Fred, Mary e gli altri. Poi c’è Severino.

Il fisicalismo è quell’insieme di dottrine filosofiche e scientifiche secondo cui tutto ciò che è conoscibile del mondo proviene solo ed esclusivamente dalla fisica. Si tratta della tendenza riduzionistica, oggi dominante, contro la quale non sono mancati argomenti per la sua confutazione, anche nell’ambito della stessa filosofia analitica. Tra questi l’esperimento mentale, definito come “argomento della conoscenza”, del filosofo australiano Frank Jackson, facente perno sui concetti di qualia, genericamente definiti come quegli elementi che costituiscono l’aspetto soggettivo dell’esperienza cosciente. Si tratta di una tesi talmente debole che lo stesso filosofo ebbe più tardi a ritrattarla per capitolare nelle braccia dei riduzionisti. Ben altro spessore chi, al contrario, anziché su argomenti di carattere empirico (o supposti tali) ha fatto leva su ragionamenti di carattere logico e metafisico, come il nostro Emanuele Severino.

 

L’ipotesi di due persone di cui tutto si conosce
L’argomento di Jackson è legato a due articoli apparsi tra il 1984 e il 1986 su due riviste filosofiche americane. Nel primo egli immagina un personaggio di nome Fred rispetto al quale, anche se si riuscisse a conoscere esattamente fino all’ultimo centimetro della sua costituzione fisica e biologica, non si riuscirebbe a sapere da dove derivi la sua capacità di discernere i colori. Nel secondo argomento Jackson ipotizza una ragazza di nome Mary che, una volta uscita dal mondo in bianco e nero nel quale viveva e conosceva il mondo, impara delle cose nuove a contatto con il mondo esterno.

Che tipo di esperienza ha Fred nel momento in cui vede rosso1 e rosso2? Come appare il nuovo colore dei colori? Ci piacerebbe molto saperlo ma in realtà non possiamo; e sembra anche che nessuna informazione fisica sul cervello di Fred e sul suo sistema ottico ce lo direbbe. Noi scopriamo forse che i coni di Fred rispondono in modo diverso a certe onde di luce nella sua sezione rossa dello spettro, che per noi non fa differenza (o forse che egli ha un cono in più) e ciò conduce Fred ad avere una scala più ampia di stati mentali responsabili del suo comportamento visuale maggiormente discriminatorio. Tuttavia, nessuno di essi ci dice qualcosa in merito alla sua esperienza dei colori. C’è qualcosa che noi continuiamo a non sapere. Noi sappiamo o supponiamo qualsiasi cosa in merito al corpo di Fred, il suo comportamento e le sue disposizioni comportamentali e in merito alla sua fisiologia interna, e qualsiasi cosa in merito alla sua storia e alle relazioni con altri che possono esserci fornite per dare conto della sua persona. Noi abbiamo tutte le informazioni fisiche. Tuttavia, conoscere tutto ciò non è conoscere ogni cosa su Fred. Segue che il fisicalismo lascia fuori qualcosa.

Mary è confinata in una stanza in bianco e nero, è educata tramite libri in bianco e nero e tramite lezioni che avvengono su televisioni in bianco e nero. In questo modo egli apprende ogni cosa che c’è da sapere circa la natura fisica del mondo. Mary conosce tutti i fatti fisici su di noi e sul nostro ambiente (…): se il fisicalismo fosse vero, lei conoscerebbe tutto ciò che c’è da conoscere. (…) Tuttavia, sembra che Mary non conosca tutto quello che c’è da conoscere. Quando le è concesso di lasciare la stanza in bianco e nero o le viene fornito un televisore a colori, Mary imparerà che cosa significa vedere qualcosa di rosso. Questo è ciò che viene descritto come un apprendere e (di conseguenza) il fisicalismo è falso.

