Il linguaggio politico e la necessità del ritorno della retorica

È possibile discutere dei temi della retorica classica, di logos, ethos e pathos, della loro commistione e del loro uso (ed abuso) nel discorso pubblico, senza scadere in un polveroso sfoggio di erudizione? Mark Thompson, già direttore generale di BBC e amministratore delegato del New York Times, ci ha provato nel 2016 pubblicando un importante saggio sulla retorica e sullo stato generale del discorso pubblico contemporaneo, che è stato tradotto in Italia da Feltrinelli (La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Feltrinelli, 2017, p. 426). Va subito detto che la traduzione italiana del titolo lascia fortemente a desiderare, a causa di una connotazione negativa del concetto di retorica che nel libro e nello stesso titolo originale (Enough Said. What’s gone wrong with the language of politics, St Martin Pr, 2016) è del tutto assente. Thompson, difatti, ha un concetto alto di retorica, mutuato dai classici del canone occidentale, e il libro è un vero e proprio appello al suo uso consapevole, come rimedio al degrado della politica contemporanea. Definita come lo studio accademico del linguaggio pubblico nonché dell’arte di insegnare e padroneggiare i meccanismi che lo articolano, il termine retorica viene usato da Thompson, per traslazione, anche come sinonimo dello stesso linguaggio pubblico.

 

Con un eccellente controllo delle fonti, Thompson osserva che il degrado del discorso pubblico è un problema antico; tuttavia, l’assenza di consapevolezza delle tecniche retoriche da parte dell’uditorio contemporaneo e la loro curvatura a scopi poco edificanti da parte dei soggetti attivi del discorso pubblico (politici, giornalisti, ecc.) costituisce oggi un concreto rischio per la tenuta delle nostre democrazie. La realizzazione dell’incubo di Orwell non va ricercata nelle pagine di 1984 ma in quelle, apparentemente neutre, di Politics and the English Language, dove Orwell scoperchia la scatola degli attrezzi di coloro che “lavorano” con le parole, ammonendo all’uso consapevole della lingua e, di conseguenza, degli strumenti retorici. La gabbia che provoca la perdita della libertà è costruita di parole e, una volta chiusa, non si apre facilmente.

Il libro è concentrato sugli effetti esplosivi della combinazione fra strumenti retorici vecchi di millenni e nuovi mezzi di comunicazione di massa. Thompson afferma che la crisi dell’attuale sistema politico, più o meno evidente in ognuno dei sottosistemi da cui è composto la grande polis occidentale, risiede nell’aver dimenticato o distorto l’idea e l’uso della retorica ed evidenzia la necessità che essa torni al centro dell’analisi politica: «invece di trattarla come se fosse un effetto collaterale di altri fattori più profondi, vorrei piazzarla al centro del dispositivo causale. Le nostre strutture civiche, le nostre istituzioni e organizzazioni, sono organismi viventi del linguaggio pubblico, e quando cambia la retorica loro fanno altrettanto. La crisi della nostra politica è una crisi del linguaggio politico».
Rimettendo dunque al centro della riflessione il buon vecchio armamentario aristotelico secondo il quale, nella retorica, il potere di convincere risulta equamente spartito tra il puro ragionamento (logos), il carattere e la reputazione dell’oratore (ethos) e la sintonia dell’uditorio sia con l’oratore sia con l’argomento (pathos), Thompson analizza la gran massa di dati raccolta nel corso della sua trentennale carriera per affermare che nei media, e dunque nell’ecosistema pervasivo ed infiltrante in cui siamo tutti immersi, alle volte del tutto inconsapevolmente, il logos ha ceduto il passo all’ethos. In altre parole, ottiene lo spazio maggiore l’analisi del carattere, cioè quello che le parole, l’aspetto e le azioni di coloro che si agitano sul palcoscenico pubblico ci dicono su ciò che sono, mentre si riduce l’area destinata all’esposizione dei fatti e degli argomenti. E anche nel regno del logos si è verificato un altro cataclisma evidente: per usare la distinzione di Platone, la doxa ha sistematicamente guadagnato terreno a spese dell’episteme, il termine platonico che designa la vera conoscenza e la corretta comprensione.
Siamo figli dell’illuminismo, dice Thompson: ci hanno insegnato che dobbiamo sempre scavare sotto la superficie per arrivare alla verità e che nulla è più superficiale della retorica. Pertanto per noi la freccia causale va sempre dalla politica al linguaggio. In alcuni periodi storici, tuttavia, la linea causale può essere inversa: ed è in questo contesto, «quando il linguaggio pubblico è carente, e quindi non sono più possibili le scelte collettive, che la cultura in senso più ampio cola a picco e lo stato inizia a crollare». Si ha traccia di questo fenomeno nella nefasta confusione fra argomentazione scientifica e faziosità. L’argomentazione scientifica cerca di esporre la sua tesi non soltanto il più chiaramente possibile ma, in un certo senso, il più debolmente possibile: ogni obiezione, qualsiasi dubbio deve essere sbandierato. La faziosità fa l’opposto, perché preferisce ignorare i propri punti deboli, concentrandosi su quelli dell’avversario. La commistione fra le due impostazioni può essere (ed è) fatale.

