Genius malignus and Friends

The-Matrix

Apparenza o realtà? Falsa illusione o vera conoscenza? Sogno o son desto? Interrogativi vecchi quanto il mondo che hanno alimentato la filosofia fin dal suo nascere. A rappresentarli per tutti è l’esperimento mentale principe in materia, quello di Cartesio e del suo genio maligno, che crea immagini e percezioni ingannevoli per indurlo alla credulità del mondo che gli sta attorno. L’esperimento di Cartesio non è stato il primo così come non è stato e non sarà l’ultimo. Fin dall’antichità, il problema della conoscenza vera attraverso gli esperimenti mentali ha conosciuto in letteratura degli esempi che somigliano molto a quello del filosofo francese. In epoca moderna poi, a seguito dello sviluppo delle tecnologie e delle simulazioni computerizzate, i casi e le ipotesi teoriche si sono moltiplicate tra gli studiosi di filosofia fino ad estendersi all’ambito della fiction contemporanea.  Per tutti ci sono premesse e obiezioni che vale la pena ricordare.

 

Cartesio, il genio ingannatore e la pretesa capacità di sospendere il giudizio
Pubblicate quattro anni dopo il Discorso sul metodo, le Meditazioni metafisiche del 1641 costituiscono il capolavoro anche letterario in cui Cartesio esibisce tutto il suo genio filosofico. Nella prima delle sei meditazioni egli ipotizza quello che sarà definito il “dubbio iperbolico” nel quale un dio cattivo o genio maligno gioca ad ingannare gli uomini e le loro rappresentazioni.

Io supporrò dunque che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio [genius aliquem malignum] non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni, in cui egli si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di avere tutte queste cose. Io resterò ostinamente attaccato a questo pensiero: se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore che, per potente ed astuto ch’egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.

Di tutte le osservazioni che sono state avanzate nei confronti di questo storico testo della filosofia, ce n’è una che consiste nel chiedersi se sia davvero in nostro potere sospendere il giudizio. La risposta è affermativa se, come nella prospettiva di Cartesio, la volontà è atto distinto dal giudizio e quindi utilizzabile per ogni genere di fantasia: nel caso cioè che la volontà si estenda più ampiamente dell’intelletto supponendo che la prima sia infinita e il secondo finito. Questo sembra essere confermato dall’esperienza la quale mostrerebbe con evidenza che la volontà è libera e l’intelletto costretto entro limiti determinati. Se però al contrario, si suppone che il giudizio sia la percezione stessa, che cioè l’atto intellettivo sia inseparabile dal percepire una cosa, allora non è possibile ad alcuno sospendere il proprio giudizio. Si tratta dell’obiezione di Spinoza: in questo caso rimane cioè impossibile percepire una cosa e allo stesso tempo sostenere che non si stia percependo la cosa stessa. Non si può negare quello che si percepisce: al massimo potrà negarsi che quello che si percepisce sia inadeguato alla cosa, il che significa però avere una precedente percezione che esclude il valore di quella che attualmente si percepisce. In altre parole: non si tratta di affermare una potenza della volontà superiore a quella dell’intelletto bensì di sostenere molto più semplicemente una mancanza di conoscenza. Se questo è vero, l’ipotesi di Cartesio si basa sul presupposto implicito che egli abbia una conoscenza previa superiore a quella ipotizzata e l’esperimento mentale altro non si rivela che un ben mascherato bluff.

Vico e l’inutilità di un esperimento già noto
Il genio maligno non è ipotesi nuova nella filosofia. La scolastica aveva per secoli utilizzato l’immagine del dio ingannatore per combattere lo scetticismo, la stessa cosa che si ripropone Cartesio nel momento in cui riformula l’esperimento. Vico costruisce le sue osservazioni critiche proprio sulla non originalità di questa trovata facendo riferimento a due esempi tratti dalle opere di Cicerone e di Plauto. Il primo caso riguarda un dialogo contenuto nel secondo libro degli Accademici in cui Lucullo, discepolo del filosofo Antioco e oppositore dello scetticismo, viene interpellato circa la possibilità di un sogno mandato dal Dio stesso.

«Essi presentano la possibilità che molte cose possano apparire di esistere in un modo tale che siano assolutamente non esistenti, in quanto la mente è influenzata in modo ingannevole da oggetti non esistenti nella stessa maniera che essa è influenzata da oggetti reali. Ad esempio, quando la vostra scuola sostiene che alcune rappresentazioni sono mandate dalla divinità – sogni per esempio e le rivelazioni fornite dagli oracoli, dagli auspici e dai sacrifici (…) – in che modo, essi chiedono, la divinità ha il potere di rendere false rappresentazioni possibili e non avere il potere di rendere probabile quelle che si approssimano assolutamente in modo più vicino alla verità?»