I due esperimenti hanno scopi diversi: se quello di Fred serve a dimostrare l’incompletezza del fisicalismo, quello di Mary la sua falsità. In entrambi i casi la premessa decisiva è l’esistenza dei cosiddetti qualia, termine tecnico che designa gli stati mentali di un individuo derivanti da una percezione di carattere soggettivo. I qualia, di chiara derivazione lockiana anche se non coincidenti con la distinzione tra qualità primarie e secondarie, non hanno effetti causali rispetto al mondo fisico e, benché totalmente irrilevanti per la sopravvivenza individuale ed indifferenti nei confronti del mondo fisico, sono tuttavia decisivi per la nostra conoscenza delle cose.
Jackson prende le distanze anche dalla tesi di Nagel contenuta in Che cosa significa essere un pipistrello?, in quanto essa non riuscirebbe a confutare il fisicalismo. Il problema non è nel sapere o meno se si possa essere come un altro individuo: il punto è piuttosto essere consapevoli che c’è qualcosa dell’esperienza, una sua proprietà, che trascende la nostra conoscenza. Anche se venissimo a sapere quale sia questa proprietà, noi continueremmo a non sapere che cosa significa essere Fred (ovvero, nell’esperimento di Nagel, che cosa significa essere un pipistrello). L’argomento della conoscenza non riguarda l’immaginazione: non si tratta cioè di sapere se Mary immagina o meno che cosa significa vedere il colore rosso; Mary non sa semplicemente che cosa sia il colore rosso, cosa che invece saprebbe se il fisicalismo fosse vero.
Il filosofo australiano aggiunge infine che la conoscenza di cui manca Mary è la conoscenza relativa all’esperienza degli altri. Nel momento in cui viene fatta uscire, Mary sperimenta delle situazioni che prima non aveva conosciuto: nel caso in cui riuscisse a vedere, ad esempio, un pomodoro maturo, Mary scoprirebbe la povertà della sua vita mentale rispetto a quella degli altri. Il fatto che Mary, così come Fred, non abbia conoscenza completa della realtà è costituito dalla presenza dei qualia associati alle diverse situazioni: essi sono gli elementi irriducibili della nostra esperienza.

Il riduzionismo si combatte con altri argomenti
Come abbiamo tentato di mostrare la scorsa volta, non sono questi gli argomenti che possono battere il riduzionismo ormai imperante nella nostra cultura. Di ben altro spessore sono gli argomenti di Emanuele Severino, contenuti in alcuni dei suoi scritti più divulgativi e di minore difficoltà teoretica.
Un primo argomento è che il riduzionismo è insostenibile in quanto semplice contraddizione logica. «Infatti, se qualcosa – ad esempio la coscienza umana – è totalmente riducibile a qualcos’altro – ad esempio il cervello – ne viene che la coscienza non può in alcun modo differire dal cervello, perché, per quel tanto che ne differisse, non sarebbe riducibile ad esso». Se poi questa differenza non esistesse, allora non ci sarebbe da ridurre alcunché e quindi nemmeno il concetto che lo rende possibile.
Un secondo argomento avanzato da Severino è che concepire una coscienza interamente legata al suo supporto organico è un modo estremamente ingenuo e debole di concepire la coscienza. Questo a motivo del fatto che, essendo la stessa scienza a stabilire il suo sapere come ipotetico, l’unità di coscienza e materia diventa «una semplice concomitanza, un parallelismo, e non certo una necessità». Bisogna argomentare, osserva Severino, in modo completamente rovesciato: la coscienza infatti, con la quale ognuno di noi è consapevole di qualsiasi cosa, vede piuttosto il legame in modo necessario e mai contingente. «La coscienza in cui si illumina il mondo non può esistere senza questo tenuo chiarore della luna che sta per spuntare dietro i monti (…) così non può esistere senza l’immagine e il modello a cui si riferisce la teoria della struttura atomica della materia. Anche questa immagine, come quel chiarore è eterna, e nemmeno da essa – come da ogni altro corpo e da ogni altra immagine – ha mai potuto, né può né potrà mai, separarsi la coscienza, che è essa stessa un eterno, l’eterno in cui si illuminano le cose eterne del mondo». Con un esempio di chiara matrice schopenhaueriana, Severino conclude che se indissolubili sono i legami della coscienza con la mente, altrettanto lo sono quelli che uniscono la materia alla coscienza e per i quali è dunque «impossibile che le infinite galassie esistano senza la coscienza (…) sì che le infinite distese di stelle non potrebbero esistere senza il più piccolo e il più vano dei nostri pensieri».
Il terzo argomento per confutare il riduzionismo rimanda al principio causale. Se il riduzionismo sostiene che la coscienza è causata dal cervello, bisogna tuttavia osservare che, nel momento in cui il cervello va in deperimento (e con esso la coscienza), rimane pur sempre quel nesso causale che aveva stabilito la relazione tra i due. A questo punto, continua Severino, viene da chiedersi: com’è possibile che un elemento contingente e corruttibile (come il cervello e la coscienza che essa genera) possa dipendere da un argomento, come il principio causale, avente una verità eterna e non corruttibile? Anche in questo caso siamo in presenza di una contraddizione logica, stavolta attinta dai più generali principi della filosofia, per dimostrare che il riduzionismo, con buona pace dei suoi sostenitori, non è altro che una pia illusione. Anzi, come spiega Severino servendosi di una metafora rivolta a chi pensa come il filosofo riduzionista, questi è come colui che, «in pieno giorno, alla luce del sole, tenesse in mano una lampada accesa e, convinto che l’unica luce sia il chiarore diffuso dalla lampada, sostenesse che esso è conseguenza dell’anatomia e della fisiologia della mano che regge la lampada, e nulla più». Altro da aggiungere non c’è.

