Il “bilioso” Schopenhauer e l’impudenza nascosta.

Lo scorso 13 luglio è apparso un editoriale sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “Una perfetta impudenza” con la tesi in base alla quale in Italia, paese del “tutti innocenti”, ostacolo principale a qualsiasi progresso è l’oblio autoassolutorio e la mancanza di autocritica verso le pratiche di corruzione di cui tutti cittadini si sono resi responsabili a partire dal proprio piccolo. L’articolo iniziava con un riferimento al “bilioso” Schopenhauer (aggettivo utilizzato da Francesco De Sanctis in una sua opera) secondo il quale gli italiani rappresentano l’esempio di una perfetta impudenza.  Il giudizio di Schopenhauer nei confronti dell’Italia, nonostante quella valutazione, in realtà non è mai stato di particolare antipatia (come invece Galli della Loggia ipotizza). In una delle lettere scritte nei due viaggi fatti nel nostro Paese, Schopenhauer osservava che “con l’Italia si vive come con un’amante, oggi in lite furibonda, domani in adorazione: con la Germania invece si vive come con una massaia, senza troppa rabbia e senza troppo amore”. E questo è ancora niente a confronto con il giudizio espresso verso il  suo paese: “disprezzo la nazione tedesca a causa della sua esagerata stupidità e mi vergogno di appartenervi”.

Riguardo al tema del suo articolo, Galli della Loggia non è nuovo nel rimproverare che i mali della politica italiana risiedono prima di tutto e principalmente nel suo corpo sociale. Lo aveva sostenuto anche in altri articoli apparsi sul Corriere della Sera (in particolare “La corruzione e le sue radici“ del 17.02.2010 e  “Qualche domanda all’Italia ipocrita” del 21.02.2010). Quello che fa specie è però il giudizio di un docente universitario, qual è appunto Galli della Loggia, che nell’elenco delle responsabilità non menziona mai l’istituzione alla quale egli stesso appartiene, cioè l’Università. Egli parla dei partiti, dei sindacati, del sistema dell’informazione e poi di tutti gli italiani. Nessuna parola sull’Università, depositaria dell’educazione e della formazione del Paese e della sua classe dirigente. Un’istituzione di cui già dalla fine degli anni ottanta si denunciavano i mali endemici (ricordiamo in particolare le giuste analisi di Raffaele Simone sul Mulino relative al sistema di selezione feudale simile al mandarinato cinese) e di cui, negli anni successivi, è stata scoperta la cattiva gestione a tutti i livelli. Secondo il nostro punto di vista non basta additare sempre le responsabilità degli altri, divenendo così comodamente generici. Dove era il professore ai tempi della spartizione e della distruzione di cui è stata fatta oggetto l’Università italiana? I concorsi truccati, i posti assegnati su base clientelare, le cattedre create ad personam. Senza contare il fatto che, anche dal punto di vista finanziario, guardando i bilanci dei singoli atenei, l’università italiana si è rivelata nel suo complesso fallimentare. L’autocritica dunque si abbia il coraggio di farla a casa propria traendone le giuste conseguenze. Vorremmo poi aggiungere altre cose. Innanzitutto, pur non negando che il problema della corruzione risieda anche nel corpo sociale, vorremmo che si cominciasse a comprendere che si deve pur sempre denunciare partendo dall’alto. E questo in nome del principio realistico espresso da Machiavelli secondo il quale i popoli seguono i costumi di chi li governa (Discorsi III, 29: Che gli peccati de’ popoli nascono dai principi). Nella stessa direzione è giusto ricordare poi che soltanto le leggi fanno buoni gli uomini (Platone, Machiavelli, Spinoza) e che dunque è moralistico (questo sì) additare il popolo come fonte di tutti i mali. In secondo luogo, bisognerà pur dire che i processi mediatici che nel nostro Paese vengono periodicamente indetti contro la classe politica (che Galli della Loggia ha spesso giustamente denunciato) si fanno a motivo del fatto che in Italia non si svolgono i processi veri, quelli di fronte al giudice. Anche in questo caso Machiavelli aiuta: “usasi più questa calunnia dove si usa meno l’accusa, e dove le città sono meno ordinate a riceverle” (Discorsi I, 8): in tal modo il popolo è soddisfatto ed i politici restano impuniti. Infine osserviamo che non è vero, come dice Galli della Loggia, che tutti i cittadini sono responsabili di quanto accaduto. Esistono cittadini, intellettuali e gente comune che, a prezzo di notevoli disagi e di veri costi personali (senza ridursi a quella “minoranza di veri poveri senza diritti” di cui parla il professore), non hanno accettato e non si riducono alle pratiche clientelari e di corruttela vigenti. Nonostante ciò non vanno in piazza, non rompono niente e non fanno vittimismo ma continuano la loro opera lontano dalle luci della ribalta mediatica. Bisognerà prima o poi tenere conto di queste persone se si vuole una reale prospettiva di rinascita del Paese.

