Gige e l’anello dell’ingiustizia

Il mito dell’anello di Gige, da equiparare ad un vero e proprio esperimento mentale, si trova all’inizio del secondo libro della Repubblica di Platone. Il tema, accesissimo fin dal libro precedente, è quello della giustizia. Socrate, di ritorno dal Pireo dove aveva partecipato ad una processione religiosa, viene fermato da alcuni amici i quali gli comunicano senza mezzi termini che, a meno che egli non sia più forte di tutti loro, dovrà rinunciare a tornare in città. Contro la sua volontà, Socrate è così costretto a fermarsi e a subire la discussione, chiaro indice di riluttanza ad affrontare un tema delicato, forse insolubile. Del resto egli è il primo a riconoscere, come farà nell’Apologia di Socrate, che non sarebbe riuscito ad arrivare alla sua età se avesse fatto vita politica schierandosi sempre dalla parte del giusto.

 

Glaucone, l’accompagnatore di Socrate, prende la parola dopo l’intervento polemico di Trasimaco e osserva che esistono tre tipi di beni: quelli che si desiderano per sé, quelli che si desiderano per sé e per le conseguenze che ne derivano, quelli che si desiderano solo per le conseguenze che ne derivano. La giustizia, osserva Glaucone, rientra in quest’ultimo genere di beni: essa infatti è un bene gravoso (come il fare ginnastica o il mettersi a dieta) che viene coltivata per i vantaggi e per la buona fama che essa procura.

Ma la libertà di cui io parlo sarebbe né più né meno quella che toccherebbe ai nostri personaggi se avessero il medesimo potere che la tradizione attribuì a Gige, l’antenato di Creso. Costui era pastore al soldo dell’allora sovrano di Lidia, quando per una violenta tempesta e per un sommovimento del suolo, si squarciò la terra e si aprì una voragine proprio nei pressi del luogo in cui pascolava il gregge. [Sceso nella voragine] ebbe modo di scorgere un cadavere che lì giaceva e che sembrava di statura maggiore di quella umana. Questo non aveva altro che un anello d’oro su una mano, Gige glielo tolse e uscì. Quando si tenne la solita riunione dei pastori, per il rendiconto mensile al re dello stato delle greggi, anch’egli vi andò con al dito il suo anello. Mentre sedeva fra tutti gli altri, casualmente gli capitò di ruotare il castone dell’anello verso di sé, all’interno, verso il palmo della mano e, detto fatto, divenne invisibile a quelli che gli sedevano a fianco, i quali parlavano di lui come se se ne fosse andato. Non vi dico la sua meraviglia, tanto più che, di nuovo mettendo mano all’anello, e ruotandone il castone all’esterno, non appena l’ebbe volto ridivenne visibile. Avendo notato questo fatto, egli ripeté l’esperimento con l’anello per verificare se davvero possedeva quello straordinario potere. (…) Appena ebbe la certezza di questa eccezionale proprietà, si diede subito da fare per essere accolto nella delegazione che doveva accogliere il re e, come giunse alla sua corte, ne sedusse la moglie e, col suo aiuto, tramando ai danni del sovrano, riuscì ad ucciderlo e, in tal modo, ad impossessarsi del potere. [Repubblica, 359c-360b]

Il discorso di Glaucone vuole essere una ripresa di quello di Trasimaco il quale aveva affermato che la giustizia è l’utile del più forte. Nel dialogo che era seguito all’enunciazione di tale tesi, Trasimaco era anzi giunto a sostenere che l’ingiustizia, riuscendo utile per la felicità del tiranno, serviva a qualcosa mentre la giustizia non serviva a nulla: di conseguenza, la giustizia è un vizio (una specie di nobile stupidità) mentre l’ingiustizia una virtù (un’assennatezza).
Socrate, nonostante l’intransigenza del suo avversario, aveva tentato una mossa retorica per confutare la logica di Trasimaco. Stabilita l’essenza dell’ingiustizia nella plenaxia, ovvero il volere sempre di più, egli era riuscito, nello svolgimento del dialogo, a far riconoscere a Trasimaco che la conoscenza è bene e l’ignoranza un male. Ciò tuttavia non era sembrato ancora sufficiente per far trionfare la giustizia sulle acute osservazioni del suo oppositore.
Glaucone, a questo proposito, è dalla parte di Socrate ed è convinto della superiorità della giustizia. Ma è dubbioso, vuole avere ragioni forti: per questo assume la parte dell’avvocato del diavolo e si sforza così di elogiare la vita ingiusta attraverso il racconto in oggetto. Ma ciò non basta ancora e Adimanto, suo fratello, interviene ponendo sullo sfondo un altro problema, quello del rapporto tra l’agire giusto e la vita felice. Per Adimanto non esiste tra le due un rapporto necessario, quanto piuttosto un rapporto di tensione che di solito rimane nascosto fintanto che l’agire umano è costretto all’interno di norme sociali e giuridiche. L’esistenza di tali sanzioni distorce la percezione del rapporto tra giustizia e vita felice. Ecco allora che la distinzione tra giusto e ingiusto finirebbe per scomparire nel momento in cui i giusti avessero la possibilità di indossare l’anello di Gige al dito e avere così l’opportunità di regolarsi secondo il loro piacimento.
Il successivo confronto pratico tra gli stili di vita infatti  mostra che l’ingiustizia è legata alla felicità e la giustizia all’infelicità e ciò si mostra nella frequente inversione dei ruoli che avviene nella pratica (per cui spesso l’ingiusto si mostra giusto e il giusto appare come ingiusto). L’elogio della giustizia, conclude Adimanto, sarebbe così fondato non sulla sua essenza ma sui vantaggi che essa porta in quanto gli uomini non lodano la giustizia ma la buona reputazione che essa arreca. L’apparenza dunque la spunta sulla verità, la quale è la sola chiave della felicità.

A questo punto Socrate, al fine di ricercare l’essenza della giustizia da cui non si può prescindere, sposta il discorso su di un piano più ampio, quello delle origini dello Stato. Si tratta di una scelta metodologica: partire da ciò che è più grande e visibile (lo Stato) aiuta a vedere meglio ciò che si annida in ogni singolo individuo. “Ora noi, continuai, non siamo tanto abili e mi sembra perciò che la nostra ricerca si debba condurre esattamente come se si ordinasse a persone miopissime di leggere a distanza caratteri minuti e a una venisse in mente che i medesimi caratteri esistono anche altrove, maggiori e su superficie più ampia. Sarebbe allora una bella fortuna, a mio avviso, poter leggere prima questi e così esaminare poi i minori, se sono gli stessi” (Repubblica, 368d).  In questo modo Socrate pone le basi del lungo dialogo che verterà sulla migliore organizzazione della società, da cui sarà possibile comprendere cosa sia, in realtà, la giustizia.

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