Thompson registra tuttavia alcuni elementi che possono fornire un contrasto efficace al piano inclinato della retorica maligna: non siamo destinati a diventare cani di Pavlov, che sbavano al comando di demagoghi. Prendendo in prestito gli strumenti del marketing commerciale, Thompson ribadisce che esiste e può essere difeso un margine di agibilità per le opinioni informate ed indipendenti. A tale scopo, la prima leva a disposizione è quella della concorrenza. Ogni messaggio di marketing è costretto a lottare con i rivali e le differenti informazioni trasmesse dai diversi messaggi in concorrenza fra loro possono formare un capitale di conoscenza utile a fondare un’opinione autonoma. La seconda leva è quella del feedback empirico. Quando si consumano prodotti o si utilizzano servizi si può mettere alla prova la promessa del marketing, smentendola in caso di falsa o distorta rappresentazione. Certo è che entrambe le leve (concorrenza e feedback empirico) dipendono dalla capacità di sottoporre le proprie scelte come consumatore (di beni, di servizi e, in ultima analisi, di proposte politiche) al vaglio di una sano e ponderato discernimento, fondato sulle informazioni immediatamente disponibili e, in generale, sulla più ampia esperienza di vita. I greci chiamavano questa facoltà phronesis, una forma di giudizio pratico che distinguevano dalla sophia, la saggezza che associavano invece al sapere scientifico ed astratto; i romani assorbirono ben presto l’idea, forgiando il concetto di prudentia, che posero a fondamento della loro maestosa costruzione del diritto.
Come può essere coltivata la phronesis/prudentia nel nostro tempo? Thompson ricorre inaspettatamente all’armamentario teologico e ci mette in guardia dal peccato che i teologi medievali chiamavano accidia: «è il meno discusso dei sette peccati capitali. Di solito lo si prende per un sinonimo di “pigrizia”, ma in realtà è la colpa di agire in modo meccanico, di perdere la presa sul reale significato delle parole o delle azioni». In altre parole, dobbiamo vigilare costantemente, se non vogliamo ridurci a scodinzolare a comando. La conclusione di Thompson è dunque improntata ad un confortante ottimismo: l’accidia può essere sconfitta o quanto meno controllata. I politici non dovrebbero predicare bene e razzolare male; i giornalisti non dovrebbero mentire e dovrebbero essere onesti; noi tutti (il pubblico) dovremmo esercitare con determinazione la virtù del discernimento nei confronti dei falsi profeti.

Qualche osservazione (moderatamente) pessimista
La marea montante di parole d’ordine che pensavamo seppellite nelle fosse comuni della storia può essere arrestata dal logos e dalla phronesis? Troveremo salvezza nel vigilante esercizio del discernimento e della prudentia?
Niccolò Machiavelli sembra ricordarci che i desideri dei popoli liberi raramente sono perniciosi per la libertà e che lo strumento per contrastare le opinioni false di un popolo libero è quello delle assemblee pubbliche, visto che «gli popoli benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da un uomo degno di fede è detto loro il vero». Il concetto è ribadito, in maniera però più sfumata, laddove Machiavelli precisa che «il popolo, molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, disidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace come quello sia male e quale sia il bene, da alcuno in chi esso abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e danni».
Va tuttavia sottolineato che, in questi passi dei Discorsi, Machiavelli sta parlando delle assemblee della plebe, dove il “vir bonus atque dicendi peritus” è il tribuno della plebe, dunque non un generico uomo buono addestrato all’uso dell’armamentario retorico ed ispirato dal bene comune generale, ma un rappresentante degli interessi della classe cui appartiene. Tanto che il fenomeno assume un aspetto molto meno rassicurante nell’episodio di Pacuvio Calano (“improbus homo, sed non ad extremum perditus”, secondo Livio), che utilizzò abilmente lo strumentario retorico al fine di ottenere il potere, incuneandosi nei dissidi fra plebe e senato nella città di Capua, e dando in pasto alla plebe, appunto nel corso di un’infuocata assemblea pubblica, l’idea che fosse necessario «ammazare i senatori vechi».
Circa un secolo e mezzo dopo Machiavelli, Thomas Hobbes (che aveva tradotto sia la Storia di Tucidide sia la Retorica di Aristotele) distingueva il dono dell’oratoria da quello della saggezza, attribuendo il primo a chi è nato per affascinare le masse e considerando invece il secondo ispiratore di pace. L’eloquenza, secondo Hobbes, può essere di due specie: una prima, chiara spiegazione di concetti, sgorga dall’osservazione diretta; una seconda, agitatrice di passioni, fluisce dall’uso delle parole discosto dalla realtà. La prima specie è detta logica, la seconda retorica: la prima non si può mai separare dalla saggezza, la seconda ne è quasi sempre disgiunta. La conclusione lapidaria di Hobbes è che dall’uso della retorica ad opera degli ambiziosi e dalla stupidità del volgo discende la dissoluzione dello stato.

