Il coniglio gavagai e l’improbabile compito della traduzione

coniglio bianco

Se c’è una tradizione di pensiero a cui dev’essere attribuita la fortuna degli esperimenti mentali, questa è sicuramente la filosofia analitica. Fin dalla sua nascita, essa si caratterizza per l’uso abbondante di casi ed altri esempi controfattuali grazie ai quali dimostrare le sue teorie. Uno dei più famosi è l’esperimento della traduzione radicale, riguardante il problema della comprensibilità degli enunciati linguistici. Formulato dal filosofo americano Willard van Orman Quine (1908-2000) nel testo Parola e oggetto pubblicato nel 1960, l’esperimento mentale prende in esame la questione relativa alle modalità con le quali le espressioni linguistiche ricevono determinati significati. L’ipotesi dell’incontro tra due individui che non conoscono la lingua dell’altro, dimostra, secondo il suo autore, che i significati non possono e non devono essere presupposti: la conseguenza di ciò è che le frasi pronunciate in una lingua diversa da quella a cui apparteniamo, non sono né traducibili né tantomeno comprensibili. Anche perché, come diceva un altro esponente della filosofia analitica, Hilary Putman, i significati non sono nella testa: la conseguenza è la distruzione del procedimento logico che trasforma le rappresentazioni in concetti.


L’indeterminatezza della traduzione
Nello scenario ipotizzato un etnologo incontra un indigeno di cui non conosce né la lingua né le abitudini culturali: in che modo, se possibile, il primo può imparare la lingua del secondo? Quine parte dall’assunzione metodologica secondo cui l’etnologo non sa nulla né dei comportamenti dell’indigeno né del significato delle sue parole: egli può solo decodificare i suoni emessi dall’indigeno come parole a lui rivolte.

Un coniglio passa di corsa, l’indigeno dice «Gavagai» e il linguista registra l’enunciato «Coniglio» (o «Guarda, un coniglio») come traduzione provvisoria. (…) Supponiamo che la lingua indigena includa gli enunciati E1, E2, E3 traducibili rispettivamente come «Animale», «Bianco», «Coniglio» (…). In che modo il linguista può accorgersi che l’indigeno sarebbe stato disposto ad assentire a E1 in tutte le situazioni in cui si è trovato a pronunciare E3 e in alcune situazioni in cui si è trovato a pronunciare E2? (…).
Così avviene che il nostro linguista chiede «Gavagai?» in ciascuna delle varie situazioni stimolatorie, e osserva ogni volta se l’indigeno assente, dissente, o non fa né l’uno né l’altro. Ma in che modo riuscirà a riconoscere l’assenso e il dissenso dell’indigeno quando li vede o li sente? (…). Supponiamo che il linguista abbia stabilito che certi segni indigeni significano assenso, e certi altri, dissenso. Con ciò è in grado di accumulare prove induttive per tradurre Gavagai come l’enunciato coniglio. La legge generale per cui raccoglie esempi è approssimativamente questa: l’indigeno darà una risposta affermativa a «Gavagai?» proprio sotto l’influsso di quelle stimolazioni sotto l’influsso delle quali noi, se interrogati, daremmo una risposta affermativa a «Coniglio?»; e analogamente per la risposta negativa. (…) È importante considerare le stimolazioni, e non i conigli, come ciò che spinge l’indigeno ad assentire a «Gavagai?» La stimolazione può restare identica anche se il coniglio è sostituito da una contraffazione. Viceversa la stimolazione può variare nella propria capacità a spingere ad assentire a Gavagai a causa di variazioni di angolatura, luce e contrasto di colori anche se il coniglio resta identico. Nell’assimilare sperimentalmente gli usi di «Gavagai» o «Coniglio» sono le stimolazioni a dover essere uguagliate, non gli animali.

