Il ritorno a Parmenide e il parricidio (di nuovo) mancato

Il ritorno a Parmenide, motto con il quale Emanuele Severino ha connotato il programma della sua filosofia, costituisce in realtà la più radicale negazione del pensiero dell’eleate. La questione è stata una delle più dibattute nell’ultimo ritiro filosofico che, dedicato al rapporto tra pensiero e linguaggio nel pensiero del grande filosofo bresciano, ha sostanzialmente finito per sottoporre ad indagine dettagliata la sua opera fondamentale, ovvero la Struttura Originaria. Legata al tema dell’identità, così come avevamo già messo in rilievo in un altro precedente articolo, la conseguenza decisiva di quel ritorno consiste in una sorta di conferimento all’ente di tutte quelle caratteristiche che precedentemente erano state attribuite all’essere. Si verifica insomma un vero e proprio rovesciamento: ponendo al centro la relazione oppositiva, ovvero il luogo del disporsi dell’essere e del non essere, non solo si finisce per decretare l’essere del non essere (l’ente) ma si fa della relazione negativa (l’opposizione) il grande tema della metafisica. 

 

Salvare l’esperienza a tutti i costi
Distinguendo il principio di ragione da quello dell’esperienza, Severino sostiene che Parmenide ha finito per sacrificare l’esperienza alla ragione. Ma il mondo (cioè l’esperienza), continua il filosofo bresciano, è innegabile in quanto, volendo negare il mondo, si deve per forza presupporlo escludendo in tal modo proprio la sua negazione. La conseguenza di questo ragionamento è che proprio Parmenide, con la sua insistenza sui diritti dell’essere, è alla radice della follia nichilistica dell’Occidente; follia rincarata da Platone con il suo tentato parricidio che, di fatto, aveva mantenuto l’esperienza solo in quanto fosse derivata dall’essere.

Se questo è l’argomento di Severino, allora ad esso si deve e si può obiettare, così come ha ben fatto Aldo Stella che ci ha guidati nella trama dei testi e dei non detti impliciti in ogni posizione filosofica, che Parmenide non ha inteso negare il mondo ma soltanto la sua verità: l’universo empirico cioè non configura l’ordine dell’innegabile ma quello dell’inevitabile. «Il fatto, in altre parole, non può venire sostituito, se non da un altro fatto, ma questa insostituibilità (inevitabilità) del fatto non indica il suo essere vero, cioè necessario, incontraddittorio». Dire ciò significa dire che la presenza non è criterio assoluto della verità (come voleva lo stesso Heidegger di cui Severino in questo senso è stretto seguace) in quanto ciò che si manifesta è tale solo in relazione a qualcos’altro. 

L’essere parmenideo, al contrario, non solo esclude il non essere ma, in modo molto più radicale, la relazione tra essere e non essere: tra i due non può esserci dialogo nemmeno per un momento. Se questo accadesse, si finirebbe per compiere (come scrive Stella nei suoi testi)  «quella riduzione dell’essere all’ente che finisce per sottrarre all’essere quel valore che invece lo pone come ragione del togliersi del finito». Non solo. C’è anche da tener conto che l’essere parmenideo non si manifesta in quanto, se si manifestasse, si tradirebbe irrimediabilmente nei confronti del finito. «Per confutare Parmenide si dovrebbe dimostrare che l’essere non può manifestarsi, laddove è precisamente questo ciò che Parmenide esclude: se l’essere si manifestasse infatti, negherebbe la propria assolutezza e si consegnerebbe alle forme finite che non sono altro che essere». 

Il fondamento come relazione e la distinzione tra unità e unificazione
La critica di Severino al pensiero di Parmenide è costruita su molti presupposti. Uno di questi consiste nel porre come fondamento la relazione. Attraverso di essa infatti, egli assume che l’essere sia semantizzabile, cioè determinabile. In questo modo Severino finisce per determinare l’essere e la verità mediante una relazione oppositiva con la conseguenza che il pensiero di Parmenide viene messo fuori gioco. 

