apertura dell’Ideologia tedesca: «Fino ad oggi, gli uomini si sono sempre fatti delle idee false su di sé e su ciò che essi sono o, alternativamente, su ciò che devono essere. Sulla base delle loro idee di Dio, dell’uomo normale, e così via, essi hanno gestito le loro relazioni. I parti della loro mente sono divenuti più potenti di loro. Essi, i creatori, hanno chinato il capo al cospetto delle loro creature. Affranchiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli enti generati dalla fantasia, sotto il cui gioco essi giacciono» (K. Marx – F. Engels, Ideologia tedesca, trad. it. di D. Fusaro, Bompiani, Milano 2011, p. 321). 

  4. T. Eagleon, Ideology. An Introduction, trad. it. di M. Renda, Ideologia. Storia e critica di un’idea pericolosa, Fazi, Roma 2007, p. 100. 

  5. Eagleton riconosce un susseguirsi di modelli ideologici tra l’Ideologia tedesca e Il capitale; se infatti nel primo caso l’ideologia è tanto un pensiero slegato dalla sua origine sociale quanto il pensiero della classe dominante, nel secondo, come feticismo delle merci, essa consiste nell’indipendenza dei prodotti sociali rispetto alla pratica umana che li ha originati, prodotti che ora determinano le condizioni dell’esistenza storica umana. 

  6. «Uno dei compiti più ardui per i filosofi è di calarsi dal mondo del pensiero al mondo concreto. L’immediata realtà del pensiero è il linguaggio. Così come hanno autonomizzato il pensiero, i filosofi hanno ugualmente fatto del linguaggio un proprio regno autonomo. In ciò consiste il segreto del linguaggio filosofico, in cui i pensieri, come parole, presentano un proprio contenuto. Il problema di calarsi dal mondo dei pensieri nel mondo concreto si converte nel problema di calarsi dal linguaggio nell’esistenza» (K. Marx – F. Engels, op. cit., p. 1291). 

  7. Si veda P. Ricoeur, Lectures on Ideology and Utopia, Columbia University Press, New York 1986, trad. it. di G. Grampa e C. Ferrari, Conferenze su ideologia e utopia, Jaca Book, Milano 1994 

  8. H. Marcuse, One-Dimensionale Man. Studies in the ideology of Advanced Industrial Society, Beacon Press, Boston 1964, trad. it. di L- Gallino e T. Giani Gallino, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino 1999, p. 195. 

  9. Ibi, p. 184. 

  10. «[…] il mondo come viene esperito è il risultato di un’esperienza ristretta, e la ripulitura positivista della mente porta la mente ad allinearsi con l’esperienza ristretta» (ibi, p. 189); «[…] è anche il segno di una falsa concretezza. […] è un linguaggio purgato, purgato non solo del suo vocabolario “non ortodosso”, ma anche dei mezzi per esprimere un qualsiasi contenuto diverso da quello fornito agli individui dalla società in cui vivono» (ibi, p. 181)  

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