Imparare a morire per imparare a vivere

CuriAndrea Muraro ha scritto per Ritiri Filosofici una bella recensione del libro di Umberto Curi Via di qua. Imparare a morire (Bollati Boringhieri, 2011).

«Lo spirito occidentale ha un baco millenario, che risiede nel suo rifiuto della morte. Come se risiedesse al di fuori di ciascun essere vivente che respira su questo mondo, essa si aggira nelle cattedrali dello spirito, abbandonate e lasciate degradare e crollare in nome dell’esaltazione assoluta alla vita, dell’eliminazione di qualsivoglia mistero, della vittoria incontrovertibile della Verità e della Conoscenza.

Ci vuole del coraggio a voler fare della morte un mattone della propria esistenza, un punto fermo quotidiano, come se non si potesse farne a meno. E proprio in questo Umberto Curi si mostra degno combattente, armato della sua carica filosofica ed esistenziale; illustratore e narratore più che mai del demone pestilenziale, questo mysterium tremendum che ognuno rifiuta. Quasi si potesse riuscirci.

Dopo Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, il filosofo torna sul tema della morte  con Via di qua. Imparare a morire, testo forse più profondo e, a parere di chi scrive, più vissuto dall’autore. Sembra infatti, a prima impressione, che Curi trascriva proprie convinzioni prima che una accurata ricerca di fonti e avventure dalla mitologia greca a Derrida. E il lavoro sembra quindi più semplice nella lettura, così come lo sarà stato nella stesura. Via di qua è la citazione principe del testo, mutuata da Kafka, La partenza: si tratta di una affermazione ambigua, per chi chiede dove si abbia intenzione di andare, ma che in realtà è ben chiara nel protagonista (e indirettamente in tutti gli uomini). Essa indica chiaramente che un punto di partenza chiaro ed inequivocabile non sempre corrisponde ad un altrettanto conspevole punto di arrivo: l’esistenza più che mai si configura allora come una semiretta disegnata alla lavagna, con dei trattini ad indicare il limite che non si conoscea di cui si intuisce il prosieguo. Via di qua è espressione che lascia aporeticamente aperte domande, irricevibili per chi pretende di arrivare ad una conocenza ottimistica e globale: “se si tratta della sua propria morte, egli [l’uomo] tende ad ignorarla totalmente, annullandone il significato” (p. 16)».

Qui il testo integrale.

3 Comments

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Nella nostra societa’ occidentale attuale abbiamo rimosso la morte con tutte le problematiche e le angosce derivanti. Ma rimuovere il problema non significa risolverlo, piuttosto ingigantirlo. La nostra civilta’, consciamente o inconsciamente, pensa di usare la tecnica come antidoto all’angoscia della morte. L’ossessione per allungare la vita, rimanere giovani il piu’ possibile, fino a coltivare l’illusione dell’immortalita’, sono tutti esempi della follia in cui viviamo. Pensiamo di usare la tecnica per diventare immortali e invece ne siamo dominati al punto di rischiare l’autodistruzione. Non credo ci sia nessun rimedio filosofico contro la morte. Ma sarebbe importante imparare a guardarla in faccia e ad accettare che fa parte del nostro destino di essere mortali.
P.S. Per chi volesse visitare il mio blog puo’ cliccare sul mio nome.

    “Guardare in faccia la morte” è da sempre uno dei compiti della filosofia. Riguardo al nostro destino chi ha stabilito che noi siamo degli esseri mortali?

      Grazie per il contributo Maurizio. Si, certo che è compito della filosofia pensare la morte, ma non credo ci sia un rimedio contro l’angoscia che essa suscita, bisogna conviverci. La domanda poi è molto stimolante. Mi rendo conto che parlare di “destino di esseri mortali” sia inappropriato. Quindi direi che dovremmo accettare la morte come parte ed esperienza della nostra vita. Grazie.

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