Riferimenti bibliografici

– Frank Jackson, Epiphenomenal Qualia, in The Philosophical Quarterly, Vol. 32, No. 127. (Apr., 1982), pp. 127-136
– Frank Jackson, What Mary didn’t know, The Journal of Philosophy, Vol. 83, No. 5. (May, 1986), pp. 291-295
– Emanuele Severino, Materialismo, eternità, immortalità, riduzionismo in Il destino della tecnica, Rizzoli, Milano, 2009, pp.169-181
– Emanuele Severino, Mente e cervello, in Il tramonto della politica, Rizzoli, Milano, 2017, pp.129-135

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Buon giorno. Da tempo mi interesso dello strano rapporto della filosofia di Emanuele Severino con la così detta Scienza (o Techne). Sembra che Severino critichi la Scienza in base a tre argomenti chiave: Il primo è che la verità della scienza è soltanto ipotetico-deduttiva, quindi rivedibile e storica, non manifesta l’incontrovertibile; Il secondo è che la scienza è una forma di nichilismo, perché essa è ‘produttiva’ dell’essere: essa è un’etica del dominio; Il terzo è che la scienza trasforma ogni mezzo in fine, per realizzare il creduto suo ‘infinito’ incremento di potenza. Tutto sommato, Severino elenca quali sono le caratteristiche importanti dell’impresa scientifica: la rivedibilità, la storicità, il progresso, la potenza (dominio) sulla realtà fenomenica. Certo queste sono anche caratteristiche dal valore negativo, quando perdono di vista il vero fine dell’impresa scientifica, il bene dell’uomo. In base anche al suo articolo, consideriamo anche la critica di Severino al fisicalismo riduzionista in filosofia della mente. Anche qui troviamo tre argomenti: Il primo è che il fisicalismo riduzionista è insostenibile in quanto contraddittorio: se non ci fosse differenza tra due enti (ad esempio cervello e coscienza), non potrebbe nemmeno esserci una riduzione dell’uno all’altro (cfr. Destino della tecnica (Rizzoli, 1998), p. 232 sg.); Il secondo è che il fisicalismo riduzionista non si avvede che i legami che uniscono la coscienza (mente) al cervello (materia), sono gli stessi che uniscono il cervello (materia) alla coscienza (mente); tra mente e materia non vi sarebbe una identità, ma un legame gnoseologico indissolubile (cfr. Destino della tecnica (Rizzoli, 1998), p. 223; cfr. Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione); Il terzo è che il fisicalismo riduzionista conferisce valore assoluto al principio di causalità, per il quale il cervello è la causa e la coscienza è l’effetto; ma tale principio è solo ipotetico e si riferisce ad una regolarità empirica che, in quanto tale, non autorizza ad affermare che il cervello sia la causa e la coscienza l’effetto in modo incontrovertibile (cfr. Cervello, mente, anima (Morcelliana, 2016), pp. 16-18). Detto questo sembra difficile capire se Severino conosce oppure no il dibattito che nel mondo della filosofia della mente si è andato sviluppando partendo dalle posizioni del fisicalismo riduzionista, che rifiuta la metafisica del dualismo cartesiano. In filosofia della mente si danno appunto diverse posizioni. 1. Il fisicalismo riduzionista afferma che tutto ciò che esiste ha una descrizione fisica, e questa descrizione fisica è completa ed esaustiva; ogni proprietà causalmente efficace che appartiene a qualche scienza speciale deve poter essere ridotta ad una proprietà fisica. 