Nel secondo caso Plauto immagina nell’Anfitrione, commedia scritta verso la fine del III secolo a.C., uno scambio di persona in cui Mercurio, inviato da Giove, prende l’aspetto del servo Sosia, generando in quest’ultimo dei dubbi circa la sua propria identità:

«Certamente, per Polluce, quando lo rimiro riconosco la mia forma, egli mi è davvero simile, così come mi sono spesso visto nello specchio. Stesso cappello, stesso vestito, simile a me in tutto: nei polpacci, nei piedi, nella statura, nel taglio dei capelli, negli occhi, nel naso, nei denti, nelle labbra, nelle guance, nel mento, nel collo: in tutto che bisogno c’è di parole? Se gli guardo le spalle piene di cicatrici, non c’è nulla di più simile al simile. Eppure quando penso, sono certo di essere e di essere sempre stato»

L’argomento cartesiano del genio maligno nasce ed è utilizzato per sconfiggere lo scetticismo: potrò dubitare di tutto ma non dubitare di pensare, il che costituisce conferma del fatto che io sono. In realtà però, osserva Vico, anche lo scettico non dubita né di pensare né di esistere. Queste cose sono anzi per lui scontate riferendo questo pensiero non alla scienza (cioè alla verità) ma alla coscienza (cioè alla certezza): circostanza talmente nota che non vale la pena di scomodare l’ esperimento mentale del genio ingannatore. Certo, prosegue Vico, il dogmatico (cioè il razionalista cartesiano) potrebbe obiettare allo scettico che la sua conclusione non è qualcosa di incontrovertibile perché non vi giunge da qualcosa di necessario (appunto dalla certezza e non dalla verità). A questa obiezione però lo scettico negherebbe che dalla certezza di pensare si acquista la certezza dell’ente in quanto non la certezza delle cause è determinabile, ma soltanto quella dei segni.

E se fossimo proprio noi gli antenati virtuali di una civiltà futura?
Dopo il genio maligno che manda sogni e dei che assumono fattezze umane, il pensiero filosofico ha finito per escogitare altri modi tecnologicamente più avanzati in grado di ingannare gli uomini. Gli esempi in questo senso sono numerosi. Uno di questi è apparso in un saggio del 2001 a cura di Nick Bostrom, filosofo svedese che si dedica alle tematiche legate al cosiddetto potenziamento umano e del transumanesimo (intelligenza artificiale, clonazione ecc.). Bostrom si è posto la domanda se davvero siamo in grado di escludere di vivere già in un programma computerizzato, formulando l’ipotesi di una futura civiltà in grado di simulare la vita dei propri antenati. Non importa quando (se tra 10, 100 o 1000 anni), perché quell’ipotesi prima o poi si verificherà. In quel momento una delle seguenti affermazioni sarà necessariamente vera: 1) la specie umana si estinguerà molto probabilmente prima di aver raggiunto una fase post-umana; 2) è estremamente improbabile che ogni civiltà post-umana gestirà un numero significativo di simulazioni della sua storia post-umana (in altre parole le civiltà tecnologicamente mature rinunciano a mettere in pratica una tale simulazione); 3) viviamo già in una simulazione computerizzata.
L’esperimento mentale mostra che noi non possiamo rifiutare allo stesso tempo tutte e tre le affermazioni con la conseguenza che almeno una di esse deve essere necessariamente vera. Se infatti dichiariamo falsa la prima, allora segue la seconda; se anche questa è falsa, allora dobbiamo necessariamente accettare la terza conclusione, o almeno la possibilità “reale” di essere noi gli antenati virtuali riprodotti da una civiltà futura. L’autore riconosce comunque che i presupposti che devono essere introdotti per ammettere una tale possibilità sono molti. Uno di essi è la necessità di prevedere un controllo che impedisca eventuali falle nel sistema e soprattutto la possibilità che gli individui che sono simulati (individui dotati di autocoscienza) non si accorgano di vivere nella simulazione. In questo modo i simulatori godrebbero di una condizione di semi-dei, veri e propri creatori onnipresenti e onniscienti, secondo un’ipotesi particolarmente amata dalla fiction. A tal proposito basti ricordare The Truman show, dove il personaggio riesce, dopo vari tentativi seguiti ai sospetti sulla sua reale condizione, a sfuggire alle simulazioni del simulatore; oppure l’orrido “parco giochi” di Westworld, tutto incentrato sulla capacità degli automi di prendere coscienza del proprio stato e quindi di rovesciare il gioco. Ma il caso classico è sicuramente Matrix con la sua idea di un mondo in cui un algoritmo tiene occupata la mente degli uomini per nascondere la vera realtà. Il problema insomma rimane il medesimo, così come espresso dalla scelta tra pillola blu (apparenza) e pillola rossa (realtà) offerta al protagonista Keanu Reeves. Scelta che però a livello popolare ha dato la stura, come è stato osservato in un articolo del Foglio di qualche settimana fa, a tutto il peggior complottismo, dietrologismo e sovranismo contemporaneo. Se questo è vero, non ci resta allora che declinare l’alternativa e dichiarare nietzscheanamente che, in fondo, la superficie è ben più profonda della realtà che gli sta dietro.

 

Riferimenti bibliografici

Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 1986
Vico, De Antiquissima italorum sapientia in Metafisica e metodo, Bompiani (testo a fronte), Milano, 2008
Nick Bostrom, Are you living in a computer simulation?, in Philosophical Quarterly (2003) Vol. 53, No. 211, pp. 243255

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