Quest’ultima proposizione di Quine è indicativa per dare conto della sua teoria, sommariamente riassunta nei brani scelti sopra. Ogni linguaggio, ogni espressione linguistica, è dipendente dalle manifestazioni e dai comportamenti a cui è associata e mai ad un significato previamente ammesso (in questo caso quello di coniglio). Di conseguenza, l’esperimento della traduzione radicale designa l’impossibilità di qualsiasi traduzione oggettiva: non essendoci significati univoci, essa rimane sempre indeterminata e indeterminabile. Quine, per arrivare a ciò, distrugge non solo la nozione di significato ma anche quella di analitico e di sinonimo, termini ridotti ad espressioni occasionali mai generalizzabili. Secondo il paradigma della svolta linguistica, di cui il filosofo americano è uno dei più autorevoli rappresentanti, ogni linguaggio crea il mondo e s’inquadra all’interno del sistema culturale di riferimento, con la conseguenza che esso è totalmente incommensurabile a qualsiasi altro linguaggio. Questo approccio porta con sé la tesi della relatività ontologica, secondo cui non è possibile parlare di enti in modo assoluto, ovvero in modo indipendente dal sistema di riferimento adottato: l’esistenza dei nomi non ha alcun fondamento ontologico.

Quella di Quine è stata definita la tesi dell’esternalismo semantico, in virtù della quale le espressioni linguistiche hanno senso soltanto in connessione con le manifestazioni causali esterne da cui sono generate. I guadagni concettuali dell’esternalismo semantico si possono riassumere in due aspetti: il primo è che il linguaggio ha significato soltanto quando viene compreso da altri, sicché un’espressione è tale solo se si lascia comprendere; il secondo è che le espressioni linguistiche articolano la conformazione del mondo esterno ed hanno “significato” fintanto che sono interpretabili come tali. I guadagni però si fermano qui e per recuperare quanto perduto, i filosofi del linguaggio devono ricorrere ad alcuni principi tratti dalla pratica.

Nessuna comunicazione senza carità e senza ascesi
Quine sostiene che il linguaggio sia fondamentalmente un’arte sociale che non può fare a meno non solo della tolleranza, ma anche della carità. L’idea a fondamento del principio di carità è semplice: l’interprete deve attribuire a colui che parla i propri schemi concettuali e la sua stessa razionalità. In altre parole, senza l’assunzione che le persone siano razionali nell’uso del linguaggio, senza l’ipotesi che chi mi sta di fronte stia enunciando qualcosa, ogni comunicazione con gli altri è impossibile. Si tratta quindi di un principio che vale come condizione della comprensibilità in quanto, se si vuole anche soltanto iniziare una conversazione, bisogna attribuire a chi ci parla la medesima ragione che ci caratterizza. Nella sua formulazione originaria il principio fu introdotto come condizione sistematica di possibilità per un processo ideale di attribuzione di credenze e significati. Da quest’ambito, esso è poi stato esteso alle varie teorie dell’argomentazione, come principio pratico non solo volto a ridurre i conflitti ma ad estendere l’area di accordo nel senso più razionale e conforme alle opinioni di chi ascolta. Il principio di carità si unisce a quello dell’ascesi semantica, termine con il quale s’intende il passaggio dall’universale al particolare: nelle parole di Quine, che così chiude il testo del 1960, affinché vi sia comprensibilità è necessario passare dal parlare di miglia al parlare del miglio, in modo tale che la discussione venga condotta su di un terreno in cui le parti riescono a trovarsi più facilmente d’accordo in merito all’oggetto della discussione, ovvero sulle parole.

Filosofia del linguaggio e distruzione del principio di non contraddizione
Il presupposto su cui si basa l’esperimento mentale di Quine e di tutta la filosofia del linguaggio, consiste nella distruzione del concetto di analitico, ovvero di quel procedimento della logica che, da Kant in poi, designa la trasformazione delle rappresentazioni sensibili in concetti. Quine è convinto che le ipotesi analitiche siano completamente sprovviste di senso, in quanto non importa se per i due parlanti “gavagai” e “coniglio” abbiano significati uguali o diversi: «il punto non è che non possiamo essere sicuri se l’ipotesi analitica sia giusta, ma che non c’è neppure, come nel caso di Gavagai, qualcosa di oggettivo su cui aver torto o ragione». Così intesa, la filosofia del linguaggio si risolve in una forma di comportamentismo in cui l’intelletto finisce per essere utilizzato per meri compiti computazionali. Non bisogna poi nemmeno dimenticare che, insieme al concetto di analitico, viene distrutto anche il principio di non contraddizione senza il quale, come insegna Aristotele, ogni discorso è completamente insensato.

 

Riferimenti bibliografici
Willard van Orman Quine, Parola e oggetto, Il Saggiatore, Milano, 2008

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