2. Il fisicalismo non riduzionista afferma che ogni evento e ogni oggetto esistente ha una descrizione fisica, senza escludere che essi possiedano anche una descrizione irriducibile alla fisica. Ad esempio, il funzionalismo (Hilary Putnam) sostiene che uno stato mentale (ad esempio il dolore) non è anche uno stato cerebrale, ma invece uno stato funzionale dell’organismo, tale che ha un ruolo causale all’interno di una determinata organizzazione cognitiva. Per David Chalmers esiste un problema facile e uno difficile sulla natura della coscienza (qualia). I qualia possono essere stati mentali che fanno un certo effetto a chi li ha, cioè sono coscienti in senso fenomenico; oppure possono essere stati mentali che non fanno un certo effetto, cioè sono stati coscienti non fenomenici. Se consideriamo anche il concetto di ‘coscienza d’accesso’, essa è tale se e solo se è disponibile per essere usata nel controllo diretto del pensiero e dell’azione. Ad esempio credenze, desideri, intenzioni e giudizi consci, sono coscienze d’accesso in senso non fenomenico (non fanno un certo effetto). Invece percezioni, emozioni e sensazioni corporee sono coscienze d’accesso in senso fenomenico. Ora, una volta che si dice che il dolore è uno stato mentale che svolge un ruolo funzionale, con ciò non sembra detto perché sia caratterizzato dal qualia della dolorosità. Dare una teoria fisicalista della coscienza non fenomenica è il problema facile, mentre dare una teoria fisicalista della coscienza fenomenica è il problema difficile. Per concludere, si danno tre sensi fondamentali di qualia: stati di esperienza soggettiva che fanno un certo effetto; stati di esperienza soggettiva di carattere sensoriale (percepire colori o suoni); proprietà intrinseche agli stati mentali, che non sono intenzionali e relazionali, e la cui realizzazione sarebbe responsabile della natura fenomenica dei qualia. 3. Il fisicalismo non riduzionista o emergentismo afferma che la descrizione fisica del mondo è incompleta, poiché ci sono enti fisici che occorrono come termini in relazioni causali non fisiche. 4. Il monismo anomalo (Donald Davidson) sostiene che nonostante essere uno stato mentale sia essere in un certo stato fisico, i vocabolari che descrivono i due livelli non coincidono, perché non esistono leggi psicologiche nello stesso senso in cui esistono leggi fisiche. Quindi tutto sommato Severino se la prende con una parte minoritaria, anche se fondamentale, del vasto e variegato mondo del dibattito in filosofia della mente. (non mi dilungo oltre descrivendo altre posizioni). La domanda che pongo alla fine è questa: perché Severino non è intervenuto in un dibattito aperto con il resto del mondo, senza rimanere arroccato nei sacri palazzi della sua filosofia dell’eternità dell’ente, che avrebbe la pretesa di non essere neppure ‘sua’ perché in realtà è incontrovertibile per tutti? La filosofia si basa sulla ‘violenza’ del dialogo e sul confronto nel dibattito pubblico; perché ciò non dovrebbe valere anche per Severino? Si badi, intendo per dibattito pubblico, un dibattito su temi della filosofia che sono condivisi. Se Severino ha una posizione superiore, risolva da par suo tutti i problemi che gli ‘altri’ non riescono a risolvere, continuando a discuterli apertamente. Grazie.

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