Dagli «infiniti exempli, romani e forestieri, moderni et antichi» che la storia ci consegna emerge allora che la retorica è una tecnica neutra, nel senso che prescinde da substrati o contenuti etici o morali. La sua espressione migliore, quella che la rende il collante di una polis libera, trova il suo brodo di cultura in piccole comunità, omogenee per interessi, cultura, percezione di sé, nel qual caso costituisce lo strumento fondativo del discorso pubblico e, in definitiva, il centro gravitazionale del canone politico occidentale. Si tratta, all’evidenza, di un’aspirazione, giacché anche nell’Atene di Pericle, sotto molti aspetti modello paradigmatico di tale comunità ideale, la retorica era spesso l’arma in mano ai violenti e ai facinorosi e cioè — in ultima analisi — ai nemici della libertà. In un episodio ricordato anche da Thompson, Tucidide racconta che, in occasione della rivolta di Mitilene, Cleone, «il più violento tra i concittadini e quello che godeva presso il popolo il credito più assoluto», riuscì a convincere l’assemblea a reagire in maniera spietata, inviando una spedizione con l’ordine di mettere a morte l’intera popolazione maschile e di ridurre in schiavitù le donne e i bambini. Al volgere della giornata Diodoto, altro retore famoso, convinse l’assemblea a revocare la prima decisione ed a tentare, in extremis, la via della trattativa e della clemenza, inviando una seconda spedizione per bloccare la prima. Oratori contrapposti, le navi in corsa, il popolo che oscilla fra un estremo e l’altro, il destino degli abitanti di Mitilene appeso all’esito dello scontro fra due demagoghi. Anche la democrazia ateniese non era un paradiso.

Se l’episodio narrato da Tucidice può restare nell’alveo di un fisiologico esercizio democratico (ma i cittadini di Mitilene, che l’ondivaga assemblea ateniese aveva destinato a morte certa, probabilmente la penserebbero diversamente), altri episodi dimostrano che la retorica può essere utilizzata come cardine di un progetto politico abominevole, prestandosi docilmente a tracciare la differenza fra ariani e sub-umani e ad innervare, ammantandola di normalità, la quotidiana predicazione di morte. Victor Klemperer ha descritto con estrema cura la spaventosa efficacia della lingua del terzo reich: «l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. (…). La lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. (…). Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico».

Così stando le cose, la retorica non è altro che uno strumento a  disposizione di chiunque ne domini la tecnica e può, in determinate circostanze, piegarsi a diventare strumento della volontà di dominio di un tiranno. Non è allora la retorica che sta distruggendo la lingua della democrazia, come erroneamente dà ad intendere la traduzione italiana del titolo del libro di Thompson, spostando il fuoco della questione su un inconcludente atteggiamento assiologico. È invece chi ha a cuore la libertà che è chiamato alla costante sorveglianza del discorso pubblico, perché il destino degli accidiosi, come si è visto, è sempre quello di finire avvelenati dall’arsenico delle cattive parole.

 

Riferimenti bibliografici
– Thomas Hobbes, De cive, Cambridge University Press, Cambridge, 1998 (tr. it. De cive, Nino Aragno Editore, Torino, 2018).
– Viktor Klemperer, LTI. Notizbuch einen Philologen, Reclam Verlag, Leipzig, 1975 (tr. it. LTI. la lingua del terzo Reich. Taccuino di un filologo, La Giuntina, Firenze, 1998).
– Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Edizione nazionale delle opere, Salerno Editore, Roma, 2001.
– Tucidide, La guerra del Peloponneso, Rizzoli, Milano, 1996.

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