Scrive Severino nella Struttura Originaria che «la posizione dell’identità è dunque originaria (…). L’essere, che è essere, è l’essere-che-è-essere, ossia è l’essere che è posto come identità e non l’essere che, essendo posto (presupposto), è poi posto come identità (onde l’identità si costituisce come identificazione dell’alterità)» Nell’unificazione voluta da Severino, che prende le mosse dalla determinazione reciproca (cioè dai termini della relazione) il problema difficilmente evitabile è che egli finisce per identificare i contrari, cadendo così in quella contraddizione che aveva in tutti i modi cercato di evitare. Infatti, proprio la semantizzazione dell’essere, o determinazione reciproca, che avviene grazie ai termini della relazione, comporta anche l’identificazione dei contrari. Del resto, qualora si considerassero i termini come diversi l’uno all’altro, in modo tale da avere come valore originario la differenza, allora si finirebbe al cospetto di un problema insormontabile, quello per cui, se la differenza fosse originaria, non si riuscirebbe più a sapere ciò rispetto a cui essa sarebbe originaria. 

Le vie di uscita da questa situazione sono di due tipi, entrambe però con conseguenze che non lasciano integro l’impianto severiniano, almeno fino a quando non sia data una risposta soddisfacente ad una serie di domande. Da una parte quella di considerare i termini come irriducibili l’uno all’altro, in modo tale che, ad avere valore originario, sia la dualità, cioè la differenza. Ma, obietta Stella, se la differenza fosse originaria, rispetto a cosa sarebbe differenza? Dall’altra parte, e questo è il secondo risvolto della questione, se il dato avesse una sua identità autonoma, in che modo sarebbe da considerare la sua identità formale? I diversi infatti non possono sussistere fuori dalla relazione e in questo caso sarebbe impossibile parlare di originario. In tutti i casi le parole dell’eleate non sono ancora spazzate via e il parricidio viene nuovamente mancato.

Severino ritiene di poter affermare una determinatezza semantica che si pone all’inizio così come si pone l’essere. La loro sintesi in altre parole determina la concretezza. Il grande problema a questo punto però è che, per l’ordine formale, affinché si possa parlare di una determinazione, la si deve considerare come autonoma e autosufficiente perché altrimenti, non potrebbe dirsi: Severino invece vuole mantenere A e B mantenendo tuttavia la relazione. In altre parole, Severino vuole conciliare l’inconciliabile. Per questo è necessario avere chiara la distinzione tra unità e unificazione con le conseguenze che da esse scaturiscono:

  1. si ha unificazione (sintesi) nel momento in cui si dice che l’uno si pone in rapporto all’altro con i singoli termini che vengono mantenuti: in questo modo si salvano sì i singoli termini, ma si ha come conseguenza inevitabile l’identificazione dei contrari;
  2. si ha unità invece nel momento in cui si toglie la sintesi (con i problemi che abbiamo visto) ma si viene a rinunciare all’identità dei relati: l’unità è sì originaria ma a condizione di riconoscere che essa sia indeterminata e indeterminabile. Solo nell’unità, e non nell’unificazione, si ha identità effettiva e non contraddizione perché solo nell’assoluto si ha il togliersi della determinazione reciproca: in essa allora si dovrebbe dire che si ha la vera unità, la quale è indeterminabile in quanto sono venuti meno, cioè non compaiono, i termini che la concretizzano.

Questa alternativa sembra dunque difficilmente evitabile. A meno che, come propone Aldo Stella, la relazione (che per Severino costituisce il fondamento) non venga intesa come atto in cui ciascun termine viene pensato come l’atto del riferirsi all’altro in cui vengono meno le differenze. Solo in questo modo infatti si realizza quell’unità dei distinti che, lungi dal mantenere la dualità, lascia emergere l’autentica unità.

Riferimenti bibliografici

– Emanuele Severino, La struttura originaria, La Scuola Editrice, Brescia, 1958
– Aldo Stella, Il concetto di relazione nell’opera di Severino, Guerini e Associati, Milano, 2017
– Aldo Stella, «Metafisica originaria» in Severino, Guerini e Associati, Milano, 2019

 

Photo by Joel Filipe on Unsplash

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