Il peso più grande e la solitudine dalle sette pelli

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La dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche conosce diverse formulazioni e numerosi ripensamenti. Basti pensare alla domanda contenuta in Al di là del bene e del male quando egli si chiede se quel pensiero non fosse per caso un circulus vitiosus deus: comunque la s’intenda, rimane che per Nietzsche la dottrina dell’eterno ritorno stabilisce in modo nuovo l’essenza della religione delle anime libere e serene ed in questo senso essa è concezione radicalmente anticristiana. Non entriamo nella discussione se l’eterno ritorno sia considerato da Nietzsche una fede (così come vuole Heidegger) oppure un aspetto teoretico necessario del suo pensiero (secondo l’interpretazione di Severino). Quello che ci importa mettere oggi in evidenza sono soltanto alcuni aspetti problematici di questa visione che continua a rimanere una sorta di rimosso, esperimento mentale che mette in crisi una delle più solide acquisizioni del pensiero occidentale, quella relativa al concetto di tempo, su cui è fondato ogni altro aspetto dell’esistenza dell’uomo.

 

Le contraddizioni nel cuore del pensiero più arduo
Il primo e più importante annuncio dell’eterno ritorno è contenuto ne La gaia scienza, opera pubblicata nel 1882 all’età di 38 anni.

«Che avverrebbe se, un giorno o una notte, un demone ti seguisse di soppiatto fin nella tua più solitaria solitudine e ti dicesse: “Questa vita, come tu la vivi adesso e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora infinite volte; e niente di nuovo vi sarà in essa, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e ogni sospiro e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà far ritorno a te, e tutto nello stesso ordine e successione – e così pure questo ragno e questa luce lunare tra gli alberi e così pure questo attimo e così io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo rigirata – e tu con essa, granello di polvere!” Non ti getteresti forse a terra, digrignando i denti e maledicendo quel demonio che ha parlato così? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui tu avresti risposto: Tu sei un dio e mai io udii cosa più divina! Se quel pensiero si impadronisse di te, tu, quale sei ora, ne saresti trasformato e forse stritolato; la domanda per qualsiasi cosa “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora infinite volte?” graverebbe come il peso più grande sul tuo agire! Oppure, come dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più nient’altro che quest’ultima eterna sanzione e suggello?»

Concepito in un periodo di tempo di circa un anno e mezzo all’inizio del decennio in esame, il pensiero dell’eterno ritorno, come scrive lo stesso Nietzsche in Ecce Homo, è prima di tutto una rinascita nell’arte di ascoltare, nuove orecchie che rendono colui che lo ha partorito una specie di femmina d’elefante. Si percepisce la dimensione fisica: già per Cartesio il pensiero è tutto ciò che accade in noi stessi a patto che lo percepiamo immediatamente, sicché non solo l’intendere ma anche il sentire è lo stesso che pensare.
Il pensiero dell’eterno ritorno è espressione di una persona in grande salute, cioè di uno che sa riflettere ed è in grado di sostenere il peso che ne scaturisce: cosa che non bisogna dimenticare, soprattutto quando ci sono interpreti che riconducono il pensiero di Nietzsche alla manifestazione della sua follia. Quel pensiero esprime però anche un problema psicologico, consistente nel fatto che colui che dice sempre no è il contrario di uno spirito di contraddizione. Da questa contraddizione esplicitamente riconosciuta da Nietzsche, scaturirebbero però due ulteriori contraddizioni (evidenziate da Severino nel suo L’anello del ritorno), una ontologica ed una esistenziale. La contraddizione ontologica consiste nel fatto che il divenire, per sua stessa natura, conduce all’eternità. La contraddizione esistenziale nell’idea per cui il divenire non è il luogo della liberazione, possibile invece soltanto in una dimensione in cui è l’eternità ad entrare in gioco. In entrambi i casi la dottrina del divenire entrerebbe irrimediabilmente in crisi, con le varie contraddizioni celate per Severino nel senso greco del divenire da cui Nietzsche si sarebbe sottratto: scorgere una dimensione eterna ed immutabile avrebbe significato constatare la follia del divenire, l’ultimo passo per rendere davvero coerente il nichilismo.

L’eterno ritorno come martello tra il passato e la solitudine
Ed invece Nietzsche sarebbe rimasto all’interno delle figure poetiche, sebbene con decisive implicazioni filosofiche. Le più importanti di tutte sono contenute nello Zarathustra e sostanziano gli altri annunci dell’eterno ritorno. Il filosofo, per Nietzsche il terzo caso tra un dio e uno psicopatico, racconta prima l’enigma della porta a due facce da cui scaturiscono due vie che si allungano per l’eternità e che si riuniscono nella porta maestra chiamata Attimo. Tale visione lascia poi repentinamente il posto a quella del giovane pastore con in bocca un pesante serpente nero in cui Zarathustra, preso dall’orrore,  gli grida di mordere e staccare la testa: cosa che, una volta fatta, rende il pastore come un trasfigurato, un circonfuso di luce che comincia a ridere in modo disumano. Una decisione a fondamento dell’eterno ritorno? In questo caso si tornerebbe ad un significato etico della dottrina: quello di realizzare nella vita dei modi di esistenza che si vorrebbero tornassero sempre. Cruccio fondamentale di questa visione però, rimane l’impossibilità di liberarsi dall’ipoteca del passato con l’uomo che viene a perdere la sua libertà proprio al cospetto del suo ultimo nemico, il tempo. Ecco allora che la dottrina dell’eterno ritorno non può non essere che espressione della volontà di potenza con Nietzsche che pretende esplicitamente di trasformare il così fu in un così io volli: l’eterno ritorno come martello in mano all’uomo più potente, vera dottrina della volontà.
Le visioni enigmatiche che lo contraddistinguono ci ricordano infine che esso è anche il pensiero della più estrema solitudine, la solitudine dalle sette pelli come la definisce Nietzsche, sotto il cui peso finiscono per essere oppressi coloro che più di tutti soffrono della moltitudine: cosa che, in fondo, è anche giogo leggero e soave.

Riferimenti bibliografici
Di Nietzsche, le opere più consultate per la stesura di questo articolo sono state La gaia scienza, Così parlò Zarathustra e Ecce Homo.
Per quanto riguarda la letteratura critica, il Nietzsche di Heidegger e L’anello del ritorno di Severino.

 

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