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Voglio riportare, con la forma concisa e dritta di un tweet, ciò che la professoressa Michela Marzano ha risposto alla lettura di tale articolo: “Interessante, anche perché secondo me uno dei problemi dell’Italia è l’autocritica eccessiva + idealizzazione dell’estero”.
Personalmente vorrei aggiungere qualcosa, rimarcando ancora di più il concetto sia espresso da Maurizio che dalla professoressa (sebbene nella brevità del suo tweet): la grande cecità nel vedere sotto i nostri piedi le pieghe del marcio è storicamente, in Italia, straordinaria.
Alcuni la chiamano “salvaguardia delle lobby”, altri “interessi”. Io la chiamerei solamente una tendenza pregna di egoismo. Il nostro Spinoza, con l’egoismo, non andava tanto d’accordo. Ecco anche perché.

Anch’io sono rimasto colpito dai frequenti editoriali (sempre in prima pagina) di Galli Della Loggia sul Corriere. Il tono è sempre lo stesso, estremamente duro nei confronti dell’Italia e dei costumi del suo popolo. Francamente lo trovo qualche volta un pò esagerato: abbiamo tanti difetti, ma anche grandi pregi. Dal confronto con gli altri paesi non usciamo poi così male. Non è certo il caso di autoassolversi, ma anche darsi continuamente addosso…questo alimenta un complesso d’inferiorità e una sensazione di disagio con noi stessi, in quanto italiani, che è francamente eccessiva (gli altri, con magagne altrettanto grandi, non si fanno tutti questi problemi). Occorre poi tener conto del fatto che il mondo oggi è veramente globale e la nostra stampa è letta da tutti: l’immagine che diamo di noi stessi diventa quella che se ne fanno gli altri. A forza di spararci addosso, ci suicidiamo davvero…il problema delle aspettative che si autoavverano. Tutto questo è ancor più sorprendente provenendo dall’autore di alcuni libri molto importanti, fondamentali per comprendere il nostro Paese e la sua storia, come “L’identità italiana” (Il Mulino).

Il giudizio di Schopenhauer sugli italiani si trova nei frammenti postumi e recita esattamente in questa maniera: «Il tratto principale del carattere degli italiani è un’assoluta spudoratezza. Che consiste in questo: da un lato, non c’è nulla di cui non ci si ritenga all’altezza, e quindi si è presuntuosi e arroganti; dall’altro, non c’è nulla di cui ci si ritenga abbastanza esperti, e quindi si è codardi. Chi ha pudore, invece, è troppo timido per alcune cose, troppo orgoglioso per altre. L’italiano non è né l’uno né l’altro, bensì, a seconda delle circostanze, o è pavido o è borioso» [Scritti postumi, vol.III, Manoscritti berlinesi (1818-1830), Taccuino, n.69 (p.225 dell’edizione italiana pubblicata dall’Adelphi)].

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